Di Giuditta Avellina
Ariana Grande riparte da un petalo. Non da una corona, non dal rosa zuccherato di Glinda, non da quell’immaginario da musical hollywoodiano che negli ultimi due anni ha trasformato anche il suo guardaroba in una prosecuzione del personaggio. Il nuovo singolo hate that i made you love me apre ufficialmente l’era di Petal, l’ottavo album in studio della popstar americana, annunciato per il 31 luglio. Il brano, scritto e prodotto da Grande insieme a Ilya e Max Martin, segna il ritorno più netto alla musica dopo la lunga parentesi cinematografica di Wicked. Il punto, però, non è soltanto discografico. Ariana Grande non sta semplicemente pubblicando una nuova canzone: sta cambiando temperatura visiva.
Dopo l’Ariana-Glinda, eterea, bionda, cipria, costruita su abiti romantici, silhouette leggere e un’idea quasi sospesa di femminilità, Petal sembra aprire una fase più adulta, più vulnerabile, forse meno fiabesca. La Glinda di Wicked - la strega buona del musical, personaggio luminoso e teatrale - ha finito per contaminare anche l’immagine pubblica dell’artista: red carpet, beauty look, styling e pose sembravano muoversi dentro lo stesso codice, tra nostalgia hollywoodiana e princess dressing.
Negli ultimi due anni Ariana è stata Glinda anche fuori dal set. L’esperienza di Wicked le ha dato un nuovo statuto: non più soltanto popstar globale, ma attrice entrata nel circuito alto della awards season. Per il ruolo di Glinda ha ottenuto la sua prima candidatura agli Oscar come miglior attrice non protagonista, mentre il film è diventato uno dei casi più rilevanti della stagione, anche sul piano dei costumi e dell’immaginario visivo.
È qui che Petal diventa interessante anche per la moda. Il titolo non rompe del tutto con il mondo floreale e delicato, ma lo sposta: il petalo non è la principessa, ma qualcosa di più fragile ed intimo. Anche il titolo del singolo, hate that i made you love me, suggerisce una temperatura emotiva più complessa, più da confessione. Il video ufficiale aggiunge un altro livello cinematografico al progetto, con una narrazione visiva che guarda più al thriller e alla tensione che alla favola rosa. Dopo il pink dressing di Wicked, Ariana potrebbe dunque lavorare su un’estetica più essenziale: slip dress, abiti colonna, corsetti morbidi, tailoring chiaro, cappe leggere, tessuti fluidi. Non necessariamente una rottura, piuttosto una maturazione. Se prima il rosa funzionava come estensione del personaggio, ora il nuovo capitolo potrebbe cercare una femminilità meno fiabesca e più consapevole.
La forza di Ariana, del resto, è sempre stata questa: trasformare un dettaglio estetico in identità pop. Prima ancora di Petal, prima ancora di Glinda, il suo stile ha funzionato per codici immediatamente riconoscibili. Cinque, soprattutto, hanno costruito la sua iconografia. Il primo è la ponytail alta, forse la sua firma più potente. Non un semplice hair look, ma un logo vivente: tirata, lunghissima, lucida, spesso portata come architettura del volto. È stata per Ariana quello che il caschetto è stato per Anna Wintour o il guanto per Michael Jackson: un dettaglio capace di diventare identità.
Il secondo codice sono gli stivali cuissard, spesso abbinati a mini dress, felpe oversize o look da palco. Hanno costruito la sua silhouette più pop: gambe lunghissime, proporzioni da bambola contemporanea, sensualità. È l’Ariana della fase Dangerous Woman, dell’immaginario da popstar millennial, della femminilità minuta ma assertiva.
Il terzo capo è la felpa oversize, portata quasi come un miniabito. Un gesto apparentemente casuale che negli anni è diventato parte della sua grammatica: comfort, adolescenza, bedroom pop, vulnerabilità, ma anche costruzione precisa del personaggio.
Il quarto è il mini dress, spesso Anni '60 o baby doll. Ariana lo ha usato come uniforme da popstar: iperfemminile, pensato per il palco, per il red carpet e per il videoclip. Prima del romanticismo da Glinda, il mini dress è stato il suo modo di mettere insieme dolcezza e performance.
Il quinto codice è il beauty look grafico, fatto di eyeliner, ciglia definite, incarnato luminoso e labbra nude o glossy. Ariana ha costruito un volto pop ripetibile e riconoscibile, poi lo ha progressivamente ammorbidito nella fase Wicked, con toni più chiari, sopracciglia schiarite, make-up meno contrastato e un effetto più etereo.
La domanda, adesso, è cosa resterà di quei cinque codici dentro Petal. In questo senso, Petal non sarà solo un album, ma un test d’immagine. Ariana Grande arriva a questa nuova fase dopo aver conquistato pubblici diversi: quello dello streaming, quello dei fan pop, quello del cinema, quello della moda, quello delle campagne beauty e quello delle awards season. Non può più permettersi un’estetica casuale, perché ogni dettaglio - un colore, un taglio di capelli, un abito, una scarpa - diventa immediatamente racconto. Anche il tour sarà decisivo. Il palco, per l'artista, è sempre stato il luogo in cui la musica diventa un mondo: costumi, coreografie, visual, beauty e styling. E Ariana Grande, dopo essere stata Glinda, sembra pronta a tornare Ariana.
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