Di Claudia Ricifari
Quando si parla di Keith Haring è difficile che non venga in mente immediatamente una delle tante immagini entrate a far parte della cultura pop. Allo stesso modo dei barattoli o della Marilyn di Andy Warhol. Le opere di Haring si incontrano sulle pareti delle città, sulle t-shirt, sulle copertine, su una quantità pressoché infinita di oggetti. E ovviamente anche nei musei.
Per una parte del pubblico esistono ormai prima ancora (o anche al di là) del nome dell’artista. E questo, per chi dichiarava che "l'arte è di tutti" è forse il successo più grande. La grande mostra che Palazzo Braschi a Roma dedica a Keith Haring dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027 cerca in un certo senso di unire i puntini (metaforicamente) e di mettere insieme tutti i segni che ha lasciato nel tempo con il contesto dal quale provengono.
Oltre 140 le opere e i materiali esposti, in gran parte concessi dalla Nakamura Keith Haring Collection, la più ampia raccolta al mondo dedicata all’artista, insieme a prestiti pubblici e privati. Un percorso che comprende stampe, disegni, opere su carta, poster e sculture, ma anche i Subway Drawings e i pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan. Con un focus insolito: il suo rapporto con l'Italia e in particolare con la capitale.
Dentro questa produzione, che a prima vista conserva ancora oggi una leggerezza quasi immediata, si ritrovano molti dei conflitti dell’America degli anni Ottanta. Haring lavorò sul razzismo, sull’apartheid, sulla diffusione del crack, sulla minaccia nucleare e sull’Aids, mentre parallelamente costruiva un linguaggio destinato a entrare nella cultura popolare con una diffusione difficilmente paragonabile a quella di altri artisti della sua generazione.
Haring arriva in Italia quando la sua carriera internazionale sta ancora prendendo forma. Nel 1983 lavora tra Milano e Napoli, trasformando il flagship store milanese di Fiorucci in una performance pittorica e presentando alla Galleria Lucio Amelio Italia ’83, la sua prima personale nel nostro Paese.
L'anno successivo è a Roma per Arte di Frontiera. New York Graffiti, al Palazzo delle Esposizioni, dove dipinge in poche ore un murale sulla scalinata esterna, oggi perduto. A Palazzo Braschi resta però una testimonianza molto concreta di quella permanenza: una Yamaha dipinta dall'artista proprio nel 1984.
Nel 1989 arriverà poi Tuttomondo, realizzato a Pisa sulla parete del convento di Sant’Antonio Abate e destinato a diventare la sua ultima grande opera pubblica permanente.
Il legame italiano passa anche dalle immagini. Durante i soggiorni romani Haring entra in contatto con l’iconografia cristiana e con il patrimonio artistico della città. Nelle sale dedicate all’immaginario religioso ritornano così il Serpente, la Croce, l’Angelo e la Piramide, insieme alle suggestioni provenienti dall’arte africana, precolombiana e azteca.
Bisogna tornare alla New York dei primi Anni '80, ai club, alla musica e a una scena in cui arti visive, danza e performance si mescolavano continuamente. Haring frequentava luoghi come il Club 57 e il Paradise Garage e lavorava anche a manifesti, scenografie e copertine di dischi.
Ma è nella metropolitana che il suo segno incontra davvero il grande pubblico. Dal 1980 comincia a disegnare con gesso bianco sui pannelli pubblicitari inutilizzati, ricoperti di nero. Lo fa velocemente, davanti ai passeggeri, sapendo che spesso quelle immagini avranno una vita breve.
Nascono così i Subway Drawings, presenti a Palazzo Braschi insieme ai sette pannelli metallici dipinti a spray nel 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan.
Intanto prende forma anche il suo alfabeto: il Bambino Radiante, il Cane, l’Angelo, l’Uomo Alato, il Volto dai Tre Occhi. Poche linee, simboli immediati e riconoscibili che nel 1990 confluiranno nella serie Icons e che ancora oggi bastano, spesso, a identificare Haring senza bisogno di firma.
È forse questo l’aspetto che la popolarità delle sue immagini ha finito maggiormente per mettere in secondo piano. Dietro figure danzanti, corpi, linee e colori accesi ci sono anche apartheid, razzismo, disarmo nucleare, droga, violenza e prevenzione dell’Aids.
Una sezione della mostra riunisce lavori come Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex!, insieme ai poster che Haring utilizzava come veri strumenti di comunicazione. Ne realizzò più di cento nel corso della sua vita, perché erano economici, riproducibili e potenti nell'impatto. Anche quando il messaggio diventava politico, però, Haring continuava a utilizzare quel tratto immediato che aveva ormai reso il suo lavoro riconoscibile e accessibile a un pubblico enorme.
Keith Haring visse apertamente la propria omosessualità negli anni in cui l’Aids stava colpendo duramente la comunità gay americana. Corpo, desiderio e sessualità diventano quindi una parte importante anche del percorso romano.
Nella sezione Radiant Eros – Celebrare la vita ci sono cinque Untitled del 1983 realizzati con pigmenti fluorescenti e colori Day-Glo, le tavole Bad Boys e il grande Untitled del 1984. Opere piene di movimento e vitalità, nate però dentro un clima segnato dalla paura e dalla stigmatizzazione.
La prevenzione entra direttamente anche nei suoi poster, da Safe Sex! ai lavori per ACT-UP e per la AIDS Hotline.
Negli ultimi anni si fa invece più presente il tema della morte. Apocalypse, realizzato nel 1988 a partire dai testi di William S. Burroughs, comprende 22 litografie attraversate da immagini di caos e distruzione. Due anni dopo arriva Altarpiece: The Life of Christ, una pala d’altare dedicata alla sofferenza, alla fede e alla trascendenza. A Palazzo Braschi è collocata nella cappella.
Haring morì il 16 febbraio 1990, a 31 anni, proprio per complicazioni legate all’Aids.
La parte finale della mostra torna a quell'idea che ha attraversato tutta la carriera di Haring: portare l’arte fuori dai luoghi ad essa preposti, con l'intento di raggiungere persone che, altrimenti, non le avrebbero mai viste perché difficilmente sarebbero mai entrate in un museo.
E quindi i progetti per biblioteche e ospedali, i materiali legati a Luna Luna e il Mural for the Mount Sinai Hospital, realizzato per i bambini.
È anche uno dei motivi per cui oggi le sue immagini sono così familiari. Forse persino troppo.
La mostra di Palazzo Braschi prova a ricostruire, quindi, un racconto a 360 gradi del lavoro di Keith Haring e della sua idea di arte. Tutto quello che c'è dietro quei pochi segni che, a quasi quarant'anni di distanza, continuiamo a riconoscere al primo sguardo.
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