Di Patrizia Piccinini
L'idea di collezionare pezzetti di mondo è una di quelle ossessioni meravigliosamente umane che oscillano tra il feticismo raffinato e l'accumulo seriale di cose di difficile collocazione. Quando si torna da un viaggio, spesso ci si porta dietro una sorta di zavorra emotiva che va dai grandi classici, come le calamite per il frigorifero, alle pietruzze raccolte su spiagge remote, con l'illusione che manterranno lo stesso colore una volta appoggiate sulla libreria di casa, fino ai tappeti e alle lampade testimoni di un artigianato esotico che non si sposerà mai con il salotto di casa. C'è poi tutta la categoria del pop consapevole: oggetti leggermente kitsch, tanto da diventare pezzi d'autore. Le palline di neve con i monumenti in miniatura immersi in una bufera di plastica, i sottobicchieri sottratti ai pub di Londra, le borse di tela con scritte improbabili, destinate a una carriera molto più modesta tra il supermercato e il negozio sotto casa.
C'è un momento preciso in cui la metamorfosi si compie, di solito nei venticinque minuti che precedono l'imbarco al gate o nell'ultimo quarto d'ora prima che il treno stacchi dalla banchina. È allora che scatta il corto circuito mentale per cui l'aeroporto o la stazione diventano una zona franca dell'accumulo. Comprare una riproduzione della Tour Eiffel dall'aria vagamente arrugginita o una candela al profumo di salsedine sembra improvvisamente un'esigenza di primaria importanza. Si viene assaliti da una forma di ansia sotterranea, la nevrosi del souvenir: la sensazione impellente di dover certificare la partenza prima che l'esperienza sfumi. Così ci si ritrova a stipare nel bagaglio a mano miniature del Big Ben e sacchetti di spezie locali che rimarranno intonsi in dispensa fino alla prossima glaciazione. È il panico da disconnessione dal luogo, la paura che, senza un pegno materiale, la bellezza appena vissuta rimanga intrappolata oltre il controllo passaporti.
Poi si riapre la porta di casa, le valigie si svuotano e comincia la magia vera: quella lenta e involontaria che trasforma gli appartamenti moderni in archivi affettivi a cielo aperto. Una conchiglia raccolta su una spiaggia qualunque finisce a fermare le carte sulla scrivania, una tazza spaiata acquistata in un mercatino delle pulci diventa il contenitore per le penne e un piccolo vasetto in ceramica trovato in un borgo sperduto conquista un posto d'onore accanto alle monografie d'arte più preziose.
In quell'istante il kitsch da viaggio perde la sua carica di nevrosi consumistica e acquista una grazia del tutto personale, trasformando la casa in un catalogo mnemonico e disordinato. Quei piccoli interruttori emotivi hanno infatti dei superpoteri: basta uno sguardo per riaccendere la luce di un pomeriggio diverso, ricordare la pioggia a sorpresa su una piazza straniera o ritrovare il sapore di un caffè preso di corsa. E poco importa che la conchiglia provenga da una spiaggia affollata o che il vasetto sia stato acquistato in un negozio di souvenir. La memoria ha una sua gerarchia, spesso incomprensibile agli occhi altrui, e il valore di un oggetto segue regole tutte sue.
Prima o poi, però, arriva la resa dei conti. È quella domenica pomeriggio in cui lo sguardo precipita sulle innumerevoli cose accumulate e scatta la spinta purificatrice del decluttering. Un momento di lucida spietatezza durante il quale diventa inevitabile chiedersi per quale arcana ragione sia stato trasportato a bordo di un aereo un posacenere decorato a mano, pur non avendo mai fumato in vita propria. Oppure perché un sasso indistinguibile da qualsiasi altro sasso di periferia occupi da tre anni il centro del comodino.
Comincia così la grande selezione, una sorta di tribunale domestico dove si consuma la separazione tra gli oggetti destinati al declino definitivo e quelli promossi al rango di memoria stanziale. La soffitta, la cantina o l'ultimo ripiano dell'armadio diventano il purgatorio di questa mania collezionistica. La casa al mare diventa museo di quei tappeti fatti a mano e di quelle lampade costruite con gli scarti lasciati sulla sabbia dalle acque caraibiche. Scatoloni di cartone con etichette imprecise si trasformano in sarcofagi per magliette con scritte ironiche mai indossate e manufatti che in vacanza sembravano capolavori di etnografia e in soggiorno assumono l'aspetto di errori di valutazione. Eppure, anche in questo processo di espulsione, qualcosa resiste. Ci sono oggetti che superano ogni interrogatorio, sopravvivono alle grandi pulizie e conservano il diritto di restare. Il loro valore, evidentemente, segue una contabilità tutta personale, estranea a qualsiasi criterio di utilità, bellezza o buon senso.
Prima dell'esilio in soffitta c'è la vera arte della disposizione domestica, quella logica personale e un po' surreale con cui si decide dove collocare l'oggetto dal mondo. Di fronte alla geopolitica del ricordo, le regole dell'interior design lasciano spazio alla contiguità emotiva: gli oggetti trovano posto seguendo mappe sentimentali, associazioni misteriose e improvvise illuminazioni. Emblematico è il destino della classica gondola veneziana in plastica o in miniatura d'ottone. Per decenni regina incontrastata della sommità del televisore a tubo catodico, vero altare domestico curvo e profondo, pensato quasi appositamente per ospitarla, si è ritrovata all'improvviso senza patria con l'avvento degli schermi piatti.
Un piccolo dramma abitativo che l'ha trasformata nel primo, nostalgico profugo del design contemporaneo. È così che un taccuino intonso comprato a Parigi si ritrova a fare da rialzo a una lampada d'autore, una scatola di latta di biscotti inglesi diventa la dimora di bottoni e scontrini dimenticati e la gondola spodestata approda accanto ai libri più impegnati della biblioteca, quasi a voler spezzare l'austerità della stanza con un pizzico di irriverenza. Disporre questi oggetti diventa una questione di stratificazione della storia personale. Si disseminano negli angoli appartati, sulle mensole o sui davanzali, dove possono riemergere allo sguardo e innescare quella madeleine proustiana capace di risvegliare ricordi e riportare alla luce frammenti di un tempo passato.
A dare dignità teorica a questo disordine sentimentale hanno pensato, prima di noi, filosofi e scrittori di ogni epoca. Walter Benjamin, nel suo Passagenwerk, riflette sul collezionista come figura capace di sottrarre le cose al loro contesto originario e alla loro funzione pratica, restituendo loro una nuova esistenza attraverso il rapporto affettivo. La casa diventa così il teatro della memoria, un luogo in cui gli oggetti conservano tracce del tempo e delle esperienze.
Gli fa eco Orhan Pamuk, che nel Museo dell'innocenza e nel relativo manifesto museale rivendica il valore delle piccole cose quotidiane, capaci di custodire il sapore della vita e la felicità degli individui. Una prospettiva che sembra fatta apposta per rivalutare quella collezione di tazze spaiate, tappeti e lampade improbabili, cartoline e souvenir che, a un primo sguardo, potrebbe sembrare soltanto il risultato di una lunga serie di acquisti discutibili. Anche l'ironia di Ennio Flaiano offre una chiave di lettura per certe deviazioni del buon senso, mentre le riflessioni sul ricordo attribuite a Orson Welles riportano al centro il valore di ciò che resta: frammenti, immagini, oggetti capaci di trattenere qualcosa dell'esperienza vissuta. Perché a volte basta un pezzo di legno raccolto su una spiaggia per riaprire una parentesi della propria storia.
Questi frammenti d'autore rivelano allora la verità del disordine domestico: le cose bizzarre sopravvissute al decluttering e salvate dall'esilio in soffitta diventano un personalissimo archivio dell'anima. La loro presenza racconta viaggi, incontri, deviazioni e momenti che altrimenti rischierebbero di sbiadire, affidando alla casa il compito di custodire una geografia fatta di esperienze e associazioni. È un tentativo poetico di trattenere il tempo, di conservare una prova tangibile del fatto che si è stati altrove. Ogni oggetto porta con sé il riflesso di ciò che si era, di un luogo attraversato e di una felicità magari minuscola, ma ancora capace di riaffiorare. Abitare una casa significa, in fondo, abitare il tempo che si è attraversato.
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