Di Serena Savardi
Dopo appena sedici mesi, due sfilate prêt-à-porter e una collezione Haute Couture, il 5 novembre Pierpaolo Piccioli ha ufficializzato il suo addio a Balenciaga.
Una rottura preceduta da settimane di rumor le cui origini - legate a un gruppo già in difficoltà - risiedono in uno scontro di visione che ha logorato prematuramente i vertici della maison. Da un lato c’è stata la volontà del couturier italiano, forte di 25 anni di esperienza positiva da Valentino, di valorizzare l’heritage della maison e di connetterla alle origini couture e allo spirito del suo fondatore; dall’altro quella di Luca De Meo, amministratore delegato di Kering, grande uomo di numeri cresciuto nel settore automobilistico, di trasformare Balenciaga nella porta d’accesso al mondo del lusso per la Gen Z. “Pierpaolo è uno straordinario couturier e un talento creativo per il quale nutriamo la più profonda stima. La nostra ambizione - ha affermato De Meo - è portare avanti lo spirito d'avanguardia di Balenciaga, valorizzarne l'eccezionale eredità e continuare a superare i confini della creatività, rafforzando il ruolo della Maison come punto di riferimento autorevole e rilevante nel panorama culturale e creativo contemporaneo.”
La divergenza si è rivelata evidentemente inconciliabile per lo stilista di Nettuno, che ha dichiarato sui suoi social: “La couture è un modo di pensare, una prospettiva da cui scegliere di guardare […] richiede tempo e attenzione; esige convinzione e coraggio. È dove ho sempre desiderato essere, è il luogo che ho scelto di abitare. È il mio modo di intendere questa professione: non solo un look, ma un gesto; non soltanto una silhouette, ma una mano sapiente, una prospettiva e un punto di vista da cui osservare paesaggi immaginati […] Abbiamo creduto in un sogno. […] Eppure, la vita è un viaggio e ogni capitolo esiste per lasciare il posto a quello successivo. […] La nostra identità e i nostri valori sono le uniche cose che possediamo realmente.”
Parole che hanno commosso il web e hanno anticipato la nomina, il 6 novembre, di Martine Rose, la stilista londinese che si è fatta largo nel settore grazie a un’estetica che mescola sportswear, sartorialità e riferimenti underground e che già nel 2015, per volontà del predecessore di Piccioli, Demna, ha collaborato come consulente per la maison.
Non sono mancati i saluti di rito della maison: “Siamo profondamente grati a Pierpaolo per il contributo apportato a Balenciaga. Attraverso la sua visione, ha riaffermato le origini couture della Maison portando il suo approccio distintivo all’artigianalità, alla costruzione del capo e alla creatività. Desidero ringraziarlo sinceramente per la sua dedizione, generosità e spirito di collaborazione dimostrati” ha affermato Gianfranco Gianangeli, Presidente e Amministratore Delegato di Balenciaga.
Ma cosa ci racconta quest’ennesimo “divorzio”? Perché i direttori creativi durano sempre meno? E come sta reagendo il pubblico a questo incessante turnover ai vertici della moda?
Tra addii da standing ovation, rotture clamorose e successioni che fanno discutere, la moda, da qualche tempo, ci sta facendo vivere colpi di scena degni di una serie tv. Così, viaggiando tra Parigi, Milano e Londra, in questa puntata di Bermuda ripercorriamo le separazioni che hanno segnato la storia della moda, dalle più glamour alle più burrascose, cercando di capire quali sono le ragioni all’origine delle più recenti turbolenze.
Perché dietro ogni cambio al vertice ci sono bilanci, aspettative, ritmi sempre più incalzanti e prezzi troppo alti, consegnandoci il ritratto di un settore che, forse, non lascia più al suo pubblico il tempo di innamorarsi veramente.
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