Di Giulia Pacella
“My life is fashion. What i think is fashion, what i do is fashion” diceva in un’intervista rilasciata nel 1982 Gianni Versace a proposito della moda. Della sua moda. Non c’è soluzione di continuità tra l’uomo, il designer (che amava definirsi sarto) e il suo mestiere: quasi un’entità unica. Non a caso la sua celebre frase “Mi troverete nel mio lavoro” è la principale chiave di lettura di Gianni Versace Retrospective, la mostra che il Musée Maillol di Parigi gli dedica dal 5 giugno al 6 settembre 2026.
Un progetto monumentale che ripercorre la vita, la carriera e l’universo creativo dello stilista italiano scomparso nel 1997 attraverso quasi 450 pezzi tra abiti originali, accessori, croquis, fotografie, video, oggetti decorativi e rare interviste. Curata da Saskia Lubnow e Karl von der Ahé, con scenografia di Nathalie Crinière, la mostra mette al centro lo stilista e la sua visione della moda come forma di spettacolo totale, la sua carriera in passerella come metafora del palcoscenico della sua vita, come un fashion show che si svela look dopo look.
La sua fu una vera rivoluzione nel mondo del lusso, un’innovazione dei codici del tradizionale fashion system riletti attraverso il glamour, la sensualità, l’eccesso e l’opulenza barocca, intrecciati alla storia dell’arte, alla musica e alla cultura popolare. La Medusa, il bondage, la greca, i colori sgargianti, la Warhol print, le stampe massimaliste sono diventati emblemi non solo del suo stile, ma di un nuovo linguaggio estetico.
Un amore proverbiale per le donne fu alla base delle sue creazioni, l’essenza stessa della sua cifra stilistica. Visionario, innovatore e profondamente consapevole dei cambiamenti del suo tempo - con gli anni ‘80 che spingevano forte sull’acceleratore - fu tra i primi a vedere la moda come espressione di un nuovo lifestyle e a cogliere la necessità femminile di avere abiti facili da indossare, abiti veri. Ne fu il miglior alleato, celebrandole nel loro sex appeal, nella loro forza sensuale e dando vita a quella che anni dopo avremmo chiamato “body consciousness”. Visitare Gianni Versace Retrospective sarà così un viaggio attraverso le sue creazioni più iconiche che hanno avuto la capacità di plasmare il presente e il futuro della moda.
Il percorso espositivo mette allo stesso tempo in luce le molteplici influenze che hanno alimentato il suo vocabolario visivo: la Calabria e l’atelier di famiglia, l’iconografia cattolica, la scultura della Magna Grecia, il Barocco italiano, l’opera, il modernismo e la Pop Art. Le sue creazioni dialogano così con Botticelli, Canova, Picasso e Andy Warhol, restituendo il ritratto di uno stilista che ha sempre concepito la moda come disciplina profondamente intrecciata all’arte e alla cultura contemporanea.
E poi c’è Parigi. Se alla fine degli anni ‘70 Gianni Versace contribuì a spostare il baricentro della moda verso Milano, fu proprio nella capitale francese che nel 1989 presentò Atelier Versace durante la settimana dell’Haute Couture.
Le sfilate al Ritz di Place Vendôme divennero rapidamente leggendarie: non semplici défilé, ma veri e propri eventi mondani che riunivano aristocratici, editor, star internazionali e top model. E fu sempre a Parigi che Gianni Versace apparve per l’ultima volta in passerella nel 1997, pochi mesi prima della sua morte a Miami. L’uscita sul runway mentre riceve gli applausi della sua ultima collezione Atelier Versace, l’abbraccio con Naomi sua sposa couture e con tutte le top model: un’immagine che è impressa nella storia della maison e nella memoria di tutti gli addetti ai lavori della moda.
Ecco dunque che questa mostra parigina assume anche il significato simbolico di un cerchio che si chiude in un tributo doveroso, a quasi 30 anni dalla sua scomparsa e alla vigilia di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno (nacque il 2 dicembre 1946, ndr).
La retrospettiva dedica ampio spazio anche all’immagine fotografica che ha contribuito a costruire il mito Versace negli anni ‘80 e negli anni ‘90. Gli scatti di Richard Avedon, Irving Penn, Helmut Newton, Patrick Demarchelier e Mario Testino raccontano la spettacolarità e la sensualità delle sue collezioni, mentre video di sfilate, archivi editoriali e immagini backstage riportano in scena l’energia di un’epoca che ha trasformato la moda in fenomeno globale.
Non manca anche il racconto del rapporto strettissimo tra Versace e la celebrity culture. Madonna, Elton John, George Michael, Grace Jones, Prince, la Principessa Diana ed Elizabeth Hurley - con l’iconico safety pin dress che indossò nel 1994 (l’abito di pelle che rivoluzionò l’estetica del rassicurante e classico tubino nero in chiave audace e super sexy) - hanno contribuito a diffondere nel mondo la sua estetica teatrale e ipersensuale, così come le supermodelle che ne hanno incarnato l’immaginario: Naomi Campbell, Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Linda Evangelista, Carla Bruni e Karen Mulder. Più che semplici modelle o testimonial. Muse, icone, amiche.
La mostra attraversa inoltre le diverse fasi del suo linguaggio stilistico: dalle tensioni punk e bondage degli anni ‘90 - con la collezione Miss S&M dell’Autunno 1992 che fece scandalo portando il sadomasochismo in passerella - alle silhouette più essenziali dell’ultima produzione, passando per le stampe barocche su seta, i richiami al Mediterraneo e l’energia solare di Miami. Un percorso che restituisce tutta la complessità di uno stilista capace di ridefinire il dialogo tra fashion, arte e cultura pop. La passerella, il palcoscenico della sua vita, simbolo di una carriera che ha cambiato per sempre l’immaginario della moda contemporanea, da ripercorrere attraverso una mostra da non perdere.