Di Simona Peverelli
Il glamour arriva dall'acqua. Al Lido di Venezia, prima delle proiezioni e degli applausi, c'è da sempre l'attesa sulla banchina, tra i motoscafi e la risacca della Laguna, con i flash pronti a immortalare i volti delle dive. E sono proprio le fotografie collezionate negli anni a restituire nel tempo quel sapore glam che da sempre attraversa la Mostra, per poi stratificarsi e diventare un codice di stile. Negli anni Cinquanta c'erano le foto rubate di Elizabeth Taylor e Brigitte Bardot, con gli accappatoi corti, le zeppe e le borse a braccio. In quel periodo c'era Hollywood e poi Sophia Loren, con gli abiti a vita stretta e i capelli al vento, mentre lo sguardo magnetico di Monica Vitti stregava il Lido con Michelangelo Antonioni. Oggi ci sono gli scatti delle dive contemporanee sul red carpet a favore di obiettivo, dove lo sguardo virale si sofferma su un abito sorprendente o su una posa inattesa.
È il 5 settembre 1958 quando Brigitte Bardot viene immortalata in un bianco e nero mentre percorre il Canal Grande a bordo di un motoscafo salutando i fan in visibilio, in compagnia dell'amico chitarrista Sacha Distel, prima di partecipare alla prima del film Love Is My Profession. L'arrivo della Bardot al Lido scatena una corsa tra gli ammiratori, desiderosi di vedere da vicino la bionda icona del cinema, venuta in Italia per partecipare alla proiezione del film En cas de malheur (La ragazza del peccato), un'occasione unica e rimasta nella memoria collettiva.
Da una parte l'affascinante diva francese, dall'altra Elizabeth Taylor. L'11 settembre del 1967 l'attrice di Hollywood viene immortalata insieme con l'italiana Claudia Cardinale a un ballo di beneficenza a Venezia, durante la Mostra del Cinema: insieme, sorridenti, con le loro pettinature cotonate, i loro gioielli vistosi, i pizzi e le scollature. Uno scatto che rimane nella mente per il senso di glamour di allora, fatto di bellezza, stile, ma anche di sguardi complici e spontanei, fissati in un flash. Un incontro che rappresenta il dialogo nato alla Laguna tra Hollywood e Italia.
C'è uno scatto che più di ogni altro rappresenta il segno lasciato all'epoca in particolare dalle dive italiane a Venezia. Una foto del 1958 in cui Sophia Loren appare sorridente, con le braccia tese verso l'alto, dentro un abito con la vita in evidenza e con i capelli tenuti fermi da una semplice fascia nera. È l'espressione della felicità spontanea, quella sincera e sorpresa dell'attrice che riceve un premio importante, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile per Orchidea nera. Una vittoria dal forte valore simbolico: una giovane romana conquistava uno dei massimi riconoscimenti in un film hollywoodiano, dimostrando che il talento italiano poteva competere ai massimi livelli internazionali.
Un'altra foto racconta invece la storia d'amore iniziata tra Venezia e un'altra diva italiana, Monica Vitti. Nel 1962 una immagine la ritrae in barca: sono gli anni della sua consacrazione, dopo qualche ruolo di secondo piano in alcune pellicole comiche, quelli in cui la sua relazione artistica e sentimentale con il regista Michelangelo Antonioni la trasforma in una musa; e in particolare è l'anno in cui interpreta il ruolo della misteriosa e scontenta Vittoria ne L'eclisse (1962). La sua presenza al Lido rappresenta molto più dell'apparizione di una star sul red carpet, ma il volto della nuova modernità del cinema italiano, il simbolo di una stagione cinematografica che stava rivoluzionando linguaggi, temi e sensibilità. Con il suo volto enigmatico, la sua recitazione anticonvenzionale e la sua eleganza, Vitti rompeva gli schemi della diva tradizionale, proponendo un'immagine più complessa e contemporanea della donna.
Dai '60 agli '80. È il 1984 quando Isabella Ferrari partecipa alla 41ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia per il film Chewingum. L'attrice italiana attira i fotografi con la sua bellezza ruvida e sensuale, e si presenta al pubblico come interprete di una commedia corale ambientata a Roma, dopo il successo travolgente e improvviso che a 17 anni l'aveva colta con Sapore di mare.
Anni dopo, nel 1995, torna a Venezia da vincitrice conquistando la Coppa Volpi come miglior attrice non protagonista per il film Romanzo di un giovane povero di Ettore Scola, incarnando una bellezza più matura, sempre composta e quasi glaciale, ma soprattutto magnetica, come poche altre donne nel panorama del cinema. Nel 2006 condurrà le cerimonie di apertura e chiusura della 63ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, lasciano nella memoria uno storico photocall in cui posa con i piedi nella Laguna, con un mini dress scuro con scollo quadrato, tenendo in mano un bouquet di rose.
Ancora più forte il legame con Venezia di un'altra attrice italiana, Valeria Golino. Per ben due volte premiata con la Coppa Volpi alla migliore attrice nel corso della Mostra internazionale d'arte cinematografica: nel 1986 per Storia d'amore e nel 2015 con Per amor vostro. Una presenza che diventa una certezza negli anni, sull'iconico red carpet e alle premiere più importanti, prima in coppia con Riccardo Scamarcio e poi di nuovo da sola: la donna e l'attrice, nella sua indipendenza, nella sua professionalità e nel suo fascino un po' androgino.
Non solo le dive nostrane. Negli anni, Hollywood continua a far vivere Venezia. Prima di vincere nel 2024 per la sua interpretazione nel film Babygirl la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, Nicole Kidman aveva già ammaliato con il suo sguardo glaciale. Nel 1999, l'anno di Eyes Wide Shut, e poi nel 2004, quando fece scandalo Birth - Io sono Sean, il film che narra l'ambiguo rapporto tra una donna di 37 anni e un bambino di 10, e che al Festival di Venezia ricevette un'accoglienza fredda. Ma il magnetismo di Kidman aveva già conquistato i fotografi, proprio grazie a quelle caratteristiche che lei stessa avrebbe in seguito dichiarato di aver sempre detestato: la sua statura (l'attrice australiana è alta 1 metro e 80) e le poche curve. Eppure, proprio i suoi punti forti, che con gli occhi color ghiaccio e i capelli biondi, l'hanno consacrata una delle donne più riconoscibili al mondo.
Dalla bellezza celestiale a quella burrosa. È il 2003 quando al Venice Film Festival esplode il fascino formoso di Scarlett Johansson, alla première di Lost in Translation, il film di Sofia Coppola che decreta la svolta della carriera da adulta dell'attrice. Qui interpreta Charlotte, una giovane neolaureata a Tokyo che stringe un legame intenso con l'attore in declino Bob Harris (Bill Murray); un ruolo che le è valso il plauso della critica internazionale e un British Independent Film Award come miglior attrice. E qui Johansson si fa notare per la sua sensualità, una delle più ammirate del cinema contemporaneo, con le sue le sfumature bionde, le forme, le labbra piene e naturali, e quello sguardo che dopo tanti anni richiamava le dive del cinema del passato.
Poi è arrivata Amal: Venezia è stata la città che lei e George Clooney hanno scelto per il matrimonio nel 2014, mentre, tre anni dopo, la coppia è tornata insieme sul red carpet della Mostra per Suburbicon, subito dopo la nascita dei loro due gemelli. Accanto a George Clooney, che frequenta Venezia dal 1998 in veste di attore e regista, Amal Clooney rappresenta la trasformazione dell'icona contemporanea; né attrice né regista, ma avvocato per i diritti umani, simbolo di come il festival sia diventato anche una piattaforma dove si incontrano cinema, diplomazia, impegno civile e cultura globale. La coppia racconta un amore mediatico che è anche eleganza istituzionale. La donna va oltre il glamour, portando sul red carpet autorevolezza professionale e impegno pubblico.
C'è un ultimo scatto paradossale che dice qualcosa di più su come il Festival ha raccontato le dive attraverso le sue immagini. 1958: fuori dall'inquadratura proprio le dive; dentro gli obiettivi, i flash e il motoscafo pieno di fotografi che inseguono Brigitte Bardot e il cantante Sacha Distel lungo il canale. Molto più di una semplice immagine mondana, ma uno dei primi esempi di come la stampa stesse trasformando gli attori in fenomeni mediatici globali.
Una scena che anticipava il fenomeno dei paparazzi, quella figura resa celebre solo pochi anni dopo con La Dolce Vita di Federico Fellini, che poi si è trasformata nel tempo, attraverso i red carpet. Fino a oggi, nell'era del digitale e dell'istantaneo, dove il significato dello scatto cambia: frame, momenti, istanti catturati e fissati che, nella moltitudine delle immagini, colgono nel segno per un dettaglio, un'espressione inaspettata, un gesto o un incontro inatteso. Così una foto diventa iconica quando smette di essere soltanto una notizia o un'immagine rubata, e diventa un simbolo, un codice di stile. E succede ancora oggi, anche a Venezia.
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