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lifestyle28 settembre 2026

Giardini d’inverno, perché ora tutti li vogliono

Greenhouse, glasshouse, orangerie e giardini d’inverno stanno cambiando funzione: da rifugio per le piante a nuovi spazi per leggere, lavorare, cenare e vivere nel verde
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Di Matteo Dall'Ava

Vansta - Credits: Courtesy Press Office
Vansta - Credits: Courtesy Press Office

D’inverno gli aranci avevano bisogno di una casa. Nelle grandi proprietà europee venivano spostati al riparo insieme a limoni e piante esotiche che il gelo avrebbe sistemato con molta meno cortesia dei giardinieri. Nacquero così orangerie, limonaie e giardini d’inverno; poi serre sempre più leggere, fatte di ferro, legno e grandi lastre di vetro. Dentro cresceva ciò che fuori avrebbe fatto fatica a sopravvivere. Qualche secolo dopo, in quelle stanze trasparenti abbiamo cominciato a entrare anche noi.

Oggi giardini d’inverno e serre di design tornano nell’architettura contemporanea come studi, sale da pranzo, cucine, piccoli salotti o rifugi dove leggere mentre fuori piove. Cambiano i nomi a seconda della storia e della funzione: greenhouse se prevale la vocazione botanica, glasshouse quando è il vetro a definire l’architettura, orangerie quando riaffiora la parentela con gli agrumi, veranda quando lo spazio continua direttamente dalla casa. I confini, però, sono diventati molto meno precisi. Ed è proprio lì che comincia la parte interessante.

Quando il giardino entrò in casa

In Herefordshire, la greenhouse vittoriana di Harriet Thistlethwayte sembra appartenere ancora al momento felice in cui nessuno sentiva il bisogno di decidere se una serra dovesse servire alle piante o alle persone. Vasi, fiori, ortaggi, tavoli e oggetti convivono sotto il vetro e seguono le stagioni. È una serra vera, però possiede già qualcosa di una stanza. La differenza sta forse in un gesto semplice: entrarci per occuparsi delle piante e restarci anche quando il lavoro è finito.

A metà Novecento accade qualcosa di diverso. Le piante possono persino sparire. Resta il vetro. Nella Farnsworth House di Ludwig Mies van der Rohe, immersa nella vegetazione lungo il Fox River in Illinois, pareti e finestre finiscono quasi per coincidere. Due piani orizzontali, sottili pilastri bianchi, grandi superfici trasparenti: da un letto o da una poltrona il bosco resta presente come se qualcuno si fosse dimenticato di costruire il muro.

Ed è proprio qui che il vetro compie un passaggio decisivo. Non serve più a creare un clima artificiale per ciò che deve crescere all’interno; modifica la percezione stessa del riparo. La pioggia, gli alberi, l’acqua e il cielo sembrano abbastanza vicini da poter entrare, mentre tetto, pavimento e struttura ricordano che si è ancora protetti. Mies mette così nello stesso spazio due sensazioni apparentemente incompatibili: l’esposizione alla natura e la sicurezza della casa. Il confine esiste ancora, soltanto che quasi non si vede.

Philip Johnson porta quella contraddizione a New Canaan e, anziché risolverla dentro un unico edificio, sembra dividerla in due. La Glass House e la Brick House si guardano attraverso un prato e funzionano come due caratteri opposti della stessa abitazione. La prima è trasparente: il soggiorno, il letto e gli arredi galleggiano davanti al paesaggio, mentre vetro e luce lasciano entrare visivamente prati, alberi e stagioni. La seconda ha muri di mattoni, aperture ridotte, stanze raccolte. Johnson e il compagno David Whitney finirono per usarla anche come rifugio dall’esposizione della casa di vetro. La differenza è sottile. Mies prova a far convivere riparo ed esposizione nello stesso involucro, fino quasi a mimetizzare la casa nel paesaggio. Johnson offre invece la possibilità di passare dall’uno all’altra: dalla protezione quasi fortificata della Brick House alla trasparenza della Glass House, dove il giardino torna a occupare lo sguardo.

È forse in quel momento che la vecchia idea della serra si capovolge definitivamente. Per secoli si erano messe le piante dietro un vetro per proteggerle dalla natura; ora dietro quello stesso vetro entra l’uomo, protetto abbastanza da potersi permettere il lusso di sentirsi esposto.

Harriet Thistlethwayte - Credits: Courtesy Press Office
Harriet Thistlethwayte - Credits: Courtesy Press Office

La stanza è uscita di casa

È ciò che sta accadendo anche nei progetti contemporanei. Per anni la soluzione più ovvia è stata la veranda: qualche metro quadrato di vetro aggiunto all’abitazione per avvicinare soggiorno e giardino. Oggi quella stanza può staccarsi dalla facciata e finire direttamente nel verde.

L’italiana L’Officina dei Giardini racconta bene questo passaggio. Realizza verande che ampliano gli interni, giardini d’inverno, greenhouse e padiglioni indipendenti in vetro e acciaio. Cambia la distanza dalla casa, cambia l’arredo, cambia l’uso. La grammatica resta quella di luce e trasparenza.

La svedese Vansta porta il concetto ancora più avanti. Nei suoi winter garden e nelle sue orangerie possono comparire un tavolo da pranzo, una cucina, una scrivania, una zona relax o uno spazio per lo yoga. Alcuni progetti proseguono direttamente dalla casa; altri se ne stanno in fondo al giardino, abbastanza lontani da far sembrare anche pochi metri una piccola partenza.

Hartley Botanic, inglese e specialista di serre dal 1938, conserva invece con maggiore evidenza la memoria horticultural. Il suo Victorian Pavilion riprende le proporzioni delle grandi strutture ottocentesche e arriva a 99 metri quadrati. La Opus Glasshouse cambia completamente abito: linee nette, alluminio, vetro e un disegno contemporaneo. Può accogliere le piante oppure chi desidera passarci qualche ora. A quel punto la distinzione diventa quasi una questione di arredamento.

Hartley Botanic - Credits: Courtesy Press Office
Hartley Botanic - Credits: Courtesy Press Office

Prima di comprarla, dormirci dentro

Nel Monferrato esiste infine un modo piuttosto efficace per capire se tutta questa trasparenza faccia davvero al caso proprio: passarci una notte.

Glass House & Spa nasce dalla trasformazione di una vecchia limonaia. Oggi vetro, acciaio e legno racchiudono camera, living e spa, mentre intorno ci sono circa 2.000 metri quadrati di giardino botanico. Dal letto si osservano le stagioni fare ciò che vogliono senza avere l’obbligo di parteciparvi.

Credits: Courtesy Press Office
Credits: Courtesy Press Office

Forse è questo il piccolo lusso che accomuna greenhouse, glasshouse, orangerie e giardini d’inverno contemporanei. Le loro antenate offrivano alle piante un clima migliore di quello che avrebbero trovato all’esterno. Quelle di oggi offrono a noi qualcosa di altrettanto raro: stare al riparo senza avere la sensazione di esserci chiusi dentro.

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