Di Giuditta Avellina
Negli ultimi anni rap, trap e moda hanno smesso di incrociarsi per caso: oggi condividono lo stesso linguaggio visivo. Dai palchi televisivi ai red carpet, dalle passerelle ai social feed, l’estetica dell’urban è diventata una grammatica culturale capace di definire un’epoca. Il punto, ormai, non è più stabilire se trap e rap siano entrate nel mainstream, ma capire quanto sia stato il mainstream a trasformarsi per accoglierle.
Lo racconta Andrea Bertolucci, giornalista e autore specializzato in cultura giovanile, che abbiamo intervistato per X-Style. La sua lettura ribalta una domanda ricorrente: rap e trap hanno davvero smesso di essere controcultura? “Non è tanto la cultura trap urban che smette di essere controcultura, è il sistema che in qualche modo ridefinisce se stesso”, spiega. E usa un’immagine molto efficace: “Per anni ha bussato contro la porta violentemente, poi piano piano è entrato nella stanza e adesso è come se stesse aiutando a riarredare”.
Il passaggio si vede soprattutto dove la televisione è più rituale, e dove l’apparizione non è soltanto musicale ma scenica, ad esempio al Festival di Sanremo. Secondo Bertolucci, in quella dimensione è cambiata la gerarchia del messaggio: “Adesso è come se si volesse veicolare più l’estetica dell'artista rap o trap più che una notizia a livello musicale”. L’outfit smette di essere corredo e diventa testo e la silhouette dell'artista diventa dichiarazione. Il brand diventa una sorta di frase immediata, decodificabile al primo sguardo, pensata per vivere nella performance e poi rimbalzare sui social.
In questo quadro, la presenza di brand come Louis Vuitton su quel palco - associata nel 2025 a figure come Luchè, salito all’Ariston con look firmati dalla maison francese - funziona come segnale: non perché “sdogana” qualcosa, ma perché certifica che certi codici sono già lingua comune. Anche alcune performance recenti hanno mostrato quanto l’estetica sia ormai parte integrante della narrazione.
Nel 2024 Geolier, in gara con I p’ me, tu p’ te, ha portato sul palco un immaginario urbano nitido e contemporaneo: outfit street di lusso, gioielli e attitudine rap che trasformavano la presenza scenica in una dichiarazione identitaria, culminata nella serata delle cover con Guè, Luchè e Gigi D’Alessio in un medley tra rap e tradizione napoletana. Ancora più esplicito è stato il gesto simbolico visto al Festival di Sanremo 2025, quando Shablo, Tormento, Guè e Neffa hanno condiviso lo stesso palco in una performance che univa generazioni diverse dell’hip hop italiano.
L’apparizione - letta da molti come una sorta di passaggio di testimone culturale tra la stagione pionieristica del rap italiano e la sua fase più mainstream - ha portato all’Ariston un immaginario estetico e musicale che fino a pochi anni fa sembrava distante dal linguaggio tradizionale del festival. È proprio in queste apparizioni che si vede come l’immagine non sia più semplice accompagnamento ma struttura narrativa della musica stessa. “Lo stile come punto di partenza, l'outfit dell'artista, non è più un dialetto, diventa proprio la lingua madre di una generazione intera”, dice Bertolucci. La maxi bag, gli accessori statement, il formalismo spinto verso l’urban - bomber al posto del blazer classico, pantaloni ampi, dettagli oversize - sono oggetti e scelte che raccontano identità prima ancora che status.
Se c’è un nome che sintetizza il passaggio dalla collaborazione all’architettura culturale è Pharrell Williams. Dal 2023 è Men’s Creative Director di Louis Vuitton: una nomina che ha trasformato una tendenza in struttura. Non si tratta più soltanto di “ispirazione” street, ma di un vero innesto culturale dentro la narrazione di una maison storicizzata. Bertolucci lo descrive come un ribaltamento di direzione: “Non è più l’artista che cerca il brand: sono i brand che cercano questi artisti”.
E aggiunge: “Il mainstream ha bisogno di questi linguaggi per rimanere contemporaneo”. Quello che cambia è anche la velocità con cui avviene l’osmosi. “Prima succedeva che una sottocultura si dovesse consolidare, affacciarsi al mainstream, per essere osservata e captata dall’industria della moda mentre oggi il processo è molto più veloce”, spiega. La moda intercetta in tempo reale ciò che funziona come identità visiva condivisa.
La Milano Fashion Week Fall/Winter 2026 ha offerto un altro snodo simbolico, con il debutto di Demna Gvasalia come direttore creativo di Gucci. Qui si innesta la questione “maranza”: tute, volumi, ostentazione, bling, codici di strada iper riconoscibili che, una volta trasportati in passerella, diventano linguaggio moda. Per Bertolucci la lettura è ambivalente. Da una parte c’è un meccanismo storico: “La moda attinge da quell’archivio lì — punk, skate, hip hop — per cercare nuove ipotesi di rinnovamento”. Dall’altra, Demna accelera: “Oggi l’osmosi estetica è immediata. Uno come Demna sta ridefinendo in maniera molto più veloce questo processo”.
Il cortocircuito, però, non è soltanto estetico ma anche di contesto. “Quando l’estetica viene isolata dalla sua matrice sociale finisce anche un po’ per neutralizzare il contesto da cui nascono”, osserva, riferendosi a presenze di artisti “molto fluidi, molto ambigui”, non ancora pienamente istituzionalizzati. A rendere ancora più evidente questo gioco di contrasti è stata anche la presenza iconica di Kate Moss, comparsa nello show come figura quasi simbolica: una delle modelle più rappresentative dell’estetica anni Novanta che attraversa una sfilata costruita su codici di strada contemporanei. La sua apparizione ha funzionato come ponte visivo tra due epoche della moda - il minimalismo ribelle della supermodel era e la nuova teatralità urbana - sottolineando proprio quel corto circuito tra archivio e presente che Demna sembra voler orchestrare.
In questo senso, “portare il maranza in passerella è anche un’espressione di una temperatura sociale reale”. Il risultato è un codice nuovo: non più soltanto il rapper che incarna il rapper, ma una figura che diventa simbolo pop, quasi caricatura consapevole, e per questo potentissima sul piano visivo.
Uno dei nuclei più interessanti dell’intervista riguarda la semplificazione frequente della trap come puro consumismo. Bertolucci rifiuta la riduzione: “Tutti spesso mi chiedono: la trap è l’emblema del consumismo? Sì e no, non è una semplice ostentazione”. La chiave è l’immediatezza del codice: “È una riscrittura dello status secondo un linguaggio immediatamente decodificabile, immediatamente riconoscibile”. La moda, qui, non è accessorio ma infrastruttura di identità. “È come un’uniforme, una divisa: per la prima volta si parla tutti la stessa lingua, che è una lingua molto visiva, molto di logo, molto brandizzata”.
Il salto storico, secondo Bertolucci, non nasce con la trap: la trap “istituzionalizza qualcosa che già c’era”, dagli anni ’80 di Run-DMC e Adidas fino agli anni ’90, quando Notorious B.I.G. citava Versace come simbolo di rivalsa e scalata sociale. Ma il vero cambio di paradigma arriva nei primi Duemila, con la nascita della BMF Entertainment, la label legata alla Black Mafia Family dei fratelli Flenory.
È qui, secondo Bertolucci, che si produce un’iniezione enorme di liquidità nel sistema musicale americano: “È un’iniezione di denaro contante fortissima”, spiega, “e cambia il meccanismo anche nel rapporto con l’estetica e con il brand”. In quel contesto il lusso non è più aspirazione ma condizione materiale immediata. L’artista dispone di capitali consistenti e il marchio non è più soltanto citazione nei testi, ma diventa parte strutturale dell’immaginario. “Il brand diventa il corpo stesso dell’artista”, dice. È da lì che il logo smette di essere oggetto e diventa lingua condivisa, presenza sistemica nei videoclip, nei social, nei front row. Non si tratta più di indossare un marchio, ma di abitarne l’immaginario.
Questo spiega perché, soprattutto nella prima ondata trap italiana del 2016, l’immagine abbia funzionato come motore di identità. Bertolucci cita esplicitamente Sfera Ebbasta e la Dark Polo Gang: “Sono più o meno tutti in questa wave”, dice, perché “l’identità pubblica spesso coincide anche con l’identità privata”. La trap, in questa lettura, radicalizza la coerenza tra ciò che si racconta e ciò che si mostra: “Porta all’estremo la street credibility, quest’idea di coerenza totale tra quello che dice e quello che sei. Se non ce l’hai devi creartela, è una performance totale”.
Un caso emblematico è quello di Rick Ross. Prima di diventare uno dei simboli del luxury rap americano, lavorava come guardia carceraria. Una biografia distante dall’immaginario street che poi ha costruito. “Ha passato quasi dieci anni della sua carriera a costruirsi una street credibility”, racconta Bertolucci. Quando il racconto non coincide con il personaggio, l’estetica diventa strumento di legittimazione: silhouette, gioielli, ambientazioni, brand: non semplice styling, ma costruzione coerente di un’identità pubblica. Nel 2026, questo si traduce in una moda che non è più “ispirata” dalla musica: è una parte della narrazione dell’artista, spesso la prima cosa che viene riconosciuta.
Il passaggio contemporaneo è quello che Bertolucci definisce world building. Nella cultura pop attuale, la collaborazione non è più un oggetto isolato ma un tassello di universo. “Tu vedi una grafica e lui non ti sta vendendo solo un'immagine, ti sta vendendo un mondo. Che è il suo mondo. Non sono capsule collection e basta, ma estensioni del suo mondo, del suo immaginario: scenografie dei live, grafica, colori, texture” come racconta anche nel suo Trap Game. I sei comandamenti del nuovo hip hop. È un modello che si vede con Travis Scott e si consolida con Drake, che secondo Bertolucci lavora su una piattaforma che va oltre la musica.
Vengono citati OVO e NOCTA come esempi di estensione lifestyle, e anche un ponte italiano: Domenico Formichetti, che ha contribuito a “normalizzare” la presenza degli artisti in contesti fashion senza snaturarne l’identità, “accrescendone la potenza estetica”. L’artista non è più testimonial ma architetto, un creatore di regole visive che si traducono in scenari.
Lo stile rap e trap nel 2026 non è un blocco unico ma un campo di tensione. Da una parte c’è l’istituzionalizzazione: figure “iper istituzionalizzate” come Guè e Marracash, per cui il lusso non è più shock value ma “habitat”, “contesto abitativo” dell'hip hop. Dall’altra emergono segnali di rottura e radicalizzazione estetica in nuove wave. “Storicamente ogni fase di integrazione ha prodotto una controfase di rottura”, dice Bertolucci.
Quando si chiede quale immagine rappresenti meglio presente e futuro immediato, la risposta è concreta: “La UK drill - come spiega anche nel suo Guerra alla trap. Le parole che fanno paura - è monocolore, prevalentemente nero e grigio, ha la tuta tech come immaginario”. E poi: “C’è tutta un’estetica gotica che sta ritornando, penso a Rick Owens ma tanti rapper stanno citando sempre di più quell’immaginario”. La frattura è visiva: da un lato il maranza-core iper riconoscibile, dall’altro il goth-tech come linguaggio di appartenenza.
Nel 2026 lo stile rap e trap si muove lungo direttrici chiare. Il formalismo classico viene riscritto in chiave urban, con bomber al posto del blazer tradizionale, pantaloni più ampi, volumi oversize e accessori statement. La maxi bag logata diventa testo visivo e status immediato. Il monocromo nero e grigio - tech fleece, tuta tecnica, layering funzionale - si consolida come uniforme generazionale. L’estetica gotico-luxury, nell’orbita dell’immaginario Rick Owens, torna come linguaggio di rottura. Le collaborazioni smettono di essere capsule e diventano ecosistemi: world building fatto di grafica, scenografie, drop e community.
Per dirla con Bertolucci: “Cambia l’estetica quando cambia la temperatura emotiva di una generazione”. Nel 2026, la moda misura quella temperatura in tempo reale e la cultura rap e trap ne sono il suo termometro più veloce, attendibile, specchio e riflesso vero del contemporaneo.
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