Di Serena Savardi
Anne Hathaway attraversa il 2026 con la sicurezza di chi ha imparato a muoversi tra i generi senza perdere la propria identità. Il suo sguardo capace di passare dalla fragilità all’ironia tagliente, è ormai uno strumento raffinato (ed invidiato) che non ha più bisogno di stupire.
Con quella sua bellezza classica ed un’eleganza fuori dal tempo, l’attrice che tutti conosciamo (ed amiamo da vent’anni) come Andy de “Il Diavolo Veste Prada”, quest’anno e’ la regina indiscussa di Hollywood: cinque le volte che la vedremo sul grande schermo, cinque i countdown che ci faranno tornare a parlare di lei.
E mentre la osserveremo trasformarsi dalla donna contemporanea ironica e disillusa del “Diavolo Veste Prada 2” all'ambigua e a tratti oscura “Mother Mary", lei si dovrà dimostrare all’altezza dei rumors che la vogliono, ancora una volta, sul palco degli Oscar.
Nata a Brooklyn nel 1982 vive un’infanzia circondata dallo spirito creativo di una famiglia che già lavora nel mondo dello spettacolo e le trasmette, fin da subito, l’amore per il palcoscenico.
Dopo gli studi e qualche esperienza teatrale, negli anni Duemila, finalmente approda sul grande schermo con una commedia romantica dal titolo “The Princess Diares” (il cui terzo capitolo potrebbe arrivare proprio a fine anno) che la rende immediatamente riconoscibile al grande pubblico.
Da quel momento Anne Hathaway intraprende un percorso intelligente, cercando di non restare intrappolata nell’immagine della “ragazza acqua e sapone” e alterna commedie a sceneggiati maturi fino al 2006, quando, con il ruolo di Andrea Sachs (Andy per gli amici) in “Il Diavolo Veste Prada”, la sua carriera prende il volo.
Tra una prima candidatura agli Oscar nel 2009 con “Rachel sta per sposarsi” sfumata nel nulla e qualche flirt con il mondo del fashion, nel 2013 l’attrice calca per la prima volta il palco del Dolby Theatre di LA portandosi a casa l’ambita statuetta come migliore attrice non protagonista in “Les Miserables” e scatenando un’ondata di polemiche che passerà alla Storia come “Hathahate”.
Ma a colpi di commedie (di cui “Lo stagista inaspettato” è solo la più divertente) e colossal (del calibro di “Ocean’s 8” ed “Interstellar”) Anne Hathaway è oggi diventata una delle interpreti più versatili della sua generazione.
E dopo averla rivista indossare il leggendario “maglioncino color ceruleo” sta giungendo al termine anche l’attesa per “Mother Mary” in sala dal 14 maggio.
Nel film che segue le vicende di una popstar inghiottita dal sistema, l’attrice cambia il linguaggio, la mimica, l’atteggiamento, gli abiti e la voce ma sembra porci sempre la stessa domanda: “Quanto siamo disposti a sacrificare per il successo?”
E se oggi Anne Hathaway è un’attrice che non ha più bisogno di dimostrare nulla, anche nel mondo della moda sembra potersi permettere di tutto (o quasi).
I designer che più apprezza vanno dalla A di Giorgio Armani, alla V di Valentino e Versace e l’hanno resa un’ icona capace di reinventarsi senza mai perdere il proprio stile. Eppure, limitarsi a parlare di collaborazioni sarebbe riduttivo perché il vero campo d’azione di Hathaway è sempre stato il red carpet: quel teatro sofisticato dove la moda smette di essere prodotto e diventa immaginario.
Da principessa delle fiabe come ce la ricordiamo sul carpet del Met Gala del 2010 in uno scintillante abito in tulle e paillettes Valentino… a look con capelli corti sul palco degli Oscar 2013.
Dal total white Atelier Versace sfoggiato al fianco di Donatella in occasione dell’omaggio a Karl Lagerfeld del Costume Institute di New York del 2023… fino al tailleur Armani blu notte indossato, lo scorso marzo, presso la sede delle Nazioni Unite a New York in occasione della Giornata Internazionale della Donna.
Anne Hathaway, anno dopo anno e con la complicità dello Stylist Erin Walsh, ha saputo costruire un’immagine che tra accessibilità e couture, tra prêt-à-porter e pezzi unici, ci racconta una grande verità: anche quando un look sembra semplice, non lo è mai davvero.
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