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fashion14 maggio 2026

Dior Cruise 2027 a Los Angeles, la sfilata di Jonathan Anderson celebra il legame con il cinema

Hollywood, la settima arte e la fabbrica dei sogni rilette in un nuovo guardaroba contemporaneo tra icone, glam, feticci e grandi citazioni
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Di Giulia Pacella

In pieno Festival di Cannes, la moda cambia geotag e vola sulla West Coast, senza però rinunciare a un solido fil rouge con il cinema. Appuntamento a Los Angeles, cuore pulsante del sogno hollywoodiano. Al LACMA va in scena la sfilata Dior Cruise 2027 by Jonathan Anderson, che già in fase di count down ha saputo alimentarne abilmente l’hype, punteggiando i social di tante Easter eggs che diventano reference di decodificazione del fashion show.

Gli elementi iconici del fashion show

Il video show teaser della maison setta subito l’atmosfera. Un filmato in bianco e nero con l’attrice irlandese Alison Oliver (l’Isabelle Linton dell’ultimo Cime tempestose) alla guida di un auto cabrio è il link diretto al capolavoro di Alfred Hitchcock, Psycho. Ad aggiungere ulteriore curiosità e a sparigliare le carte ci pensano poi i tanti indizi disseminati dal direttore creativo sulla sua personale pagina Instagram in forma di stories o post. Primo tra tutti: la foto di una borsa con newspaper print pubblicata qualche giorno fa. L’imprimé che rievoca Galliano (e tutto il mondo della moda che - assieme a lui, prima, durante e dopo - l’ha resa feticcio) ha già scatenato conversazioni virali, aggiungendo un ulteriore tassello al già ricco puzzle del citazionismo. Si aggiunge poi l’heritage del fondatore. Ed ecco che fanno capolino le tortore tra i nastri e nell’ovale, emblema iconico della maison sin dalle origini. O ancora il riccio punta-spilli, la coccinella, l’ape e i quadrifogli. Il bestiario fantastico del simbolismo porte-bonheur di Monsieur riprende forma e luce attraverso clutch e minaudière con catene impreziosite da smalti e cristalli.

C’è poi la camicia tartan con una serie di numeri stampati che svolazza al vento su un terrazzo. Il portachiavi con charm a volante d’automobile, la prima pagina custom Dior del Los Angeles Times che annuncia la sfilata Cruise, assieme al dvd di Sunset Boulevard e a Full Service, libro scandalo di Scotty Bowers che svela i retroscena sessuali delle star di Hollywood tra gli anni ’40 e ’80. Tanti elementi, all’apparenza diversi e distanti tra loro che si ricompongono come per incanto attraverso il talento visionario e narrativo di Jonathan Anderson nella sfilata Dior Cruise 2027 appena terminata al LACMA di Los Angeles. Solo uno come lui sa tradurre e fondere elementi all’apparenza così diversi in una collezione coerente, credibile eppure sorprendente. Solo lui ha la capacità di cucire storie lontane in termini geografici, culturali e temporali in una trama che veste a pennello la contemporaneità. Suggellando così quella liaison storica tra la maison e il mondo del cinema. Tutto torna. É un cerchio che si chiude. E riparte dagli inizi.

Dior e il cinema, una liaison dagli anni ’40 a oggi

No Dior, no Dietrich”. Fu questa la frase leggendaria con cui l’attrice Marlene Dietrich - durante le trattative per il film Stage Fright di Hitchcock nel 1950 - impose una clausola rigida e chiarissima: i suoi abiti di scena sarebbero stati disegnati esclusivamente dalla casa di moda francese. Si apriva così la grande storia d’affinità elettive tra l’attrice e il couturier, tra il couturier e la fabbrica dei sogni. Una storia che avrebbe attraversato tutta la Golden Age di Hollywood e le più grandi dive dell’epoca - da Lauren Bacall ad Ava Gardner, da Ingrid Bergman a Grace Kelly, da Sophia Loren a Elizabeth Taylor - e che riemerge con forza e a 360 gradi oggi nella sfilata Dior Cruise 2027. La cartella stampa è essa stessa una sceneggiatura: quella della sfilata. La location è “l’illusione di LA, a LA”: la passerella allestita con vecchie Cadillac cabriolet e un’atmosfera da film noir dell’epoca.

Moda en fleur, silhouette in movimento e new glam

Ciak, si gira. Lo show si apre sulle note di Murder by John Lee Hooker e un morbido abito giallo con vaporose corolle di ranuncoli che ne decorano la vita ribassata, a seguire una versione identica in viola. Ed eccola, subito, la reference ai meravigliosi fiori dei giardini di Granville, da sempre ispirazione di Monsieur Dior saranno l’elemento ricorrente dell’intera collezione. Cascate di microboccioli e campanule ondeggianti decorano i profili delle gonne di seta, diventano ghirlande (come mala induiste di benvenuto) indossate sui blazer maschili, danno tridimensionalità e movimento a lunghe sciarpe che ondeggiano su abiti da sera o portate a mano per un’attitude nonchalance e disinvolta.

E ancora fioriscono fitti sulle nuove varianti della borsa Lady Dior, fissano drappeggi e arricciature sulla sottoveste di seta rosa polvere. Si fanno ricamo all-over e preziosissimo sull’abito con maxi fiocco laterale sulla spalla. E poi ancora i papaveri che punteggiano gonne di organza nera o diventano una distesa en fleur per l’abito arancione.

La bar jacket, le frange, il denim e l’ordinario che si fa couture

Non solo creazioni iper glamorous, cocktail dress e abiti da sera. Lo storytelling si snoda in maniera altrettanto efficace anche sui look maschili e quelli daily con nuove interpretazioni della giacca bar. L’icona intramontabile della maison continua a reinventarsi. È rassicurante in combo con il pantalone per un tailleur da giorno senza tempo. Diventa quasi un abito leggero indossato in layering sul denim. Si fa preziosa nella versione glitter con gli orli che si scompongono in frange con fili d’argento, allo stesso modo dei jeans strappati e delavé. É l’ordinario che si fa couture: la signature di Jonathan Anderson, potenziata poi dallo styling di Benjamin Bruno. Quadretti e tartan sono protagonisti sia sulle giacche sia sulle camicie che fondono l’heritage e il grunge con tanto di numerologia stampata, a cominciare dall’8, numero portafortuna di Christian Dior.

Galliano, Isabelle Blow e gli headpiece di Philip Treacy

La lettura decodificata della collezione, così ricca di reference e omaggi, passa ovviamente anche per John Galliano. Jonathan Anderson lo cita non solo con la già nominata newspaper print, ma anche negli abiti floreali (che si rifanno tra le altre cose anche alla collezione orientalista Dior Haute Couture PE03 che guardava alle fioriture di Cina e Giappone) e nella borsa Cadillac della collezione Dior PE01, un motivo - quello delle auto vintage americane e dell’effetto carrozzeria - che torna in una nuova Saddle bag al debutto in passerella, così come nei portachiavi con motor charms recapitati come invito agli ospiti dello show. E poi ci sono le collaborazioni.

Le camicie sono disegnate con Ed Ruscha, pittore, fotografo ed esponente della Pop Art le cui opere sono un viaggio nella cultura popolare, nella grafica commerciale e nei paesaggi californiani. “Quando penso a Los Angeles - dice infatti Jonathan Anderson nella nota stampa - penso al lavoro di Rusha che possiede questo affascinante senso del quotidiano e di come si relazioni alla grandiosità della città.” Last but not least: i copricapi bespoke di Philip Treacy che spuntano sulla testa dei modelli con piume che creano un lettering typography sono la rivisitazione del cappello “Blow”. Un headpiece che il famoso milliner realizzò per la sua mentore e musa Isabelle Blow e che oggi torna in passerella in una versione firmata Dior.

Appare chiaro come questa sfilata Dior Cruise 2027 non sia stata un semplice fashion show. Ed è stata molto più di un cerchio che si chiude. Jonathan Anderson ci ha consegnato uno scrigno pieno di storie pronte a svelarsi sotto forma di accessori e abiti bellissimi da indossare.

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