Di Marta Perego
Marilyn Monroe è stata più di una diva: un’icona, un’immagine, un archetipo, un mito senza tempo che è diventato emblema di bellezza e fragilità, successo, ma anche del prezzo che si paga a diventare leggenda. Dal 1962 in poi, ogni decennio l’ha riscritta e reinterpretata: Andy Warhol l'ha trasformata in serigrafia, Madonna in citazione pop, Kim Kardashian in momento da red carpet, indossando i suoi abiti e facendoli scintillare di nuovo.
E adesso, nel 2026, tocca al centenario: mostre, retrospettive, uno show teatrale a Londra e una palette cromatica firmata Pantone con toni che si chiamano Star White e High Risk Red. Perché se sei Marilyn, persino i tuoi colori hanno un nome.
Norma Jeane non ha mai conosciuto suo padre. La madre, Gladys, era schizofrenica e finì ricoverata quando lei era ancora bambina, lasciandola a un'infanzia di orfanotrofi, famiglie affidatarie e abusi. Ha usato così tanti cognomi diversi da piccola che il nome d'arte, scelto nel 1946 al momento del primo contratto cinematografico, sembrava quasi un atto di sopravvivenza: Marilyn Monroe, costruita da zero, come il personaggio di un film.
La carriera fu una scalata lenta e poi rapidissima: dalle parti minori a Giungla d'asfalto, Gli uomini preferiscono le bionde, fino al Golden Globe del 1960 per A qualcuno piace caldo. Tre matrimoni, a 16 anni con James Dougherty, poi Joe DiMaggio, Arthur Miller, e una fragilità che l'immagine pubblica non mostrava mai: l'endometriosi, gli aborti ripetuti, l'ansia, la depressione. E mentre il mondo la voleva bionda e sorridente, lei si batteva contro il razzismo e sosteneva Ella Fitzgerald quando i locali di Los Angeles non volevano farla esibire.
La notte tra il 4 e il 5 agosto 1962 fu trovata senza vita nella sua casa di Brentwood, il quartiere di Los Angeles. Trentasei anni. Causa ufficiale: overdose di barbiturici. Ma il mistero - omicidio, suicidio, i Kennedy, il silenzio attorno a tutto - non si è mai chiuso davvero. Quello che è certo è che la morte l'ha consegnata alla leggenda. E la leggenda, si sa, appartiene a tutti tranne che alla persona che l'ha vissuta.
Prima in ordine cronologico è Parigi. Dall'8 aprile al 26 luglio, la Cinémathèque française ospita Marilyn Monroe: 100 ans! Non una celebrazione nostalgica, ma un'indagine sull'attrice che Hollywood ha sempre preferito non vedere del tutto. La mostra sceglie di mettere al centro il lavoro, non il mito: fotografie iconiche, locandine originali, materiali d'archivio legati ai film più celebri, e un focus sul suo passaggio all'Actors Studio, dove Marilyn studiava con ostinazione e preparava ogni ruolo con una cura che i suoi stessi collaboratori faticavano ad ammettere. Contrariamente alla leggenda della "bionda spontanea", lei voleva profondità, voleva migliorare, voleva essere presa sul serio.
Sempre ad aprile, ma a Londra, l'11 aprile il Crazy Coqs di Piccadilly Circus ospita Marilyn: 100 Years of a Legend: uno show teatrale e musicale firmato da Suzie Kennedy, considerata una delle migliori sosia di Marilyn al mondo, definita semplicemente "Marilyn" dal London Evening Standard. Sul palco ripercorre la vita, il glamour e le canzoni della diva accompagnata dal vivo dal pianista Paul. Non è solo spettacolo: lo show sostiene Woman's Trust, ente benefico che offre terapia gratuita a donne vittime di abusi domestici.
A Los Angeles, dal 31 maggio al 28 febbraio 2027, il Museo dell'Academy accoglie Marilyn Monroe: Hollywood Icon: una mostra imponente con costumi, fotografie, lettere e oggetti personali, inclusi abiti di scena estremamente rari, che raccontano non solo la carriera, ma anche l'intimità della diva, con la delicatezza che si riserva a qualcosa di prezioso e fragile. A completare il quadro, un'esperienza itinerante che da Hollywood raggiungerà San Francisco, New York e altre città americane: stanze multisensoriali, contenuti interattivi, l'atmosfera dell'età d'oro di Hollywood restituita attraverso lo sguardo di una donna che quell'età d'oro l'ha incarnata e subita.
Forse la trovata più curiosa del centenario non è una mostra né un film, ma una palette. Pantone ha lanciato la Marilyn Monroe Collection: una gamma di tonalità pensata per "catturare le diverse sfaccettature della sua identità": Star White. High Risk Red. Toni che non descrivono solo un'estetica, ma un'intera mitologia cromatica.
Norman Mailer scrisse che Marilyn "rappresentava la relazione amorosa di ogni uomo con l'America". Marilyn è sempre stata la relazione di qualcun altro con lei, o più che altro con l'idea che la cultura le aveva cucito addosso. Il sogno americano. La femminilità. Il desiderio. Hollywood la sfruttava, Warhol la serigrafava, l'FBI la spiava, i Kennedy la frequentavano. Lei, nel frattempo, studiava all'Actors Studio e chiedeva, forse, di fare solo una cosa: il suo mestiere. A cent'anni dalla nascita, Marilyn Monroe rimane un enigma. E dietro alle mostre, i libri, e la gamma cromatica ad hoc, c’è Norma Jeane, che guarda il suo pubblico di ieri e di oggi, nel suo mistero, chiedendo di essere finalmente vista.