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lifestyle05 novembre 2026

La GenZ si è inventata un nuovo lavoro con il reselling (e frutta moltissimo)

Il reselling su Vinted e sulle altre piattaforme online è diventato a tutti gli effetti un business per le nuove generazioni e il giro d'affari sembra essere destinato a crescere ancora
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Di Claudia Ricifari

Credits Getty Images
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Vendere online è diventato un business. Soprattutto per i giovanissimi. Non parliamo di e-commerce che soppiantano il retail, ma di Vinted, Depop e di tutte quelle piattaforme di reselling che negli anni hanno visto crescere vertiginosamente i loro numeri e che – oggi – rappresentano per la GenZ un vero e proprio lavoro.

Attualmente, la dimensione del mercato del resale è stimata tra i 210 e i 220 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 360 miliardi di dollari entro il 2030 (fonte: BCG). I dati mostrano che sta crescendo tre volte più velocemente rispetto al settore della moda di prima mano, con categorie di alto valore come borse e gioielli che alimentano la crescita. Tutti conosciamo questi siti: si scatta qualche foto a dei capi o oggetti che non si usano più, si stabilisce un prezzo e si caricano online gli annunci.

Evan, giovane ventenne britannico intervistato dalla CNN, ha svelato di essere arrivato a guadagnare, già quando aveva 16 anni, più di 10mila euro al mese. Quando ha iniziato – a 15 anni – i suoi stessi coetanei lo prendevano in giro: "ma vendi vestiti vecchi e sudati?". Oggi è uno dei più grandi rivenditori professionisti a tempo pieno su Vinted nel Regno Unito.

Per farlo, però, non bastano gli abiti che non si usano più. Ed è qui che salta fuori un mondo, fatto di merce acquistata in stock, corsi e vere e proprie strategie di vendita.

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Come funziona il mercato del second hand online

La versione più soft di questo mercato parallelo è quella che vede alcune persone vendere per conto terzi: l'amico che ha più recensioni e un gran numero di transazioni, ha più probabilità di essere notato e spinto all'algoritmo e quindi accetta di vendere capi anche non suoi, trattenendo poi una percentuale. Insomma, un po' la versione digitale di quello che già facevano i mercatini delle pulci. Ma il vero business è fatto di numeri ben più alti.

Su Business Insider, un altro giovane diciassettenne, Morgan Purnell, ha raccontato di aver scoperto un sito in cui acquistare accessori e capi vintage su larga scala. Un esempio? Con meno di 250 euro ha comprato 50 kg di pantaloni Ralph Lauren. Purnell ha documentato il suo percorso su TikTok e oggi viene considerato a tutti gli effetti un hub logistico di fornitori esterni. La stessa strategia utilizzata da Evan, che online compra in stock cappellini il cui costo singolo corrispondeva a poco più di un euro e che lui rivendeva a 5, 6 euro.

Testimonianze che dimostrano come la rivendita su Vinted, Vestiaire Collective o Depop non può più essere considerata solo come decluttering, né come un'attività secondaria. Evan spiega che quotidianamente carica online 30-40 articoli, per tenere continuamente aggiornato con prodotti nuovi il suo account. Risultato: guadagni per centinaia di migliaia di euro, tanto da potersi permettere auto, viaggi e vacanze di lusso.

Ci sono interi tutorial su YouTube TikTok o addirittura siti come Udemy, che vendono corsi specifici per insegnare a rivendere in modo professionale (da come reperire i prodotti fino ai modi migliori per costruire rapporti con i fornitori all'ingrosso). Insomma, una vera filiera.

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Vendere su Vinted o Depop vale come un lavoro

Si spiega, quindi, anche il risultato di una ricerca effettuata dal marketplace Depop e condivisa in esclusiva con il magazine Fortune, secondo la quale il 71% dei venditori della GenZ ha dichiarato che la rivendita online ha insegnato loro pratiche d'impresa ben superiori rispetto a quelle ricevute con l'istruzione formale.

Non solo. Dalla stessa ricerca emerge che l'85% dei responsabili delle assunzioni delle aziende consultate sostiene che i candidati in possesso di questo genere di esperienze dovrebbe inserirlo in curriculum e che a parità di qualifiche, propenderebbero per loro rispetto a un candidato che non le possieda.

Consumatori-mercanti: una nuova forma di imprenditorialità

C'è chi ha provato a dare una definizione di questo nuovo business. Ed è Elodie Juge, docente all'Università di Lille, esperta di scienze gestionali e autrice di una tesi proprio sull'imprenditorialità sulle piattaforme di abbigliamento usato: “Questa piattaforma (Vinted, ndr) coinvolge la stragrande maggioranza degli utenti in un sistema neoliberale in cui i consumatori comprano per vendere. Sono consumatori-mercanti”.

A facilitare e alimentare la pratica e la circolarità di questo nuovo mercato è stato sicuramente anche il clima culturale degli ultimi anni. Secondo i dati diffusi dal marketplace di lusso second hand TheRealReal nel Resale Report 2026, di cui la metà dei clienti è composta da Millennial e GenZ, la domanda di articoli vintage sulla piattaforma è cresciuta del 43% dal 2020 e che il 47% dei consumatori considera il potenziale valore di vendita di un prodotto prima di acquistarlo.

Il cortocircuito e le zone d'ombra

Tutti questi siti, da Vinted a Vestiaire Collective, da Depop a TheRealReal, sono nati come spazi per consumatori e venditori non professionisti. Ma come spesso accade con la digital economy, il successo di un'idea tende poi a cambiarne l'utilizzo. Un po' come avvenuto per Airbnb, che in origine nasceva per consentire a chi aveva una camera in più in casa di ospitare qualcuno a prezzi accessibili e che oggi è diventato un business da arginare, o – perlomeno – da tenere sotto controllo per prevederne certe derive.

Attualmente, nell'annuncio di un capo online non è obbligatorio specificare la provenienza (se dall'armadio di chi lo vende, da uno stock all'ingrosso o da una svendita). A livello fiscale esiste una Direttiva UE (la DAC7, del 2021), recepita anche nel nostro Paese, che impone ai gestori di piattaforme digitali di raccogliere e comunicare alle autorità fiscali i dati sui ricavi dei venditori. Ma è un monitoraggio che arriva direttamente alle autorità fiscali, per chi acquista è quasi impossibile distinguere tra un venditore professionista e un utente che svuota l'armadio o aiuta amici e parenti a fare decluttering.

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