Di Simona Peverelli
Una storia di passione, desiderio e introspezione. Nel suo docufilm Michele Mally torna a parlare di Egon Schiele raccontando, svelando e approfondendo la figura del pittore e incisore austriaco, esponente assoluto del primo espressionismo viennese, pupillo e amico Gustav Klimt. Un artista che ha sempre rifiutato ogni compromesso per indagare a fondo il senso dell’esistenza e dell’essere umano: “Chi sono?”; “Perché esisto?”. Un pittore che costringe a vedere (anche oggi) ciò che vorremmo tenere in disparte; un modo di fare arte che ha strappato definitivamente tutti i veli dell’ipocrisia. I suoi ritratti e i suoi corpi, spesso nudi e deformi, comunicano disagio interiore, mettendo a nudo la verità. Figure distorte, incomplete, "disturbanti”. Un disturbo che continua a essere fonte di riflessione e introspezione.
Non è un caso che Mally torni a occuparsi di Schiele: lo aveva fatto nel 2018 con “Klimt & Schiele – Eros e psiche”, un altro film evento uscito in occasione del centenario dalla morte del pittore. E non è un caso che il docufilm ora in sala si intitoli “Tabù”.
Il lavoro di Schiele, infatti, mette al centro proprio il tabù più grande della sua società, che non è il sesso, ma la fragilità umana. Ieri, come oggi. Al cinema per un evento speciale solo il 20, 21 e 22 aprile, “Tabù. Egon Schiele” è un viaggio cinematografico nella mente e nell’eredità di uno degli artisti più radicali del XX secolo, morto a soli 28 anni, nel 1918, lasciando dietro di sé un corpus d'opere esplosivo composto da centinaia di dipinti e migliaia di disegni.
Mally accompagna gli spettatori sulle tracce dell’artista nelle atmosfere sospese di Vienna e Praga tra fine Ottocento e inizio Novecento, attraverso filmati d’archivio, voci, immagini di quadri e opere su carta, e infine musiche, con una colonna sonora originale d’impatto, composta e interpretata dalla violinista Laura Masotto. A guidare in questo percorso è la voce e il canto dell’attrice Erika Carletto, che si affianca alle interviste a esperti internazionali — tra cui Jane Kallir, Ralph Gleis e Kerstin Jesse — insieme con storici dell'arte, filosofi e psicoanalisti.
Ambientato a Krumau, Český Krumlov oggi, in Repubblica Ceca, città natale della madre di Egon Schiele, "Taboo. Egon Schiele" offre una lettura del profondo legame dell’artista con questa cittadina boema: un eterno ritorno, un luogo fisico, ma anche simbolo di desiderio, reclusione e nostalgia materna. “Tabù” parte da qui: dall’Atelier Egon Schiele, la casa con giardino dove il pittore abitò con la compagna e modella Wally Neuzil. E da qui il documentario esplora i complessi legami affettivi di Schiele: il rapporto con la madre Marie, anaffettivo e conflittuale, il grande amore abbandonato Wally, il matrimonio freddo e distante con Edith Harms, l’affinità più profonda con la sorella Gerti.
E poi c’è lo sguardo sulla cultura di allora. La cittadina della Boemia, che ai tempi di Schiele faceva parte dell’Impero austro-ungarico, affonda le sue radici in un’arte capace di sovvertire le regole estetiche, morali e psicologiche del tempo e di condurre– ancora oggi – all’essenza dell’essere umano. E poi Vienna e Praga e il parallelismo con Franz Kafka (1883-1924) una figura ricorrente nel docufilm, anche se non vi è prova che i due si siano mai conosciuti, pur avendo condiviso lo stesso universo onirico. Un "sogno" che influenza ancora la nostra contemporaneità. Dal 1918, infatti, l’anno in cui muore Schiele, continua a vivere l’eterno ritorno, l’ossessione per la morte, l’autoanalisi istintiva e ossessiva, il sentirsi sbagliati e insieme sfacciatamente presenti. Fino a oggi.