Di Giuditta Avellina
All’inizio sembra tutto sotto controllo. Un collegio, ragazzi in uniforme, corridoi puliti, gesti ripetuti. Poi il sistema si incrina. Storm I & II, il nuovo progetto di GENER8ION insieme con il rapper svedese outsider Yung Lean, pioniere del cloud rap malinconico, e diretto dal regista Romain Gavras, non racconta una storia in senso classico. Funziona più come un ambiente dove entri, resti qualche minuto ed esci con addosso immagini che continuano a tornare. Più che un videoclip, è un oggetto visivo costruito per essere attraversato. La musica tiene il ritmo, ma è l’immagine a guidare tutto. Yung Lean non è un protagonista nel senso tradizionale, ma una presenza che sfugge. Non guida davvero l’azione, non la domina. A tratti sembra un catalizzatore, a tratti un corpo estraneo. È dentro il sistema, ma anche fuori. Ed è proprio questa ambiguità a renderlo centrale.
La scelta del collegio non è solo estetica. È un dispositivo, uno spazio chiuso, regolato, dove l’identità si costruisce per imitazione. Qui la mascolinità adolescenziale non viene raccontata, ma messa in scena attraverso i corpi: pressione del gruppo, gerarchie, tensione che cresce sotto la superficie. I gesti si irrigidiscono, poi diventano aggressivi, poi sfuggono. La violenza non arriva come rottura improvvisa, ma come accumulo.
Le divise fanno il resto. Blazer, camicie, cravatte: un’estetica perfetta, ordinata, che richiama lo stile preppy che tante passerelle ha già ispirato. Ma qui non è un codice di stile, è una struttura di contenimento. Le uniformi tengono insieme i corpi finché non iniziano a cedere. Ed è proprio quando tutto si incrina che funzionano meglio: restano pulite, intatte, mentre i ragazzi si scompongono. È un contrasto netto, quasi disturbante. Le coreografie di Damien Jalet lavorano su questa frizione. Non sembrano mai davvero danza. Non c’è esibizione, c’è un loop. I corpi si muovono all’unisono, poi iniziano a slittare, a urtarsi, a perdere coordinazione. È come osservare un organismo che funziona finché qualcosa non lo manda in crisi. E quella crisi non esplode subito, ma si stratifica, prende spazio.
Il video non costruisce una narrazione lineare, ma una trasformazione. Parte da un ordine artificiale, attraversa una fase di violenza fisica e psicologica, e arriva a qualcosa che somiglia a una nuova forma di collettività non rassicurante. Come se il gruppo, dopo essersi incrinato, trovasse un altro modo di stare insieme. È qui che Storm I & II smette di essere un videoclip. Diventa una vera e propria estetica, un lavoro sulla forma del gruppo, sulla costruzione dell’identità e sulla possibilità di trasformarla. Ma senza mai chiarire se questa trasformazione sia davvero una liberazione o semplicemente un’altra forma di controllo.
Romain Gavras è figlio del celebre regista di thriller politici Costa-Gavras e porta con sé un’eredità cinematografica altrettanto solida. Ha diretto film francesi allucinati come Il nostro giorno verrà e Il mondo è vostro, oltre all’epico film di rivolta girato in un’unica sequenza, Athena. Ma è soprattutto nei videoclip che ha costruito il suo linguaggio: da Signatune di DJ Mehdi a Stress dei Justice, fino a Bad Girls di M.I.A. e Gosh di Jamie xx. Un linguaggio fatto di immagini collettive, spesso violente, sempre memorabili. Qui Gavras cambia registro: meno shock immediato, più tensione che si deposita. Ed è anche per questo che il video funziona così bene oggi. È pieno di immagini che reggono da sole: una fila di ragazzi in uniforme, un corridoio che si riempie, Lean fermo mentre tutto accelera.
Sono frammenti già pronti a circolare, a essere estratti, reinterpretati nell’immaginario della moda. Perché Storm I & II è, di fatto, un archivio visivo immediato. Quelle divise, così pulite e tese, sono già reference, grammatica visiva. Un sistema di segni pronto a essere ripreso e citato: un immaginario ispirazionale che ha già iniziato a circolare.
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