Di Simona Peverelli
Oggetti del quotidiano, come la polvere del caffè; elementi semplici, come legno e carbone; abiti che attraversano e poi abbandonano corpi umani. L'arte povera come esperienza di vita di Jannis Kounellis si impone oggi come un invito a fermarsi a riflettere sulla condizione dell’essere umano.
In un presente in cui tornano al centro del dibattito mondiale i conflitti e l'uomo in transito, l'occasione per osservare da vicino questo tipo di arte va colta a Milano, negli spazi de La Galleria di 10·Corso·Como, che dal 13 maggio al 16 giugno ospita un progetto speciale dedicato a uno dei più grandi artisti del XX secolo, in collaborazione con la Galleria Fumagalli. L’esposizione, aperta tutti i giorni, è costituita da un’unica grande installazione realizzata dall’artista greco nel 2009: qui la Galleria si trasforma in un teatro essenziale, in cui il visitatore è protagonista.
Negli spazi bianchi della Galleria di 10·Corso·Como, l’installazione si compone di una sequenza di 70 cappotti appesi: non abiti, ma traccia materiale e immateriale di chi li ha indossati; di assenza e insieme presenza. La mancanza del corpo qui crea tensione emotiva. Una quantità di capispalla simili che, tutti assieme, creano un effetto di massa: una riflessione, dunque, anche sulla società e sull’individuo che si perde nel collettivo.
Il cappotto diventa così messa in scena della tragedia umana. Nel contesto di 10·Corso·Como, in cui cultura visiva, moda e arte si incontrano, il cappotto paradossalmente perde la sua funzione estetica e di status, per diventare simbolo umano e sociale: allegoria di nomadismo e diaspora, fatica e vita quotidiana. Un dispositivo potente e silenzioso di introspezione, un esempio concreto di materia reale, tipico dell’arte povera, che utilizza oggetti concreti per rompere con l’arte tradizionale.
L’arte dell’artista greco che ha fatto dell’Italia luogo di studi prima e di vita poi - fino alla sua morte (a Roma nel 2017) - si esprime attraverso i suoi segni e i suoi simboli, quelli veicolati sin dagli inizi della sua carriera, negli Anni ’60, attraverso la pittura. Un genere di pittura che sostituiva la tela con la lastra di metallo, dove far atterrare materiali di uso comune come ferro, cera, vetro, cotone o polvere di caffè. Del resto, come amava ricordare Kounellis, “in greco la parola pittore è zōgraphos, che significa qualcuno che disegna la vita".
Tra le opere più dirompenti, quella del 1969, in cui Kounellis rese protagonisti di una installazione dodici cavalli vivi. Come la pittura e l’arte viva, anche il teatro. La sua ricerca artistica è proseguita infatti attraverso la costruzione delle scene: come la prima, realizzata al Teatro Stabile di Torino e costituita da sacchi di carbone, altri elementi legati all’umano quotidiano. Un'arte povera che, per dirla con le parole di Kounellis “È una questione di esperienza di vita".