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living08 maggio 2026

Il Diavolo veste Prada 2: il significato simbolico del cibo nel film

Dal celebre baccalà mantecato di Nigel ai dolci di Lady Gaga: ecco come il cibo ne 'Il Diavolo veste Prada' diventa un linguaggio di potere, moda e trasformazione
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Di Barbara Giglioli

Meryl Streep in una scena del film “Il Diavolo Veste Prada 2” - Courtesy Press Office
Meryl Streep in una scena del film “Il Diavolo Veste Prada 2” - Courtesy Press Office

Ci sono film che si ricordano per una battuta, altri per un abito. E poi ci sono quelli che, senza dichiararlo, costruiscono un immaginario anche attraverso il cibo. Il Diavolo veste Prada 2 (qui la nostra recensione) è uno di questi: un racconto di potere, estetica e disciplina dove anche ciò che si mangia, o si rifiuta di mangiare, diventa linguaggio.

Non è un caso che sia Stanley Tucci, nel ruolo di Nigel, a parlare di una delle ricette iconiche della gastronomia italiana: il baccalà mantecato. Non una preparazione milanese, come è invece convinta Andy (Anne Hathaway). È un altrove che irrompe nel cuore della città della moda, il baccalà, montato fino a diventare crema, è trasformazione pura: come la protagonista, che impara a stare in equilibrio tra sostanza e superficie, tra ciò che è e ciò che deve sembrare.

Milano e il cibo de Il Diavolo veste Prada

Nonostante il piatto tutt’altro che meneghino, Milano, però, resta sempre lì, a fare da scenografia concreta. Tra le riprese si intravede il Salumaio di Montenapoleone, luogo quasi sospeso tra artigianalità e lusso, dove il gesto antico convive con l’ossessione per l’immagine. È lì che il mondo reale sfiora quello patinato: accanto a Emily, presenza nervosa e affilata, compare Donatella Versace. Stesso tavolo, stessa condivisione.

Ma non solo il pranzo nel Quadrilatero della Moda di Milano è al centro della scena, anche la cena. Quella che non vediamo davvero, ma che pesa come una dichiarazione di intenti: l’invito con Tom Ford al Ristorante Giacomo. Un luogo simbolo, dove Milano si racconta attraverso una cucina che è insieme tradizione e rappresentazione.

All’opposto, c’è ciò che non viene concesso. Un bicchiere di champagne negato in economy durante un volo per Miranda Priestly. Un dettaglio minimo, quasi invisibile, che però definisce una gerarchia con precisione chirurgica. Nel suo mondo non esistono mezze misure: o sei dentro, o resti a guardare.

E poi ci sono i dettagli che addolciscono la grammatica del film. A strappare un sorriso è un’insolita Emily che, parlando con Andy, si lascia sfuggire una frase destinata a diventare cult: “Lo sai che i carboidrati condivisi non hanno calorie?”. Un’ironia fulminea, sospesa tra leggerezza e ossessione.

Emily Blunt in una scena del film “Il Diavolo Veste Prada 2" - Courtesy Press Office
Emily Blunt in una scena del film “Il Diavolo Veste Prada 2" - Courtesy Press Office

Il Diavolo veste Prada (e mangia dolci italiani)

E poi c’è il lavoro invisibile della materia dolce, dove il cinema incontra l’artigianato. Per le riprese del film è stato coinvolto il pasticcere Adolfo Stefanelli, dell’omonima pasticceria, selezionato tra le eccellenze milanesi. Al centro la torta Vela: frolla alle mandorle, pralinato di nocciole piemontesi, ganache al cioccolato fondente e sottili lamine che si alzano come strutture leggere, ispirate a un’esperienza reale su un veliero. Un dessert che diventa architettura, movimento, memoria… e assolutamente “di moda”.

Accanto a questa creazione, una serie di dolci pensati per resistere al cinema prima ancora che al gusto: monoporzione al mango, bavarese alla vaniglia violacea scelta da Meryl Streep, sfere ai lamponi e cioccolatini apprezzati anche da Lady Gaga. Dessert costruiti per restare perfetti sotto le luci, anche a costo di sacrificare la fragilità che normalmente appartiene alla pasticceria.

E intanto, fuori dal set, il racconto del gusto continua a intrecciarsi con i suoi codici. Anche nel nuovo immaginario legato al film torna la stessa logica di trasformazione: la moda che assorbe tutto, persino il rito del cinema, fino a reinventarlo. Emblematica è la borsa porta popcorn da 79 euro, oggetto che ribalta completamente il gesto più semplice della sala: lo snack diventa accessorio, il contenitore diventa segno, il quotidiano diventa feticcio. Un piccolo cortocircuito perfettamente coerente con un sistema che non distingue più tra funzione e finzione.

Stanley Tucci e Meryl Streep in una scena del film “Il Diavolo Veste Prada 2” - Courtesy Press Office
Stanley Tucci e Meryl Streep in una scena del film “Il Diavolo Veste Prada 2” - Courtesy Press Office

Il cibo è arte

E poi, improvvisamente, il cibo si dissolve e resta la cena come concetto. L’eco dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci attraversa il film come un richiamo silenzioso: non è più questione di piatti o ingredienti, ma di composizione, di ruoli, di sguardi. Anche lì, attorno a una tavola, si gioca una partita di potere, tradimento e rivelazione.

In questo senso, Il Diavolo veste Prada 2 costruisce una grammatica invisibile del cibo: ciò che si serve, ciò che si cita, ciò che si trasforma in oggetto, ciò che si nega. Non importa davvero cosa c’è nel piatto. Importa chi lo guarda, chi lo desidera, e soprattutto chi può permettersi di lasciarlo intatto.

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