Di Giuditta Avellina
Con il biopic Michael in arrivo, la tentazione più immediata è rileggere Michael Jackson come mito musicale e biografia da ricostruire. Ma il punto, per chi guarda davvero alla moda, è un altro. Michael Jackson non è stato soltanto un artista con uno stile riconoscibile: è stato uno dei rarissimi performer del Novecento capaci di trasformare il vestire in una grammatica pop leggibile da sola, anche senza musica. Il film arriva in un momento in cui questa eredità è ancora perfettamente attiva.
Lo dimostra anche il lavoro fatto sul set, dove Jaafar Jackson ha spiegato che indossare quelle ricostruzioni è stato decisivo per capire quanto Michael fosse preciso, quasi maniacale, nella definizione della propria immagine scenica. La sua unicità, del resto, parte da qui: Jackson non si è quasi mai limitato a seguire la moda del suo tempo. Basti pensare al fatto che preferiva commissionare gran parte del guardaroba a dressmaker personali, lavorando su suggestioni storiche, artistiche e teatrali, più che su un semplice riflesso delle tendenze di stagione. E questa, in effetti, è una differenza sostanziale.
Molte star indossano la moda, Michael Jackson la usava come un regista usa scenografia. Persino negli ultimi anni, secondo il racconto della stylist Rushka Bergman, arrivò a chiamare personalmente John Galliano per chiedere una giacca su misura di ispirazione napoleonica: un dettaglio che racconta bene quanto la sua mente ragionasse per silhouette, archetipi, figure di potere e costruzione del personaggio.
Il primo è il completo di Billie Jean, che in realtà è molto più moderno di quanto appaia nella memoria collettiva. Non è soltanto il guanto a fare l’immagine, ma il rapporto quasi perfetto tra pantalone accorciato, mocassino, calza bianca brillante, giacca scura e fedora. Il pantalone si ferma sopra la caviglia per lasciare che il bianco “esploda” nel movimento; il nero del resto del look rende il corpo più netto, più grafico, quasi astratto. Quando nel 1983 Jackson porta questa costruzione visiva a Motown 25, non sta solo lanciando il moonwalk: sta imponendo una nuova idea di styling maschile, in cui il dettaglio apparentemente minimo diventa firma. Ancora oggi quel mix di tailoring asciutto, calza visibile e gesto scenico è una delle formule più imitate della moda pop.
La giacca rossa di Thriller segna il momento in cui Michael Jackson supera definitivamente la dimensione di popstar per entrare in quella, più rara, di icona visiva globale. Il capo nasce dal lavoro della costume designer Deborah Nadoolman Landis, che lo concepisce seguendo un principio preciso: arrivare all’essenziale fino a ottenere una forma leggibile. Il rosso non è una scelta estetica casuale: è un colore pensato per “bucare” l’immagine, per emergere nel buio del set, tra le ombre e i corpi degli zombie, dentro un immaginario che mescola horror e strada.
Le linee a V sul busto guidano lo sguardo, amplificano i movimenti coreografici, rendono il corpo di Jackson riconoscibile anche a distanza, anche in movimento. La giacca rossa è uno dei codici più potenti dell’immaginario jacksoniano: un esempio perfetto di come moda, performance e identità possano coincidere in un’unica immagine.
Il terzo capitolo è quello delle giacche militari, forse il punto più evidente di contatto tra Michael Jackson e l’alta moda contemporanea. Spalle costruite, bottoni dorati, ricami e passamanerie definiscono una silhouette che mescola uniforme, abito di corte e costume teatrale. Il risultato è un’immagine di controllo assoluto, quasi regale, in cui il corpo diventa architettura e presenza scenica. Negli anni finali Jackson viene vestito anche da maison come Balmain sotto la direzione di Christophe Decarnin, oltre a Tom Ford, Dior Homme e Givenchy.
Un passaggio che non segna un’evoluzione, ma una conferma: il suo linguaggio estetico era già pienamente dentro il vocabolario del lusso. E in realtà, tutto questo era iniziato molto prima. Jackson, ad esempio, ha anticipato e reso popolare la trophy jacket già negli Anni ‘80, trasformandola in un simbolo di potere e identità. Non sorprende quindi che Virgil Abloh lo abbia definito “the most important person in innovating menswear ever”: un’immaginazione che continua a riemergere nelle collezioni contemporanee, ben oltre ogni operazione nostalgica.
Il momento più pienamente “moda” di Michael Jackson è probabilmente Smooth Criminal. Qui tutto è ridotto all’essenziale, ma funziona alla perfezione: il completo avorio, i pantaloni leggermente corti, la camicia azzurro polvere e il fedora costruiscono un’immagine pulita, precisa, immediatamente riconoscibile. Richiama gli Anni ‘30, ma senza sembrare mai un travestimento. In quel video, corpo, musica e abito coincidono. Se Thriller è spettacolo, Smooth Criminal è stile che resta. L’altro lato del suo immaginario è quello più duro di Bad: pelle nera, zip, fibbie, linee aderenti.
Un’estetica più urbana e tesa, costruita sul movimento e sull’energia. Già presente anche in Beat It, questo stile diventa uno dei suoi codici più riconoscibili. Ed è qui il punto: Michael non crea solo look iconici, ma veri linguaggi. La giacca di pelle con zip, dopo di lui, smette di essere solo scena e diventa un elemento stabile della moda maschile contemporanea.
Il quinto elemento è il guanto singolo, uno dei segni più riconoscibili di Michael Jackson. Sembra un accessorio, ma in realtà è un manifesto di stile. L’idea è semplice e potentissima: concentrare tutto in un solo punto. Una mano scintillante, un unico elemento di rottura, e l’intero corpo diventa immediatamente identificabile. Il guanto funziona perché rompe l’equilibrio e attira lo sguardo dove vuole lui. Ed è proprio questo il passaggio chiave: con il guanto, Michael anticipa un principio ancora attualissimo.
Non serve un total look per definire uno stile. A volte basta un solo elemento per raccontare tutto. Ed è proprio questa, in fondo, la ragione per cui Michael Jackson continua a interessare la moda più di tante altre icone pop. Non per la semplice eccentricità, ma perché ha saputo creare una struttura. Ha lavorato sulle spalle prima che diventassero dichiarazione di potere nel lusso contemporaneo, ha usato harness e costruzioni sul busto prima che diventassero un codice riscoperto dalla moda uomo, ha reso il pantalone cropped e la scarpa bicolore strumenti di performance, ha trasformato la giacca decorata in un emblema trans-generazionale.
Un’influenza che non si è limitata al costume di scena, ma ha attraversato davvero il linguaggio della moda. Per questo il biopic può essere un buon punto di partenza, ma non basta a spiegare il fenomeno. Michael Jackson non è soltanto un artista che sceglieva dei bei look. È uno di quei rarissimi casi in cui lo stile diventa infrastruttura dell’immaginario pop. Ogni suo capo importante non serve a “vestire” una canzone, ma a renderla immediatamente memorabile. E nel suo caso, a distanza di decenni, la prova è ancora davanti agli occhi: basta un fedora, una giacca militare, una zip sulla pelle, un guanto solo, una caviglia scoperta sopra un mocassino, e Michael Jackson riappare intero.