Di Serena Savardi
Che cosa hanno in comune cowboy, hippie, yuppi… e la tanto chiacchierata Gen Z?
La risposta è semplice: almeno un paio di jeans! Il denim ha infatti una storia tanto longeva quanto affascinante che abbraccia la cultura popolare ancor prima che la moda fosse un fenomeno di costume, diventando il tessuto simbolo di racconti rivoluzionari di identità e cambiamento.
Nell’ultima edizione di Denim Première Vision, l’evento internazionale di riferimento dell’industria, andato in scena al Superstudio di Milano tra il 20 e 21 maggio, questo tessuto è tornato a parlarci di futuro, responsabilità e società.
Molto più di un semplice tessuto, il denim è un simbolo culturale che ha attraversato epoche, classi sociali e rivoluzioni stilistiche senza mai perdere la propria identità.
Nato nel XIX secolo come tessuto da lavoro resistente e funzionale utilizzato per confezionare uniformi destinate a minatori, operai e cowboy, nel corso del Novecento il denim ha smesso di essere soltanto un capo professionale per trasformarsi in un emblema sociale.
Già a partire dagli anni ’50 e con la complicità di certi divi di Hollywood, indossare un paio di jeans diventa infatti un gesto di ribellione che - ancor prima che il periodo della contestazione studentesca infiammi le università americane ed europee - conquista l’industria cinematografica.
Con l’arrivo degli anni ’70 anche la moda comincia a flirtare appassionatamente con il mondo del denim facendogli fare ufficialmente il suo ingresso in passerella e nel nostro guardaroba quotidiano.
Con l’avvento degli anni ’80 pronunciando una frase che desterà non poco scalpore - “I jeans sono sesso” - Calvin Klein cambierà nuovamente la percezione di questo capo trasformando i jeans un capo di lusso pieno di sensualità.
E mentre la vita si alza e si abbassa, la gamba si affusola o si allarga, il tessuto si strappa o si sbiadisce, questa tela comincia a conquistare il suo spazio anche su gonne, camicie, giubbini dominando l’estetica femminile e maschile fino ai giorni nostri.
Nella contemporaneità il denim ha fatto il suo ingresso anche nel mondo dell’haute couture come ci ha insegnato Glenn Martens da Diesel, Pier Paolo Piccioli quando ancora si trovava in Valentino, diventando emblema di una ricerca capace di fondere tecnologia ed estetica che, quest’anno, è sublimata sul red carpet dell’ultimo Met Gala grazie a Matthieu Blazy e alla “sua” musa Chanel, la modella indiana Bhavitha Mandava.
Dietro il successo planetario del denim, si nasconde però una filiera estremamente impattante. La produzione tradizionale dei jeans richiede enormi quantità di acqua, sostanze chimiche e processi energivori: la coltivazione intensiva del cotone, le tinture con indaco sintetico e i trattamenti di lavaggio industriale hanno per anni contribuito all’inquinamento delle acque e alle emissioni di CO₂. Per questo motivo, oggi, il denim è diventato uno degli elementi principali su cui si gioca la sfida della moda sostenibile.
La vera rivoluzione del denim contemporaneo non riguarda soltanto il design, ma il modo in cui viene progettato, prodotto e consumato. Molte più aziende scelgono cotone biologico certificato, denim riciclato, o ancora nuove fibre innovative come canapa, Tencel e lyocell (derivati dal legno) e prediligono forme di lavaggio “waterless” come ci ha raccontato l’ultima edizione di Denim Première Vision che ha portato nella capitale italiana della moda tutte le novità e le tendenze per l'Autunno/Inverno 2027-2028, confermando il potere di rivoluzionario di questo tessuto, su cui la moda sta sperimentando il proprio futuro. Un futuro in cui estetica, tecnologia e responsabilità ambientale dovranno necessariamente convivere.
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