Di Giulia Pacella
New York e Frick Collection. Una città e una venue che vanno oltre il concetto di destination show, a cui le cosiddette collezioni crociera sono solitamente connesse, per abbracciare invece lo spirito del mecenatismo, con forza e rilevanza. Così, dopo Gucci nella popolarissima Times Square, per la sfilata Louis Vuitton Cruise 2027 si “sale” di livello e si va nell’Upper East Side, in una delle ultime grandi dimore della Gilded Age newyorkese aperta per la prima volta a un fashion show. Tra gli spazi della galleria il fashion show Louis Vuitton Cruise 2027 diventa il sigillo di un importante progetto di mecenatismo culturale: la maison sarà infatti tra i principali sponsor della Frick Collection per i prossimi 3 anni e già da giugno sosterrà serate gratuite mensili offrendo accesso al pubblico così come un sostegno alle prossime mostre in programma e tanto altro.
Non una semplice scelta estetica o d’immaginario, dunque, né il solito take over, ma una decisione che rinnova la profonda e longeva connessione della Maison francese al mondo dell’arte, dell’architettura e della cultura. Una conversazione che Nicolas Ghesquière ha messo in scena attraverso una serie di look unconventional e ribelli, che marcano la sua cifra stilistica assolutamente unica e distintiva.
Ex residenza del magnate dell'acciaio Henry Clay Frick e aperta nel 1935, simbolo di mecenatismo e conservazione culturale, l’istituzione museale custodisce una delle più importanti collezioni americane di arte europea, che vanno dal Rinascimento fino al tardo 1800, con opere di Vermeer, Rembrandt e Velázquez, diventando così la cornice perfetta per creare una conversazione unica tra la creazione contemporanea e un ambiente artistico. Il rapporto con l’arte, infatti, costituisce il nucleo centrale dell’intero fashion show e della collezione: un’operazione culturale in piena regola.
A cominciare dalla collaborazione con Keith Haring. Il fulcro creativo e simbolico della collezione Louis Vuitton Cruise 2027 è la vecchia valigia in pelle degli anni ‘30 dipinta a mano dall’artista nel 1984: diventata protagonista dell’immagine teaser della sfilata - pubblicata dal brand nei giorni scorsi - è anche l’accessorio intorno a cui si costruisce il primo look di sfilata.
I tipici omini e i graffiti realizzati da Haring - a pennarello, a vernice spray o con gessetti in metropolitana - all’inizio degli anni ‘80 avevano invaso tutti gli spazi della città di New York. La sua street art era al centro della scena creativa dell’epoca e la sua iconografia, volutamente democratizzata, era pensata per aggirare il mercato dell’arte e arrivare direttamente al pubblico. L’intervento artistico sulla valigia Vuitton divenne infatti il suo gesto sovversivo agito direttamente su un oggetto che rappresentava la cultura dei viaggi dell'aristocrazia europea. Una strumentalizzazione di un simbolo culturale dominante che veniva “deturpato” attraverso un take over (come lo chiameremmo oggi) non autorizzato, per farlo diventare la negazione di quel mondo attraverso i suoi simboli. Simboli che perdono così il loro significato emblematico per diventare simulacri di se stessi. Una dissacrazione in senso semiotico che è stata alla base dell’attivismo e della street art di Keith Haring e colleghi (i gesti sovversivi come pratiche artistiche e attivismo politico) e che oggi crea un nuovo corto circuito nell’operazione di Vuitton. Ghesquière - da sempre grande ammiratore dell’arte di Keith Haring - mette così in scena una collisione tra la cultura museale e la cultura pop, tra la New York delle grandi collezioni private e la street art Downtown degli anni ‘80, tra l’arte established e quella underground anti-sistema, creando così un vero e proprio paradosso creativo e artistico.
Vuitton ingloba l’arte di Keith Haring e la “ufficializza” all’interno della sua collezione. Siamo di fronte a una sorta di appropriazione che in qualche modo nega le premesse fondative di quell’arte svuotandola del suo significato originario? Ed ecco che clash creativi e contraddizioni apparentemente inconciliabili prendono vita in passerella attraverso una collezione che coniuga high society e immaginario underground. In questo il museo Frick non è un semplice scenario ma diventa parte integrante della narrazione creativa: con le sue sale cariche di dipinti ottocenteschi, i velluti, le boiserie e gli arredi storici si incontra e si “scontra” con i virtuosismi tecnici e innovativi tipici delle creazioni di Nicolas Ghesquière, con le sue silhouette futuristiche, le maxi spalline, le costruzioni boxy e i dettagli flamboyant.
Codici agli antipodi si coniugano così all’interno della sfilata Louis Vuitton Cruise 2027 che mescola heritage aristocratico, cultura downtown e sportswear contemporaneo. Ogni look è un accostamento audace e non convenzionale di texture, tessuti, materiali, silhouette e colori che suggellano in maniera inconfondibile la cifra di Ghesquière: impossibile non riconoscerlo. Anche le silhouette, che oscillano tra rigore e spontaneità, tra costruzioni severe con spalle importanti e pezzi fluidi, rilassati o in movimento, sono identificative della sua signature: il perfetto connubio di “architetture” a contrasto, 100% Ghesquière. Il primo look con cardigan rosso, denim e valigia alla mano racchiude il nucleo fondativo della collezione.
Figure ibride sfilano in passerella rievocando ereditiere dell’Età dell’oro americana, socialite eccentriche, artiste squattrinate, in un mix & match che celebra contrasti e contraddizioni (come del resto è stata la Gilded Age negli Stati Uniti, se si va oltre la superficie e ci si apre a una lettura sociale più critica). Ecco che sofisticati tailleur dai toni brillanti si alternano a jeans dall’allure vissutissima e alla maglieria colorata, mentre abiti preziosi si indossano su sneakers sportive, dall’attitudine quotidiana e sporty. Sono il leitmotiv di collezione.
Il catwalk è un tripudio massimalista e volutamente scoordinato, apparentemente disordinato: colori sgargianti e stampe pop di Haring per T-shirt, minidress e giacche sciancrate; completi vinilici e cappotti in pelle glossy; biker jacket e tailleur + mini in pelle lavorata a intarsi; pantaloni lamé super skinny; abiti lunghi monochrome e dalle linee minimal; vaporose bluse-cappe a motivi floreali, pantaloni in jeans o denim che si trasforma gonne scultoree con ruches che sembrano corolle.
Anche gli accessori diventano centrali. I cappelli, tra fedora - che sembrano aver perso la loro forma originaria sotto una pioggia torrenziale - e tocchi scultorei in stile fez amplificano il dialogo tra l’estetica artsy e la strada.
La ciliegina sulla torta che completa l’immaginario Upper East Side? Le celeb, naturalmente. E qui la maison dà il meglio di sé con un front row stellare da capogiro: Zendaya, Anne Hathaway, Emily Blunt, Alicia Vikander, Cate Blanchett, Emma Stone, Chase Infiniti e Chloe Sevigny sono solo alcune delle grandi star che hanno assistito allo show, mentre Alana Haim sfilava in passerella.