Di Claudia Ricifari
Dalle prime sfilate della Milano Fashion Week Primavera Estate 2027, emerge un trend evidente. Le stagioni (senza mezze) non esistono più. Le collezioni viste in passerella, infatti, salvo poche eccezioni, continuano ad avere il layering come spirito guida. Tessuti e lunghezze sono quelli estivi, ma subentrano giacche, maglie, a volte anche cappotti. Strati su strati che si accumulano.
Un gioco di sovrapposizioni che diventa un modo per costruire silhouette meno immediate, più vissute, volutamente imperfette. Si parte dalla semplificazione, ma si finisce con l'aggiungere sempre qualcosa.
“In realtà parto da un concetto sempre minimale, sono un minimalista nella nascita, poi mi sporco nel processo – ci confessa Antonio Marras nel backstage del suo show - Nel senso che mi annoia tutto quello che non ha un intervento e quindi tendo a sporcare, tendo a imbrattare, tendo a incrostare, tendo a ricamare, tendo a sovrapporre, tendo a cucire, tendo a mettere cose...”.
E così, la camicia si conferma il capo attorno al quale far ruotare il proprio stile. Quello che si presta alle interpretazioni più disparate.
C’è quella romantica e trasparente di Luisa Beccaria, quella rigorosa solo in apparenza di Jil Sander, quella carica di memorie e sovrapposizioni di Antonio Marras, appunto. E poi c’è Diesel, dove la camicia finisce dentro il disordine di una notte troppo lunga. Quattro collezioni molto diverse che partono dallo stesso capo per arrivare, inevitabilmente, altrove.
Una camicia bianca. Una azzurra. Una rosa appena accennata. In teoria non potrebbe esserci nulla di più ordinato e ordinario. Solo che Simone Bellotti prende quell’ordine e comincia lentamente a guastarlo. Il colletto resta al suo posto, mentre intorno le giacche stringono il corpo in punti inattesi, i tessuti fanno pieghe che sembrano accidentali, le proporzioni smettono di essere così rassicuranti.
La camicia diventa allora il metro con cui misurare quanto si è allontanata l’uniforme dalla sua perfezione iniziale. È il gioco su cui Bellotti costruisce Jil Sander Primavera Estate 2027. Come in una sorta di terapia, il direttore creativo punta a smontare concetti e dinamiche assodate per capire cosa vale la pena tenere. Ma quando le rimette insieme, qualcosa volutamente non coincide più. Fortunatamente. E da qui nasce sempre qualcosa di nuovo: asimmetrie, volumi e piccoli incidenti volutamente lasciati in vista.
Il fiocco può diventare enorme, il colletto aprirsi in una corolla, la trasparenza sostituire quasi del tutto la struttura. Nell’Herbarium di Luisa Beccaria la camicia appartiene allo stesso giardino immaginario di fiori, foglie e vegetazione che invade l’intera collezione. C’è quella cipria, impalpabile, stretta in vita e annodata al collo sopra una gonna di pizzo; quella color burro incorniciata da ruches; quella stampata che quasi scompare dentro un completo floreale. Persino quando arrivano righe e costruzioni più precise, la severità dura poco: chiffon, pizzo, organza e volant finiscono per alleggerirla. Un romanticismo che non teme di essere dichiarato. E, anzi, diventa manifesto.
Prima il colletto, poi la cravatta, sopra un gilet camouflage, magari una giacca ricamata. Oppure una camicia a quadri infilata dentro una gonna floreale e trasparente, come se due guardaroba si fossero incontrati per caso. Antonio Marras lavora così: accumula ricordi, tessuti, codici e li lascia convivere. Nella Primavera Estate 2027 la camicia ha qualcosa del corredo e qualcosa dell’uniforme, qualcosa di maschile e qualcosa di cerimoniale.
Serve a tenere insieme pizzi, broccati, corsetteria, militare e sartoria. Sembra arrivare dalla notte raccontata nella collezione, quella delle nozze ad Alghero che iniziano una sera di mezza estate e proseguono fino a mezzogiorno, quando gli abiti sono ancora addosso e non c’è più ragione di distinguere ciò che apparteneva alla festa da ciò che viene dopo. Anche l’eleganza, del resto, può avere memoria.
Qui il problema non è più abbottonarla bene. È capire se abbia ancora senso abbottonarla. Nell'ultima collezione di Glenn Martens per Diesel la camicia esce dai pantaloni, si apre sul corpo, spunta da maglie mangiate dai cut-out, si infila sotto cappotti e giacche che sembrano portati dalla sera prima. Una bianca lascia scoperto il ventre sotto un blazer grigio oversize e incontra un denim portato basso; un’azzurra scivola sotto un lungo coat sartoriale aprendosi fin quasi alla vita; righe e colletti emergono da strati che non hanno nessuna intenzione di stare composti.
È la stessa logica del resto della collezione: vestirsi come dopo una notte particolarmente intensa, magari in un club underground, quando l’ordine del guardaroba interessa molto meno del desiderio. La camicia sopravvive. Ma esce dalla festa decisamente sgualcita e meno rispettabile di come era entrata.
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