Di Claudia Ricifari
Una mostra dedicata agli Antwerp Six, i sei creativi che tra gli Anni ‘80 e ‘90 hanno stravolto il fashion system con una creatività più attenta al sentire comune e un approccio totalizzante alla diffusione e comunicazione del brand. È quella organizzata al MoMu di Anversa in occasione dei 40 anni del loro debutto internazionale. Perché Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee non sono stati infatti soltanto degli stilisti, hanno portato una ventata di aria fresca, ridefinendo un sistema, il modo in cui la moda viene pensata, costruita e resa visibile.
Nella seconda metà degli Anni ‘70 Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee intraprendono il loro percorso di formazione all’Accademia di Belle Arti di Anversa. Il contesto è particolare. In Regno Unito il punk travolge musica e stile: Vivienne Westwood e Malcom McLaren si fanno portavoci di un nuovo concetto di moda più attento agli umori della strada e all'estetica New Romantic che esplode in locali di culto come il Blitz.
La moda di quel periodo inizia a guardare ben oltre la couture parigina. In quegli anni Anversa è attraversata da una certa influenza anglosassone e da una scena culturale densa e sfaccettata, con spazi artistici indipendenti, club e performance. Una rete di relazioni e influenze che i sei vivono pienamente, nello stesso periodo in cui assimilano la tecnica accademica. Ma ben presto si rendono conto che la scuola non è ancora in grado di codificare certe spinte e che per cavalcare – e guidare – il cambiamento bisogna fare qualcosa di più. In quegli stessi anni, anche un giovanissimo Martin Margiela fa parte del gruppo, anche se poi prenderà una sua strada essendosi laureato prima e iniziando a lavorare per Jean Paul Gaultier.
Tra i sei studenti nasce un rapporto speciale, fatto di stimoli creativi reciproci che non sfociano nell’imitazione, bensì in una chiara differenziazione di stili e concetti. Ma la relazione tra loro è intensa e proficua e spinge il Belgio, che stava attraversando una grande crisi produttive del settore, a puntare sulla creatività attraverso un Piano Tessile quinquennale che cerca di spingere i giovani offrendo sostegno economico e occasioni di visibilità. Da qui il concorso Golden Spindle e altre iniziative che vedono trionfare ora l’uno ora l’altro. Fino alla svolta: nel 1986, quando Van Noten, Bikkembergs, Yee, Demeulemeester, Van Beirendonck e Van Saene salgono su un van con le loro collezioni alla volta di Londra, dopo aver strappato in extremis l’ok a partecipare al British Designer Show.
La posizione a loro affidata non è ottimale, in un piano poco di passaggio, distante dai brand più noti e di fianco alle collezioni da sposa. Loro, però, non ci stanno a perdere quell’occasione e improvvisano dei volantini da distribuire personalmente a buyer e giornalisti, attirando la loro attenzione. Questi ultimi, non riuscendo a memorizzare i loro nomi stranieri, coniano il termine Antwerp Six (i Sei di Anversa), colpiti dal loro approccio minimalista, così diverso e decostruito rispetto all’opulenza che regnava nella moda europea, da Mugler a Versace, ma più vicino allo stile giapponese introdotto da Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto.
A colpire dei sei è soprattutto la consapevolezza e la precisione con cui ogni dettaglio viene pensato per definire un’immagine coerente: persino gli inviti e i materiali editoriali sono ideati dagli stessi stilisti. Uno sguardo d’insieme, non solo sul prodotto, ma sul racconto, che è pura avanguardia, se consideriamo che oggi – 40 anni dopo – parliamo dell’importanza dello storytelling e della coerenza per un brand.
In questo contesto che li vede quasi come un collettivo, i sei sono comunque in grado di mantenere ognuno una propria specifica identità. Dirk Bikkembergs concentra il proprio lavoro sul corpo maschile e sulla sua costruzione: le sue collezioni sviluppano una tensione tra rigore formale e energia fisica, tra precisione sartoriale e materiali robusti. Negli anni successivi, questa ricerca si espande fino a includere il linguaggio dello sport, anticipando una trasformazione che diventerà centrale nella moda contemporanea.
Walter Van Beirendonck utilizza la moda come un dispositivo di comunicazione diretto e immediato. Colore, grafica, slogan, casting, materiali tecnologici contraddistinguono collezioni che affrontano temi sociali e politici in modo esplicito: sessualità, identità, ecologia, conflitto entrano nel suo lavoro quando il sistema moda tende ancora a evitarli. La dimensione visiva è centrale, ma sempre accompagnata da un contenuto e un messaggio forte.
Dirk Van Saene sviluppa una ricerca più laterale, segnata da una libertà costante nel rapporto con l’abito. Il suo lavoro attraversa il tailoring per modificarlo, introduce elementi ironici, utilizza materiali e tecniche in modo non convenzionale. Il trompe-l’oeil, l’ibridazione, l’interferenza tra registri diversi diventano strumenti per mettere in discussione le categorie stesse del vestire. La sua moda mantiene una dimensione imprevedibile, capace di spostare continuamente il punto di equilibrio.
Dries Van Noten costruisce invece un linguaggio fondato sulla stratificazione. Tessuti, stampe, colore, riferimenti visivi e culturali si combinano in collezioni che procedono per accumulo e affinamento. Il suo lavoro evita dichiarazioni esplicite, sviluppando una continuità che si rafforza nel tempo. La relazione tra menswear e womenswear, tra decorazione e struttura, tra memoria e contemporaneità definisce una ricerca che trova nella materia il proprio punto di partenza.
Marina Yee segue una traiettoria autonoma, guidata da un rapporto diretto con il materiale e con il processo. Il lavoro sul manichino, l’uso di capi esistenti, l’attenzione al dettaglio costruttivo e alla trasformazione portano a una pratica che riduce, sottrae, rielabora. La sua distanza dalle logiche più commerciali le consente di sviluppare una visione che oggi dialoga con i temi della sostenibilità e del riuso, pur mantenendo una dimensione profondamente personale.
Ann Demeulemeester, infine, elabora una grammatica costruita su equilibrio, tensione e controllo. Le sue silhouette, spesso sviluppate attorno al bianco e nero, uniscono rigore sartoriale e sensibilità atmosferica. Lavoro sulla materia, asimmetria, stratificazione, relazione tra struttura e movimento definiscono una ricerca che integra riferimenti letterari, musicali e artistici in un linguaggio coerente e continuo.
La vera novità degli Antwerp Six, ad ogni modo, non è - solo - quella di aver proposto un nuovo stile, ma di aver creato un modello operativo. Il designer assume un ruolo che comprende ideazione, direzione artistica, comunicazione, costruzione dell’immaginario.
La mostra del MoMu restituisce questa complessità attraverso un percorso articolato. La prima parte ricostruisce il contesto: la nascita del dipartimento moda dell’Accademia, il clima culturale degli anni Sessanta e Settanta, la scena artistica e musicale di Anversa. Il racconto prosegue con gli anni della formazione, le influenze condivise, il confronto con le capitali internazionali, fino alla definizione di una prima identità comune, attraverso fotografie, bozzetti, manifesti. Un nucleo centrale è dedicato alle strutture che hanno sostenuto la loro emersione, con particolare attenzione al Golden Spindle e al ruolo delle politiche industriali.
La sezione successiva entra nel momento del debutto internazionale, ricostruendo le presentazioni di Londra e il processo che porta alla visibilità globale. A questo si affiancano sei installazioni dedicate ai singoli designer, che permettono di leggere in modo autonomo ciascuna traiettoria e identità. Una parte rilevante è riservata ai materiali di comunicazione - inviti, cataloghi, elementi grafici - che chiariscono la portata del loro approccio progettuale. Il percorso si completa con testimonianze e contributi critici, tra cui quelli di Raf Simons e Tim Blanks, che collocano il loro lavoro all’interno di una storia più ampia.
Il risultato è una lettura che tiene insieme tre livelli: il contesto, la dinamica del gruppo, le individualità. È in questo intreccio che si comprende il peso degli Antwerp Six. Non come identità compatta, ma come convergenza temporanea capace di produrre un cambiamento duraturo. Un cambiamento che ha aperto la strada al lavoro di altri designer a venire, dallo stesso Raf Simons ad Haider Ackermann e che ha acceso i riflettori sulla creatività belga e sulla Royal Academy of Fine Arts, che dopo gli Antwerp Six ha formato altri talenti della moda di oggi, come Demna e Glenn Martens.
La mostra rimarrà aperta fino al 17 gennaio 2027.
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