Di Simona Peverelli
Nella vita di una donna ci sono molti strati. Ruoli e impegni. Umori e intenzioni. Parte da questa molteplicità la Milano Fashion Week dedicata alle collezioni dell’Autunno/Inverno 2026-2027. Una riflessione sulla realtà sfaccettata delle donne e sulla quotidianità dove il tempo sembra non bastare mai, che è diventata ispirazione per molti brand saliti in passerella. Il risultato è un nuovo stile Shabby chic, che si vede nei tessuti non stirati, nel polsini delle camicie lasciati aperti, nelle cuciture a vista o addirittura incomplete, come nelle stringate e nei mocassini dall’effetto consumato. Un sapore neo grunge che nelle creazioni dei designer si traduce prima di tutto nello studio del layering, dove ogni capo può prendere vita in diverse forme; ma anche nel riutilizzo dei materiali, con il recupero degli scarti di archivio riapplicati sui capi. Una donna che sovrappone e riutilizza all’insegna della praticità, ma che non rinuncia alla propria sensualità, anche se inconsapevole. Un'attitudine che si esprime nelle silhouette, ma anche nel grande ritorno del deep black e del pizzo.
Le mille facce della donna si declinano nel layering: una pioggia di sovrapposizioni dove ogni capo si può trasformare in un altro, a seconda delle esigenze e dei momenti. Nella collezione Prada disegnata dai direttori creativi Miuccia Prada e Raf Simons il processo di stratificazione degli abiti pensa al cambio di passo dalla mattina alla sera, e a come un unico look possa dare vita ad outfit diversi, semplicemente riadattandosi. Il duo ha voluto rendere questa idea in un'unica sfilata reclutando solo 15 modelle per 60 look, ognuna delle quali ha sfoggiato quattro outfit smontati e rimaneggiati a ogni giro.
Il layering diventa lusso funzionale per Matteo Tamburini, che per Tod’s disegna creazioni che vestono tutta la giornata, con look stratificati che vivono di incastri e abbinamenti mutevoli. In questo gioco, protagonista rimane la pelle, che declina l’arte della selleria in abiti dai tagli asimmetrici e dai profili a contrasto, su gonne e camicioni. Tutto abbinato all’immancabile mocassino, una delle calzature più versatili e capaci di vestire ogni occasione, tra punta arrotondata e versione animalier.
Se la filosofia del layering si rifiuta di continuare a riempire l'armadio, puntando a trasformarlo in un camerino creativo, il motto definitivo diventa: meglio pochi capi, purché pensati e abbinati con intelligenza. Una visione nuova del guardaroba versatile, anche all’insegna del riuso. Un concetto che ritroviamo sulla passerella di Fendi, sopra quella scritta che ha segnato il debutto di Maria Grazia Chiuri: “meno io, più noi”. La pelliccia, uno dei simboli della maison romana, diventato oggi tema delicato alla luce di una nuova sensibilità, si trasforma qui in esempio virtuoso di riutilizzo e durata. Come nel 1956 il marchio aveva presentato al Grand Hotel di Roma la “collezione dell’amore” costruita solo con rimanenze, così la nuova direttrice creativa ha fatto, recuperando dai magazzini della label tutti gli scarti in pelliccia per realizzare gilet, parka e pompon sulle scarpe. Fare con “quel che c’è” come approccio da impresa familiare diventa una sfida da portare su scala industriale.
Nel luna park di feticci pop allestito da Diesel, poi, la collezione (re)mixa tessuti, capi e fantasie, e utilizza una gamma di materiali provenienti da fonti responsabili e materiali riciclati. La sartoria è sfoderata, infeltrita, costruita con scarti recuperati, mentre le giacche dalla texture effetto feltro compresso sono realizzate con gli sfridi di produzione dei filati. Le t-shirt ricoperte da cristalli sono strappate, mentre nei jeans destroyed del denim rimane solo una traccia.
Giorno dopo giorno sulle passerelle milanesi la stessa donna continua a correre, osservata da prospettive diverse. E nel suo incedere non perde mai la sua naturale e a volte inconsapevole sensualità, che nella prossima stagione fredda parla attraverso le silhouette, e attraverso un materiale su tutti: il pizzo. Lo si vede da Ermanno Scervino, dove la maglieria da esterno è accostata a sottovesti leggere, e dove dal cappotto militare spuntano organza e pizzo. Qui i trend si attraversano con organze e macramè punteggiati di cristalli, e con i pull accostati alle gonne a sirena in pizzo dorato che diventavano da sera.
Da Dolce&Gabbana la collezione utilizza “il pizzo come intimità”. Un trionfo su abiti, top e lingerie. Il pizzo in tutte le sue lavorazioni si intravede anche sotto i cappotti, le pellicce, i trench, le maglie. Seduzione in alcuni casi stemperata da stringate con gambaletto, in altri esaltata da décolleté con tacco a spillo. Un compendio di ottima sartoria, di coppole e scialli macramè, di lingerie esibita, sublimati da un nero (quasi) totale che è colore feticcio della griffe.
Ed è proprio questa l’ora del nero assoluto. Lo stesso nero che nel clima tipicamente milanese, un po’ plumbeo e un po’ frizzante allo stesso tempo, segna il suo grande ritorno. Intramontabile sintomo di eleganza che altre tinte hanno cercato, collezione dopo collezione, di scalzare o solamente affiancare. Per la prossima stagione fredda si torna al deep black, nero totale. Come quello “carnale”di Fausto Puglisi per Roberto Cavalli: sexy, italiano, contemporaneo. Una tinta che guarda all’identità del brand per esplorarne i riflessi tra pelle, jacquard e maglieria luminosa. Tra codici storici, memoria interna e riferimenti personali, l’ombra diventa energia.
Il non colore diventa colore anche da Gucci, dove la certezza è la monocromia spezzata solo dall'abito foulard con motivo Flora e dal damascato finale, in un sapore anni Novanta che ripesca dai codici di Gucci - dal monogam al motivo Flora, dal morsetto alle borse iconiche. Poco ma mirato da Emporio Armani, dove il nero va spesso in coppia con il bianco, come nell’ultima uscita dove camicie candide e black tie impeccabili diventano statement semplice e rigoroso. Di modernità e consapevolezza.