Di Giuditta Avellina
Freddie Mercury avrebbe compiuto 80 anni il 5 settembre. E il Victoria and Albert Museum di Londra ha scelto di celebrarlo partendo da ciò che, insieme alla voce, ha costruito più di ogni altra cosa il suo mito: l’immagine. Dal 24 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, al V&A South Kensington di Cromwell Road, “Freddie Mercury. Splendid Things” porterà nel museo otto look che attraversano la carriera del cantante dagli Anni '70 agli '80. Non una mostra tradizionale, ma un percorso gratuito articolato in sei tappe, sviluppato insieme a Mary Austin, amica, ex compagna e per decenni una delle persone più vicine a Mercury, che presta sette degli otto look esposti.
A firmare l’allestimento è lo scenografo Tom Piper: ogni costume sarà inserito in dialogo con le collezioni e gli spazi del museo, con interventi di luce, suono e scenografia. Catsuit, mantelli, tailoring, costumi di scena: un guardaroba in cui il glam incontra il balletto, il military il camp, la sartoria il puro spettacolo. E soprattutto vestiti che Mercury non considerava mai un elemento accessorio, ma parte della performance, pensati per essere riconoscibili. Tre dei look che abbiamo scelto saranno realmente esposti a Londra: il Mercury Wing legato all’era di Bohemian Rhapsody, il costume monumentale di Made in Heaven e la corona con mantello del Magic Tour. A questi ne affianchiamo due che appartengono allo stesso archivio visivo e restano tra le immagini più forti della sua carriera: il drag di I Want to Break Free e il completo rosa di The Great Pretender.
Nel 1975 Freddie Mercury arriva dalla designer Wendy de Smet con un disegno a matita. Vuole un catsuit bianco in stretch satin, aderente fino quasi a diventare una seconda pelle, con scollo molto profondo e pantaloni leggermente svasati. Ha già un'immagine abbastanza precisa nella testa: una creatura quasi mitologica, più vicina a un personaggio fantastico che alla classica rockstar degli Anni '70. Dietro quell'idea c'è anche un riferimento sorprendente. Mercury guarda a The Fairy Feller's Master-Stroke, il dipinto visionario del pittore vittoriano Richard Dadd che aveva già ispirato l'omonima canzone dei Queen. Vuole apparire come una sorta di divinità mercuriale.
De Smet traduce l'intuizione in moda: aggiunge pannelli trapuntati a forma di piume alle maniche e alle gambe e costruisce un piccolo bolero che, una volta aperte le braccia, diventa letteralmente un paio d'ali. Mercury, però, non è un cliente che ordina e aspetta. Compra personalmente il tessuto e interviene sulla costruzione: Wendy de Smet ha raccontato che fu lui stesso a cucire alla tuta alcuni pannelli delle gambe e le staffe sotto i piedi. Il dettaglio dice molto del suo rapporto con la moda. I costumi non gli venivano semplicemente messi addosso: il cantante partecipava alla loro costruzione e li modificava in funzione di come voleva muoversi sul palco. Uno degli esemplari viene indossato nel video promozionale di Bohemian Rhapsody e durante il tour di A Night at the Opera del 1975-76. Esisteva anche il suo negativo: per la seconda parte dei concerti Mercury passava dal bianco ai catsuit neri della cosiddetta “Black Queen”, trasformando attraverso il costume la contrapposizione fra luce e oscurità già presente nell'immaginario dei primi Queen.
Il V&A mette il Mercury Wing all'inizio della storia per una ragione. Prima dei baffi, delle canotte e della fisicità quasi atletica degli Anni '80, Mercury aveva già compreso una regola fondamentale dello spettacolo: la silhouette deve essere leggibile prima ancora dei dettagli.
Dieci anni dopo, la scala è completamente cambiata. Per il video solista di Made in Heaven, nel 1985, Diana Moseley disegna un costume che sembra pensato più per una produzione operistica che per un videoclip: corpetto asimmetrico in vinile nero, leggings rossi attraversati da applicazioni nere e soprattutto un lunghissimo mantello in seta Habutai rossa. A realizzarlo è Ken White. Il riferimento al balletto non è casuale. Mercury ne è appassionato da anni: il 7 ottobre 1979 si era persino esibito al London Coliseum in occasione di un gala del Royal Ballet, con una coreografia preparata per lui da Wayne Eagling.
In Made in Heaven quella fascinazione diventa scenografia. Le suggestioni vanno da Dante's Inferno alla Sagra della primavera di Stravinsky. David Mallet gira il video in un enorme magazzino nel nord di Londra trasformato in spazio teatrale. Mercury appare sopra una gigantesca struttura, assicurato con cavi di sicurezza. Sotto di lui il set si apre fino a rivelare un globo che ruota. È qui che si capisce la funzione del costume. Il mantello non serve a completare il vestito: serve a moltiplicare il corpo. Mercury lo apre, lo trascina, lo lascia gonfiare e diventare parte della coreografia. Rosso contro nero, tessuto contro pelle, volume contro silhouette. È uno dei look che saranno esposti in “Splendid Things” e il V&A lo ha scelto anche come immagine di lancio della mostra. Difficile trovare una fotografia che riassuma meglio il suo modo di pensare la moda: non qualcosa da guardare, ma qualcosa con cui occupare lo spazio.
Nel 1986 Mercury porta alle estreme conseguenze un gioco iniziato già nel nome della band: se loro sono i Queen, lui può tranquillamente diventare il re. Durante il Magic Tour chiede a Diana Moseley una corona e un mantello per il finale dei concerti. Non una parodia minimalista della regalità: vuole qualcosa che funzioni davvero a distanza, davanti alle folle degli stadi europei. La corona riprende la forma della St Edward's Crown della monarchia britannica, naturalmente reinterpretata con metallo dorato, pietre finte, velluto e finto ermellino.
Il mantello guarda invece alle grandi vesti imperiali e all'immaginario dell'incoronazione napoleonica. È realizzato in velluto rosso scuro, foderato in satin cremisi e ricoperto di fleurs-de-lis e passamaneria dorata. Misura 327 centimetri. Mercury lo indossa alla fine dei concerti del Magic Tour mentre Brian May esegue God Save the Queen. Il gesto contiene tutto: patriottismo trasformato in spettacolo, monarchia trasformata in camp, autocelebrazione e ironia nello stesso momento. Il 9 agosto 1986, a Knebworth, quella scena acquista involontariamente un altro significato. È l'ultimo concerto di Freddie Mercury con i Queen.
Dopo We Are the Champions torna sul palco in mantello e corona per l'ultima volta davanti al pubblico della band. Oggi quell'insieme è probabilmente l'oggetto che più immediatamente identifica la mitologia di Mercury e sarà uno dei pezzi centrali del percorso del V&A.
Nel 1984, invece, bastano pochi secondi e un'aspirapolvere. Nel video di I Want to Break Free i Queen decidono di giocare con uno dei generi più britannici possibili: la soap opera. Il riferimento è Coronation Street e tutti e quattro i componenti della band interpretano personaggi femminili. Brian May ha bigodini e pantofole, John Deacon assume l'aspetto di una signora anziana, Roger Taylor diventa una scolaretta.
Mercury entra in scena con parrucca scura, grandi orecchini rosa, top aderente, gonna di pelle, calze nere e décolleté. E soprattutto tiene i baffi. È probabilmente il dettaglio che ha fatto fissare meglio l'intera immagine. Non c'è un vero tentativo di cancellare il maschile per costruire il femminile: i due codici vengono deliberatamente lasciati nello stesso fotogramma. Mercury non vuole trasformarsi in una donna credibile. Vuole essere Freddie Mercury vestito da donna.
In Gran Bretagna la parodia televisiva era immediatamente leggibile; negli Stati Uniti molto meno. Il video incontrò forti resistenze nella programmazione di MTV e Roger Taylor avrebbe in seguito collegato quella reazione alle difficoltà incontrate dai Queen sul mercato americano negli Anni '80. Quarant'anni dopo, la parte più interessante non è lo scandalo. È quanto poco il look abbia bisogno di essere spiegato. Mercury attraversa categorie che in quel momento il rock tendeva ancora a tenere separate: maschile e femminile, macho e camp, desiderabilità e comicità. E lo fa continuando a passare l'aspirapolvere.
Nel 1987 il rosa torna, ma dalla parte opposta dello spettro. Per The Great Pretender, Diana Moseley sceglie da John Lewis un dupion di seta rosa pallido e affida a David Chambers la realizzazione di un completo sartoriale. La giacca è doppiopetto a sei bottoni, con pantaloni a piega; sotto Mercury indossa una camicia western in satin color melanzana con dettagli pesca. Quando Moseley vede il risultato rimane sorpresa: Chambers ha utilizzato il lato lucido del dupion invece di quello opaco che lei immaginava. Davanti alla macchina da presa, però, capisce che aveva funzionato. Ed è forse il dettaglio meno interessante del video.
The Great Pretender è infatti un piccolo trattato sull'immagine di Freddie Mercury costruito da Freddie Mercury stesso. Il videoclip diretto da David Mallet rimette in scena alcune delle sue incarnazioni precedenti: Bohemian Rhapsody, I Want to Break Free, Radio Ga Ga, It's a Hard Life, I Was Born to Love You, Made in Heaven, Crazy Little Thing Called Love. Intorno a lui compaiono persino sagome a grandezza naturale dei Freddie del passato. Il titolo della canzone diventa così quasi autobiografico.
Londra non è l'unica città a festeggiarlo. Proprio nei giorni del suo ottantesimo compleanno, dal 2 al 6 settembre 2026, Montreux dedica a Mercury un'edizione speciale dei Freddie Days, che quest'anno celebrano anche i trent'anni della celebre statua affacciata sul lago. All'Hôtel Helvétie della cittadina svizzera diventata punto di ritrovo per i fan di tutto il mondo va in scena “Queen and Freddie Mercury: Two Photographers, Two Perspectives”, mostra fotografica che accosta due punti di vista opposti e complementari sulla band.
Da una parte Denis O’Regan, fotografo ufficiale dei Queen in tour, che li ha immortalati sul palco e dietro le quinte; dall'altra Ben Perea, che fotografava i concerti dal pubblico e poteva così catturare momenti raramente documentati dai fotografi ufficiali. C'è anche un piccolo pezzo di storia da vedere e, eccezionalmente, da tenere tra le mani. Fino al 6 settembre, durante la White Glove Experience, i visitatori potranno infatti maneggiare, indossando guanti da museo, una fascia originale indossata sul palco da Freddie Mercury. Un'altra tappa di un 2026 che, a ottant'anni dalla nascita di Freddie Mercury, dimostra quanto la sua immagine continui a vivere ben oltre il palco.
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