Di Patrizia Piccinini
Se Venezia è una città sospesa, la Biennale ne registra le oscillazioni con una precisione quasi fisica. È un dispositivo che trasforma il presente in forma espositiva, dove ciò che accade fuori entra dentro senza filtro. Tra i Giardini e l'Arsenale si attraversa una geografia frammentata. I padiglioni funzionano come camere di risonanza nazionali, ma la loro natura è sempre meno diplomatica e sempre più esposta alle frizioni del presente.
È in questa zona instabile che si inserisce l'edizione attuale, In Minor Keys. Dopo anni di dichiarazioni forti e linguaggi assertivi, emerge un registro più sottile. Pratiche che lavorano per sottrazione, che privilegiano l'ascolto, che cercano una forma di resistenza meno esposta. Non una rinuncia, ma un cambio di intensità. Una ricerca che si muove nelle zone meno evidenti, dove il rumore si abbassa e il significato si deposita lentamente.
Il progetto della Biennale 2026 è legato alla figura di Koyo Kouoh, curatrice camerunense-svizzera tra le voci più rilevanti della scena artistica internazionale contemporanea. La sua nomina aveva aperto una direzione chiara: uno sguardo meno centrato sull'Europa, attento alle pratiche diasporiche, alle geografie africane e a forme di racconto capaci di spostare il punto di osservazione.
Koyo Kouoh è morta il 10 maggio 2025, prima dell'apertura della mostra. Il progetto In Minor Keys non è stato modificato dopo la sua scomparsa. L'impianto curatoriale che aveva definito nei mesi precedenti resta invariato e viene portato avanti da un team da lei selezionato - Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi - incaricato di tradurlo in forma espositiva. La mostra si realizza quindi come esecuzione di una visione già costruita, non come sua revisione.
Questa continuità produce una condizione particolare: la Biennale presenta un progetto integro nella sua struttura, ma privo della presenza della sua autrice. Una forma di curatela che procede per coerenza interna mentre si misura con un'assenza reale. La mostra non nasce da una sostituzione né da una rielaborazione, ma da una prosecuzione che rende visibile, insieme, la forza del progetto e la sua interruzione biografica. Sono 111 i partecipanti tra artisti, collettivi e organizzazioni, selezionati da Kouoh attraverso un criterio di risonanze e affinità più che di appartenenze geografiche.
Il nucleo concettuale si articola attorno a motivi non definiti in astratto: gli Are (Shrines), omaggio a figure come Issa Samb e Beverly Buchanan; la processione, ispirata alle coreografie del mondo afro atlantico; le Scuole, intese come ecosistemi radicati nei territori; e lo spazio del riposo, dove il giardino creolo e il cortile diventano luoghi di riconnessione e resistenza.
In questa geografia di visioni, i padiglioni nazionali assumono quest'anno un ruolo particolarmente esposto. La Francia affida il suo storico padiglione, dopo un lungo restauro, a Yto Barrada. L'artista trasforma lo spazio in un'installazione immersiva intitolata Comme Saturne, dove il tessuto diventa linguaggio di metamorfosi.
Il Regno Unito presenta Lubaina Himid, figura centrale del Black Arts Movement britannico e vincitrice del Turner Prize nel 2017. Predicting History: Testing Translation utilizza pittura e dispositivo scenico per interrogare le dinamiche del potere e dell'invisibilità coloniale. L'Egitto propone il Padiglione del Silenzio, con Armen Agop: un ambiente costruito sulla riduzione essenziale della materia, dove lo spazio diventa condizione di ascolto.
Il Qatar, alla sua prima partecipazione alla Biennale Arte, occupa il sito del futuro padiglione permanente progettato da Lina Ghotmeh con un progetto di Rirkrit Tiravanija, Untitled (a gathering of remarkable people). Sotto una struttura che richiama una tenda, si intrecciano film, performance sonore, sculture e un programma culinario che costruisce uno spazio di scambio tra pratiche e geografie differenti.
Il Padiglione Italia presenta Con te con tutto di Chiara Camoni, a cura di Cecilia Canziani. Alle Tese delle Vergini dell’Arsenale di Venezia, lo spazio diventa un unico paesaggio: prima un “bosco” di sculture in ceramica, poi un ambiente aperto e in trasformazione, tra materiali naturali e di recupero. Al centro, l’idea di arte come pratica condivisa, fatta di relazione, tempo e dialogo tra persone, materia e ambiente.
La Polonia alla Biennale Arte 2026 presenta Liquid Tongues, progetto di Bogna Burska e Daniel Kotowski, curato da Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko. È un’installazione audio-video che intreccia lingua dei segni, voce e comunicazione animale, con un coro misto di performer sordi e udenti che reinterpretano i canti delle balene.
Tra immagini, suono ed esperienza fisica, il progetto costruisce uno spazio fluido tra aria e acqua, dove i codici comunicativi si ribaltano e si contaminano. In linea con il tema curatoriale delle “Minor Keys” di Koyo Kouoh, Liquid Tongues invita a un ascolto più attento delle voci meno visibili e immagina nuove forme di relazione tra umano, animale e ambiente. La Santa Sede affida il proprio padiglione al Soundwalk Collective con la curatela di Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, per trasformare la visita in un'esperienza sonora e percettiva.
Venezia, durante i mesi della Biennale, diventa un arcipelago di visioni. Le mostre sono più di centocinquanta. Tra tutte, quattro sono imperdibili. Alle Gallerie dell'Accademia, Transforming Energy di Marina Abramović è l'evento dell'anno. Per la prima volta nella storia dell'istituzione, un'artista donna vivente entra nelle sale della collezione permanente rinascimentale: le sue opere dialogano direttamente con i capolavori veneziani, e il confronto tra la sua Pietà (with Ulay) del 1983 e l'ultima Pietà di Tiziano - realizzata tra il 1575 e il 1576, a 450 anni dalla morte del pittore - è uno di quei momenti rari in cui il tempo si accorcia davvero.
La mostra celebra gli ottant'anni dell'artista serba, che a Venezia ha vinto il Leone d'Oro nel 1997. Un passaggio storico, e insieme una delle esperienze più in sintonia con il tema delle "note minori": corpo, trasformazione, presenza.
A Punta della Dogana, Third Person di Lorna Simpson è la mostra che dialoga più direttamente con lo spirito di Koyo Kouoh. La prima grande retrospettiva europea sulla pittura dell'artista americana attraversa oltre un decennio di lavoro: figure enigmatiche, paesaggi glaciali, ritratti sospesi tra storia e memoria, che indagano identità, razza e i meccanismi di costruzione dell'immagine. Una voce necessaria, in risonanza profonda con tutto ciò che accade ai Giardini e all'Arsenale.
A Palazzo Pisani Moretta, la Fondazione Dries Van Noten è la novità strutturale della stagione. Lo stilista belga - che nel 2024 ha lasciato la direzione creativa del suo marchio - sceglie Venezia per aprire una nuova istituzione culturale insieme al partner Patrick Vangheluwe, insediandosi in uno dei palazzi gotici più belli del Canal Grande, aperto al pubblico per la prima volta nella sua storia. La mostra inaugurale, The Only True Protest Is Beauty, riunisce oltre duecento opere in venti sale: moda, arte, design, ceramica, senza gerarchie tra linguaggi. Non una fondazione di moda, ma qualcosa di più difficile da classificare e proprio per questo rilevante nel paesaggio veneziano.
A Ca' Pesaro, Jenny Saville porta per la prima volta a Venezia un ampio percorso sulla pittura del corpo. Le sue tele monumentali - carni stratificate, identità in conflitto, superfici che resistono all'idealizzazione - entrano in dialogo con la scuola veneziana, Tiziano in testa, in un confronto che la città rende possibile in un modo che nessun altro luogo potrebbe. L'ultima sala ospita nuovi dipinti inediti creati appositamente per Ca' Pesaro: un omaggio intimo, e definitivo, alla città.