Di Claudia Ricifari
Tutto inizia con una banana. È quel frutto maturo fissato al muro con del nastro adesivo da Maurizio Cattelan nel 2019, uno dei gesti più celebri dell’arte contemporanea, che il Guggenheim di New York ha scelto come simbolo di Guggenheim Pop: 1960 to Now, la grande mostra che apre il 5 giugno e che resterà visitabile fino al 10 gennaio 2027.
Per ricordarci che l'arte Pop ha sempre lavorato esattamente su quella soglia: il punto preciso in cui l'oggetto più ordinario smette di essere tale. Ben oltre la provocazione.
Pochi sanno che il legame tra il Guggenheim e la Pop Art risale agli anni Sessanta, quando il curatore britannico Lawrence Alloway organizzò nel 1963 Six Painters and the Object, la prima mostra istituzionale di arte Pop a New York. Una provocazione culturale deliberata: portare dentro i musei l'iconografia della pubblicità, dei fumetti, della produzione di massa. Un gesto radicale, che presupponeva che la cultura visiva di tutti i giorni valesse quanto quella dei grandi maestri.
Sessant'anni dopo, quella tesi è diventata senso comune, ma la mostra non la dà per scontata, bensì la interroga. Il percorso si articola, quindi, su quattro gallerie nell'ala Tower del museo, con un'organizzazione che mescola la logica cronologica a quella tematica. Si parte dalla Tower 5 con le opere fondative degli anni Sessanta - Chryssa, Richard Hamilton, Roy Lichtenstein, Andy Warhol - per arrivare ai lavori contemporanei di Martine Gutierrez, Lauren Halsey, Lucia Hierro, Cara Romero. Artisti che usano la stessa grammatica visiva della Pop Art per raccontare mondi che la Pop Art originale non aveva ancora visto, o non aveva ancora voluto guardare.
La Tower 7 è dedicata agli Happenings, gli eventi performativi che negli anni Sessanta mescolavano danza, musica, poesia e oggetti assurdi per smontare la liturgia del consumo. A presidiarla è Infinity Mirrored Room – Dancing Lights That Flew Up to the Universe di Yayoi Kusama: un'installazione immersiva quasi vertiginosa, con luci a LED che sfarfallano tra bianco e rosso, che dimostra come la sua pratica, da sempre ai margini di ogni categorizzazione, abbia influenzato contemporanei del calibro di Claes Oldenburg e Andy Warhol, pur restando ostinatamente singolare. La presenza di Kusama nell’ambito della mostra è la prova che la domanda aperta dalla Pop Art (chi decide cosa merita di essere guardato?) non ha ancora una risposta definitiva.
Una seconda fase della mostra aprirà il 26 giugno nelle gallerie Tower 4 e Thannhauser 4, completando il quadro con acquisizioni recenti che includono fotografie, sculture, installazioni video e tessuti. Opere che entrano in dialogo con il canone storico senza reverenza, costruendo un'eredità più viva che mai.
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