Scopri Infinity+
Corporate
lifestyle10 ottobre 2026

Keith Haring a Roma: chi era l'artista oltre le icone pop

Dai Subway Drawings ai lavori politici, fino alle immagini segnate dall’Aids e dalla consapevolezza della morte: al Museo di Roma, Palazzo Braschi ricostruisce il mondo di Keith Haring e il suo legame speciale con l’Italia
Condividi:

Di Claudia Ricifari

Keith Haring Icons © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection 800 - Courtesy Press Office
Keith Haring Icons © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection 800 - Courtesy Press Office

Quando si parla di Keith Haring è difficile che non venga in mente immediatamente una delle tante immagini entrate a far parte della cultura pop. Allo stesso modo dei barattoli o della Marilyn di Andy Warhol. Le opere di Haring si incontrano sulle pareti delle città, sulle t-shirt, sulle copertine, su una quantità pressoché infinita di oggetti. E ovviamente anche nei musei.

Per una parte del pubblico esistono ormai prima ancora (o anche al di là) del nome dell’artista. E questo, per chi dichiarava che "l'arte è di tutti" è forse il successo più grande. La grande mostra che Palazzo Braschi a Roma dedica a Keith Haring dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027 cerca in un certo senso di unire i puntini (metaforicamente) e di mettere insieme tutti i segni che ha lasciato nel tempo con il contesto dal quale provengono.

Keith Haring Icons © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection 800 - Courtesy Press Office
Keith Haring Icons © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection 800 - Courtesy Press Office

Oltre 140 le opere e i materiali esposti, in gran parte concessi dalla Nakamura Keith Haring Collection, la più ampia raccolta al mondo dedicata all’artista, insieme a prestiti pubblici e privati. Un percorso che comprende stampe, disegni, opere su carta, poster e sculture, ma anche i Subway Drawings e i pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan. Con un focus insolito: il suo rapporto con l'Italia e in particolare con la capitale.

Dentro questa produzione, che a prima vista conserva ancora oggi una leggerezza quasi immediata, si ritrovano molti dei conflitti dell’America degli anni Ottanta. Haring lavorò sul razzismo, sull’apartheid, sulla diffusione del crack, sulla minaccia nucleare e sull’Aids, mentre parallelamente costruiva un linguaggio destinato a entrare nella cultura popolare con una diffusione difficilmente paragonabile a quella di altri artisti della sua generazione.

Keith Haring e l’Italia

Haring arriva in Italia quando la sua carriera internazionale sta ancora prendendo forma. Nel 1983 lavora tra Milano e Napoli, trasformando il flagship store milanese di Fiorucci in una performance pittorica e presentando alla Galleria Lucio Amelio Italia ’83, la sua prima personale nel nostro Paese.

L'anno successivo è a Roma per Arte di Frontiera. New York Graffiti, al Palazzo delle Esposizioni, dove dipinge in poche ore un murale sulla scalinata esterna, oggi perduto. A Palazzo Braschi resta però una testimonianza molto concreta di quella permanenza: una Yamaha dipinta dall'artista proprio nel 1984.

Nel 1989 arriverà poi Tuttomondo, realizzato a Pisa sulla parete del convento di Sant’Antonio Abate e destinato a diventare la sua ultima grande opera pubblica permanente.

Keith Haring Icons Icone 1990 Serigrafia su carta con goffratura 53,5 × 63,5 cm © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
Keith Haring Icons Icone 1990 Serigrafia su carta con goffratura 53,5 × 63,5 cm © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection

Il legame italiano passa anche dalle immagini. Durante i soggiorni romani Haring entra in contatto con l’iconografia cristiana e con il patrimonio artistico della città. Nelle sale dedicate all’immaginario religioso ritornano così il Serpente, la Croce, l’Angelo e la Piramide, insieme alle suggestioni provenienti dall’arte africana, precolombiana e azteca.

I disegni nella metropolitana di New York

Bisogna tornare alla New York dei primi Anni '80, ai club, alla musica e a una scena in cui arti visive, danza e performance si mescolavano continuamente. Haring frequentava luoghi come il Club 57 e il Paradise Garage e lavorava anche a manifesti, scenografie e copertine di dischi.

Ma è nella metropolitana che il suo segno incontra davvero il grande pubblico. Dal 1980 comincia a disegnare con gesso bianco sui pannelli pubblicitari inutilizzati, ricoperti di nero. Lo fa velocemente, davanti ai passeggeri, sapendo che spesso quelle immagini avranno una vita breve.

Makoto Murata 1983 Photo by © Makoto Murata Keith Haring artwork © Keith Haring Foundation
Makoto Murata 1983 Photo by © Makoto Murata Keith Haring artwork © Keith Haring Foundation

Nascono così i Subway Drawings, presenti a Palazzo Braschi insieme ai sette pannelli metallici dipinti a spray nel 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan.

Intanto prende forma anche il suo alfabeto: il Bambino Radiante, il Cane, l’Angelo, l’Uomo Alato, il Volto dai Tre Occhi. Poche linee, simboli immediati e riconoscibili che nel 1990 confluiranno nella serie Icons e che ancora oggi bastano, spesso, a identificare Haring senza bisogno di firma.

Keith Haring tra arte e impegno politico

È forse questo l’aspetto che la popolarità delle sue immagini ha finito maggiormente per mettere in secondo piano. Dietro figure danzanti, corpi, linee e colori accesi ci sono anche apartheid, razzismo, disarmo nucleare, droga, violenza e prevenzione dell’Aids.

Keith Haring Poster for National Coming Out Day. Manifesto per la Giornata nazionale del Coming Out 101,4 × 76,2 cm © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
Keith Haring Poster for National Coming Out Day. Manifesto per la Giornata nazionale del Coming Out 101,4 × 76,2 cm © Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection

Una sezione della mostra riunisce lavori come Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex!, insieme ai poster che Haring utilizzava come veri strumenti di comunicazione. Ne realizzò più di cento nel corso della sua vita, perché erano economici, riproducibili e potenti nell'impatto. Anche quando il messaggio diventava politico, però, Haring continuava a utilizzare quel tratto immediato che aveva ormai reso il suo lavoro riconoscibile e accessibile a un pubblico enorme.

Il corpo, il desiderio e gli anni dell’Aids

Keith Haring visse apertamente la propria omosessualità negli anni in cui l’Aids stava colpendo duramente la comunità gay americana. Corpo, desiderio e sessualità diventano quindi una parte importante anche del percorso romano.

Nella sezione Radiant Eros – Celebrare la vita ci sono cinque Untitled del 1983 realizzati con pigmenti fluorescenti e colori Day-Glo, le tavole Bad Boys e il grande Untitled del 1984. Opere piene di movimento e vitalità, nate però dentro un clima segnato dalla paura e dalla stigmatizzazione.

Keith Haring Untitled Senza titolo, 1983. Acrilico su tela 228,5 x 1,68 x 3 cm. Museo della Reggia di Caserta © Keith Haring Foundation - Courtesy Press Office
Keith Haring Untitled Senza titolo, 1983. Acrilico su tela 228,5 x 1,68 x 3 cm. Museo della Reggia di Caserta © Keith Haring Foundation - Courtesy Press Office

La prevenzione entra direttamente anche nei suoi poster, da Safe Sex! ai lavori per ACT-UP e per la AIDS Hotline.

Negli ultimi anni si fa invece più presente il tema della morte. Apocalypse, realizzato nel 1988 a partire dai testi di William S. Burroughs, comprende 22 litografie attraversate da immagini di caos e distruzione. Due anni dopo arriva Altarpiece: The Life of Christ, una pala d’altare dedicata alla sofferenza, alla fede e alla trascendenza. A Palazzo Braschi è collocata nella cappella.

Haring morì il 16 febbraio 1990, a 31 anni, proprio per complicazioni legate all’Aids.

L’arte come spazio pubblico

La parte finale della mostra torna a quell'idea che ha attraversato tutta la carriera di Haring: portare l’arte fuori dai luoghi ad essa preposti, con l'intento di raggiungere persone che, altrimenti, non le avrebbero mai viste perché difficilmente sarebbero mai entrate in un museo.

E quindi i progetti per biblioteche e ospedali, i materiali legati a Luna Luna e il Mural for the Mount Sinai Hospital, realizzato per i bambini.

È anche uno dei motivi per cui oggi le sue immagini sono così familiari. Forse persino troppo.

Keith HaringIcons© Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection 800 - Courtesy Press Office
Keith HaringIcons© Keith Haring Foundation Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection 800 - Courtesy Press Office

La mostra di Palazzo Braschi prova a ricostruire, quindi, un racconto a 360 gradi del lavoro di Keith Haring e della sua idea di arte. Tutto quello che c'è dietro quei pochi segni che, a quasi quarant'anni di distanza, continuiamo a riconoscere al primo sguardo.

Leggi anche:

Da Milano da bere a Milano glamour: la rivoluzione tra celeb e lusso

Biennale Musica 2026 a Venezia, biglietto per l'inaspettato

Contenuti consigliati