Di Giuditta Avellina
Provate per un momento a dimenticare Frida Kahlo. Non i quadri. Proprio Frida: il monociglio diventato logo, i fiori tra i capelli, gli abiti messicani, gli orecchini enormi, le shopper, le cover, le tazze. Dimenticare quella silhouette che oggi riconosciamo prima ancora di ricordare il titolo di un suo dipinto. È forse questo l’esperimento più interessante da fare entrando in Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito, dall’8 ottobre 2026 all’11 gennaio 2027 alla MyOwnGallery di Superstudio Più a Milano.
La mostra, curata da Vittoria Mainoldi, non parte infatti dall’ennesima domanda su quanto Frida abbia sofferto o su quanto abbia amato Diego Rivera. Parte da una questione molto più contemporanea: chi ha inventato l’immagine di Frida Kahlo? La risposta, osservando le fotografie, è affascinante perché non sembra essere soltanto “i fotografi”. In parte, Frida ha inventato Frida.
La cosa più interessante delle fotografie in mostra è forse proprio questa: mostrano una Frida che non è ancora diventata la Frida che conosciamo. Prima che il suo volto venga codificato in una serie di elementi immediatamente riconoscibili, nelle immagini affiora una giovane donna che sperimenta il proprio aspetto, il corpo, gli abiti, perfino il modo di stare davanti all’obiettivo. E poi, progressivamente, qualcosa cambia. L’abbigliamento tradizionale messicano diventa sempre più centrale.
Le acconciature, i gioielli, i tessuti non sembrano semplici dettagli decorativi, ma grammatica visiva. Secondo il percorso curatoriale, Kahlo scelse consapevolmente di indossare costumi tradizionali messicani in controtendenza rispetto alla moda del periodo e intervenne persino sul proprio racconto biografico, arrivando a indicare il 1910 - l’anno d’inizio della Rivoluzione messicana - come proprio anno di nascita, invece del 1907. Oggi lo chiameremmo personal branding. Nel suo caso era qualcosa di più complesso: identità culturale, politica, estetica e autobiografia che finiscono per sovrapporsi.
C’è una fotografia particolarmente interessante anche per chi guarda Frida dal punto di vista della moda. Nel 1937 Toni Frissell la fotografa alla Casa Azul per un servizio commissionato da Vogue sulla moda messicana. Frida posa accanto a una gigantesca agave. Non sembra una modella che indossa un costume folkloristico: sembra quasi appartenere allo stesso paesaggio dell’abito, delle piante, del Messico che ha deciso di rappresentare.
È qui che la mostra diventa più interessante di una semplice galleria di bei ritratti. Perché permette di osservare come nasce una silhouette. Molto prima che stilisti, celeb e moda internazionale trasformassero Kahlo in riferimento estetico, lei aveva già costruito un vocabolario personale talmente preciso da poter essere riconosciuto quasi senza bisogno del volto.
Poi cambiano gli occhi. Nickolas Muray non è soltanto uno dei fotografi che ritraggono Frida: ne è anche l’amante. Nei suoi scatti il colore, lo sguardo, la sensualità costruiscono una Frida diversa. Lucienne Bloch, amica dell’artista e collaboratrice di Rivera, la fotografa invece da una distanza privata. In una delle immagini più vive Frida morde la propria collana. In un’altra Bloch sorprende Frida e Diego mentre si baciano alla New Workers School di New York.
Sono fotografie che interessano proprio perché fanno crollare per qualche secondo il monumento. Non c’è ancora “Frida Kahlo”. C’è una donna che ride, provoca, ama, posa, si lascia sorprendere. La struttura stessa della mostra mette insieme sguardi molto diversi: quello dell’amante, del gallerista, delle amiche, dei grandi fotografi e dei reporter. Frida viene fotografata fin dall’infanzia, anche perché il padre Guillermo era fotografo, costruendo nel tempo un patrimonio visivo eccezionalmente ampio. Ed è quasi inevitabile chiedersi: quanto di ciò che vediamo è spontaneità e quanto messa in scena? Probabilmente entrambe le cose.
Nel 1954, quando Kahlo muore, il New York Times la presenta ancora anche attraverso Diego Rivera. Qualche decennio dopo accade quasi il contrario: è Frida a essere diventata più riconoscibile della maggior parte degli artisti del Novecento. Il suo volto finisce sulle t-shirt, sulle tazze, sui cosmetici, sulle calamite e su una quantità quasi infinita di oggetti. Il paradosso sottolineato dal progetto espositivo è formidabile: per Van Gogh è diventata iconica La notte stellata, per Munch L’Urlo.
Nel caso di Kahlo, a trasformarsi nell’opera più riprodotta è stata lei stessa. Ed è anche per questo che oggi il tema sembra particolarmente attuale. A Londra la Tate Modern sta dedicando nello stesso periodo Frida: The Making of an Icon proprio alla costruzione e all’eredità della sua immagine, fino al 3 gennaio 2027. La domanda, insomma, non è più soltanto perché Frida Kahlo sia diventata famosa. È come abbia fatto un essere umano a diventare un’immagine capace di sopravvivere al proprio corpo. E forse la risposta è nascosta proprio nelle fotografie esposte a Milano: prima ancora che il mondo decidesse come ricordarla, Frida aveva già cominciato a suggerirgli come guardarla.
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