Di Patrizia Piccinini
C'è un'Italia parallela, fuori dalla fila per i monumenti. Boschi che minacciano prima di accogliere. Teatri che rifiutano il finale. Tombe che raccontano un matrimonio. Quartieri che hanno dimenticato di essere città. Cinque luoghi, un arco di quattro secoli, la stessa domanda sotto ognuno: cosa succede quando un bisogno privato prende in ostaggio l'architettura?
Si comincia a Bomarzo, tra il 1552 e il 1580. Vicino Orsini, nobile signore del comune in provincia di Viterbo, perde la moglie Giulia Farnese nel 1560. Chiama Pirro Ligorio, lo stesso architetto che completerà San Pietro dopo Michelangelo, e gli affida un bosco: sfingi, un drago in lotta con due leoni, un elefante che stritola un legionario, una bocca d'inferno con un tavolo da pranzo scolpito all'interno. Qui il dolore prende forma attraverso immagini inquietanti e visionarie. Il Sacro Bosco resta nascosto dalla vegetazione per quasi tre secoli.
Nel 1938 Salvador Dalí lo scopre e ne resta affascinato, tanto da tornarci per girare un cortometraggio, dieci anni dopo. Nel 1950 arriva anche Michelangelo Antonioni con La villa dei mostri. Da allora artisti, registi, fotografi e scrittori continuano a cercare qui la stessa cosa: un luogo che sfugge a ogni definizione. Bomarzo racconta una perdita. E forse è proprio per questo che, a quasi cinque secoli di distanza, quei mostri scolpiti nel peperino continuano a parlare a chi li osserva. Ricordano che anche il dolore può diventare paesaggio, memoria, bellezza.
Nel 1867 Ferdinando Panciatichi Ximenes d'Aragona abbandona la vita politica e si ritira nella tenuta di famiglia sulle colline di Reggello, vicino a Firenze. Deputato, botanico e bibliofilo, sceglie di costruire un mondo alternativo a quello che lo ha profondamente deluso. Il progetto era iniziato già nel 1853. Per oltre quarant'anni trasforma una villa cinquecentesca in un palazzo ispirato all'Alhambra di Granada, pur senza copiarla. L'Oriente prende forma attraverso incisioni, libri e suggestioni raccolte nel tempo. Per realizzarlo impiega artigiani toscani e fa costruire persino una fornace all'interno del parco.
Nasce così il Castello di Sammezzano, un unicum in Europa. La Sala dei Pavoni esplode in un intreccio di stucchi e volte policrome che sembrano aprirsi come un ventaglio. Seguono la Sala dei Gigli, la Sala Bianca, la Sala degli Amanti: ambienti dove ogni dettaglio dialoga con il successivo, senza una sola concessione al caso. In una parete nascosta il marchese fa incidere una frase in latino che racconta il suo disincanto verso l'Italia del tempo. Non è destinata ai visitatori, ma a se stesso.
Anche qui una vicenda personale diventa architettura. Ogni arco, ogni motivo geometrico, ogni soffitto appartiene a un unico racconto, costruito come un'autobiografia in forma di palazzo. All'esterno il parco segue la stessa logica. Duecento ettari accolgono alberi provenienti da ogni continente, tra cui una sequoia alta oltre cinquanta metri, una delle più imponenti d'Italia. Dopo la morte del marchese, nel 1897, il castello cambia più volte proprietario, diventa un albergo di lusso, per poi chiudere nel 1990.
Per oltre trent'anni resta sospeso tra aste giudiziarie e restauri mai avviati. Il cinema contribuisce a mantenerne vivo il mito: Matteo Garrone lo sceglie come scenografia principale de Il racconto dei racconti nel 2015 e vi torna nel 2021 con Le Château du Tarot, realizzato per Dior. Nel 2016 gli italiani lo votano tra i Luoghi del Cuore del FAI. Nel 2025 la famiglia Moretti acquista il complesso annunciando un progetto di recupero con museo e struttura ricettiva di alta gamma. Oggi il castello apre solo in rare occasioni. Dal parco si intravedono la facciata e le finestre policrome, come la promessa di un mondo ancora in parte nascosto.
Nel 1957 l'architetto, designer e scenografo Tomaso Buzzi acquista un antico convento francescano a Montegabbione, in provincia di Terni, sorto nel luogo in cui, secondo la tradizione, san Francesco costruì una capanna con la scarza, la pianta palustre che ha dato il nome al luogo. Accanto a quel complesso decide di costruire una città che non è mai esistita. Cita esplicitamente Bomarzo per il gusto del mostruoso e della meraviglia, Villa Adriana per le terme, l'Acropoli per i templi. Non copia: mette in scena epoche diverse sullo stesso palcoscenico.
Se il Sacro Bosco nasce da una ferita privata, la Scarzuola nasce da una visione: entrambe trasformano il paesaggio in un racconto simbolico. Al centro si trova il Theatrum Mundi: una platea semicircolare, un grande occhio scavato nella pietra e, dietro quell'occhio, lo studio privato di Buzzi, costruito per osservare senza essere visto.
Sette teatri, un percorso iniziatico dichiarato e nessun finale. Per oltre vent'anni Buzzi lavora alla Scarzuola come a un'opera in continua trasformazione, lasciandola volutamente incompiuta alla sua morte, nel 1981. È il nipote Marco Solari a proseguirne la costruzione seguendo gli schizzi dello zio e a guidare ancora oggi i visitatori con lo stesso tono provocatorio: "Se siete normali, non venite". Tomaso Buzzi concepisce la Scarzuola come un'autobiografia in forma di architettura.
Ogni edificio allude a un'idea, ogni rovina è una citazione, ogni prospettiva intreccia teatro, alchimia e spiritualità in un racconto aperto. Come a Bomarzo, anche qui l'architettura rinuncia all'ordine per trasformarsi in racconto. Ogni edificio è un simbolo, ogni prospettiva un enigma, ogni salita invita a leggere il paesaggio come un viaggio interiore. La Scarzuola non si attraversa soltanto: si interpreta.
Nel 1955 la pittrice franco-statunitense Niki de Saint Phalle visita il Parco Güell di Gaudí a Barcellona e, come racconterà lei stessa, trema in ogni parte del corpo. Ventiquattro anni dopo, su un terreno donato dai fratelli Carlo e Nicola Caracciolo vicino a Capalbio, comincia a costruire il proprio giardino della gioia. Una visita al Sacro Bosco di Bomarzo rafforza la sua intuizione: se un principe del Cinquecento aveva potuto scolpire nella pietra i propri fantasmi, anche lei poteva dare forma alle proprie visioni, usando specchi, mosaici e colori. Nasce così il Giardino dei Tarocchi, nel comune di Capalbio, in provincia di Grosseto: ventidue arcani maggiori trasformati in sculture monumentali alte fino a quindici metri.
La più grande è l'Imperatrice, una sfinge abitabile dentro cui Niki vive per anni. Un corpo architettonico da attraversare. Dietro di lei emerge la Torre spezzata di Jean Tinguely, compagno e collaboratore dell'artista: qui il colore scompare e resta il movimento meccanico, a evocare la carta del crollo e della trasformazione. Il cantiere dura vent'anni. Niki lo finanzia anche attraverso il successo del profumo Nana, affrontando le conseguenze fisiche del lavoro con il poliestere, un ricovero per un ascesso ai polmoni e un periodo segnato dall'artrite reumatoide che le impedisce persino di camminare. Continua comunque a costruire il suo mondo. Come Bomarzo e la Scarzuola, il Giardino dei Tarocchi nasce dal desiderio di trasformare la vita in un'opera. Qui però il mistero lascia spazio alla gioia: la pietra diventa colore, il labirinto diventa gioco, il giardino diventa un viaggio dentro se stessi.
Nel 1968 muore Giuseppe Brion, fondatore di Brionvega. La moglie Onorina Tomasin affida a Carlo Scarpa il progetto della tomba di famiglia. L'architetto immagina un luogo che supera il concetto tradizionale di sepoltura: un paesaggio dove architettura e natura si incontrano, dove il cemento dialoga con l'acqua, la luce e la vegetazione. Scarpa aveva pensato inizialmente a una grande distesa di cipressi, quasi una foresta della memoria. Da questa intuizione nasce il complesso monumentale Brion ad Altivole, vicino a Treviso, un recinto sacro fatto di geometrie precise e atmosfere sospese.
L'acqua accompagna il percorso, riflette le forme dell'architettura e introduce un elemento di quiete e movimento insieme. Si entra e lo sguardo corre alle due tombe attraverso due anelli intrecciati, uno rosa e uno blu, simbolo di due vite unite. I due sarcofagi, collocati sotto l'arcosolio, sono inclinati leggermente l'uno verso l'altro, come due presenze che continuano a cercarsi anche nella distanza. Attraverso un corridoio stretto e raccolto si raggiunge il tempietto della meditazione, uno spazio intimo affacciato sull'acqua, pensato per fermarsi e contemplare.
Scarpa costruisce così un percorso fatto di attese, soglie e pause. Il Professore, così si faceva chiamare, modifica il progetto fino alla fine, in una ricerca instancabile sul dettaglio: quasi duemila disegni autografi e otto anni di cantiere raccontano il suo lavoro fino all'ultimo dettaglio. Nel 1978 muore in Giappone, a Sendai, dopo una caduta dalle scale. Per sua volontà viene sepolto proprio nel piccolo spazio all'esterno delle mura del complesso Brion, vicino alla sua creazione.
Il memoriale resta privato per decenni, fino al 2022, quando i figli Ennio e Donatella Brion lo donano al FAI, trasformandolo nel settantesimo bene della fondazione. Qui il registro cambia: la ferita genera un legame. Eppure, ancora una volta, l'architettura supera la funzione per cui è nata: una tomba diventa un paesaggio della memoria, un luogo dove il tempo rallenta e il ricordo trova una forma da abitare. In fondo, è questo il filo che unisce Sammezzano a Bomarzo, a La Scarzuola, al Giardino dei Tarocchi e al Memoriale Brion: luoghi nati da un'idea così personale da trasformarsi in un paesaggio che continua a parlare a tutti.
Nel 1946, in una Milano ancora segnata dai bombardamenti, l'ingegnere Mario Cavallè guarda all'architettura americana per trovare una risposta rapida ed economica al bisogno di nuove abitazioni. Nascono così le case igloo della Maggiolina: dodici cupole in mattoni forati, costruite con un sistema semplice e ingegnoso, con elementi disposti a losanga verso il centro della volta. Oggi ne restano otto. Accanto a loro, per un breve periodo, compaiono anche due abitazioni a forma di fungo, ispirate all'Amanita Muscaria, demolite nel 1965. Forme insolite che nascevano da una necessità collettiva e per un'esigenza molto concreta: offrire un tetto sulla testa a chi ricostruiva la propria vita nel dopoguerra.
Eppure, il risultato incontra lo stesso principio che attraversa Bomarzo, la Scarzuola, il Giardino dei Tarocchi e il complesso Brion: quando una funzione cerca una nuova espressione, l'architettura può uscire dagli schemi abituali. Non sorprende che in questo stesso quadrante urbano, nel cuore del Villaggio dei Giornalisti, conviva anche la celebre Villa Figini, sollevata sui suoi piloni di cemento. La Maggiolina resta così un piccolo laboratorio milanese dove case, epoche e idee diverse hanno trovato il modo di stare insieme.
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