Di Giuditta Avellina
L’affiche ufficiale del Festival non è mai soltanto una locandina, ma una dichiarazione d’intenti appesa sopra la Croisette prima che arrivino i film, le giurie, i premi, gli scandali, gli applausi e i fischi. Nel 2026, per la 79ª edizione, il Festival sceglie Geena Davis e Susan Sarandon sul set di Thelma & Louise, fotografate da Roland Neveu nel 1991.
Il film di Ridley Scott fu presentato a Cannes il 20 maggio 1991 e torna, trentacinque anni dopo, come immagine ufficiale: due donne, una macchina, una strada, la libertà come gesto estremo. Da qui si può rileggere una piccola storia parallela di Cannes: non quella dei premi, ma quella dei manifesti. Perché, negli anni, il Festival ha spesso scelto le donne per dire qualcosa di sé. Non solo attrici o muse, ma corpi, presenze, autrici, fantasmi luminosi. Da Marilyn Monroe ad Agnès Varda, cinque manifesti raccontano cinque modi diversi di trasformare un’immagine in memoria collettiva.
Il manifesto del 2026 è potente perché non sceglie un’immagine posata, ma un frammento di movimento. Geena Davis e Susan Sarandon non sono ritratte come dive immobili: sono dentro una macchina, dentro una traiettoria, dentro un film che ha trasformato il road movie in una storia di amicizia femminile, fuga, ribellione e autodeterminazione. Thelma & Louise non appartiene alla storia di Cannes come semplice titolo di culto. Nel 1991 fu presentato fuori concorso e come film di chiusura del Festival.
Trentacinque anni dopo, Cannes lo richiama perché quell’immagine continua a lavorare nel presente: due donne che rifiutano il ruolo assegnato, che trasformano la fuga in una forma estrema di identità. L’aneddoto visivo è proprio lì: il Festival non sceglie il celebre salto finale, ma una fotografia di set. Non congela Thelma e Louise nel mito della tragedia, le restituisce alla corsa. Le mostra vive, complici, ancora prima dell’irreversibile.
Nel 2012, per la 65ª edizione, Cannes sceglie Marilyn Monroe. L’immagine è in bianco e nero: Marilyn davanti a una torta, nel gesto leggerissimo di soffiare una candela. Il manifesto fu creato dall’agenzia Bronx a partire da una fotografia di Otto L. Bettmann e arrivò in un anno doppiamente simbolico: il 65° anniversario del Festival e i cinquant’anni dalla morte dell’attrice. È uno dei poster più immediati e riconoscibili della storia recente di Cannes perché lavora su una contraddizione: Marilyn è presenza e assenza insieme.
Sembra colta in un momento privato, quasi infantile, ma in realtà è già icona assoluta. Il soffio sulla candela diventa un gesto sospeso tra compleanno e commiato, glamour e vulnerabilità. Cannes la definisce incarnazione perfetta del glamour, ma la forza del manifesto sta nel fatto che non mostra la Marilyn più esplosiva, quella del vento sulla gonna o dei diamanti e dei riflettori. Mostra una Marilyn più intima, il mito nel momento in cui sembra abbassare la guardia. Proprio per questo funziona: perché Cannes, tempio del cinema e dell’immagine, sceglie una diva che ha sempre vissuto sul confine tra costruzione pubblica e fragilità privata.
Nel 2015 il manifesto ufficiale della 68ª edizione è dedicato a Ingrid Bergman, nell’anno del centenario della nascita. L’immagine deriva da una fotografia di David Seymour, cofondatore di Magnum Photos, ed è rielaborata da Hervé Chigioni con Gilles Frappier. Il Festival la presenta come “icona moderna”, attrice emancipata, figura capace di attraversare Paesi, lingue e sistemi produttivi senza perdere grazia e semplicità. Bergman tiene insieme tutto ciò che il Festival ama raccontare di sé: Hollywood e l’Europa, il divismo e l’autorialità, Hitchcock e Rossellini, il volto popolare e la biografia irregolare.
Scegliere la Bergman in un manifesto è dare risalto a una donna che si è spostata, professionalmente e sentimentalmente, da un continente all’altro, sfidando anche le convenzioni morali della propria epoca. Nel poster, Bergman guarda indietro con un sorriso luminoso che sembra rivelare un’immagine di accoglienza, quasi un invito. Ma dietro quella grazia c’è una storia molto più complessa: l’attrice svedese diventata leggenda hollywoodiana, poi travolta dallo scandalo della relazione con Roberto Rossellini, e ancora riaccolta come grande interprete internazionale. Cannes la usa come volto della propria idea di cinema, non un territorio chiuso, ma una donna in continuo movimento.
Il manifesto del 2009, per la 62ª edizione, è uno dei più eleganti e misteriosi perché non mostra Monica Vitti frontalmente. La evoca di spalle, da un fotogramma di L’Avventura di Michelangelo Antonioni. Il poster fu costruito intorno a quel “photogramme” e sviluppato graficamente da Annick Durban; il film, presentato in concorso a Cannes nel 1960, vinse il Prix du Jury ex aequo.
È una scelta quasi anti-divistica in cui non c'è nessun primo piano o posa da star. Vitti è riconoscibile e al tempo stesso sottratta. È Cannes nel suo lato più sofisticato: non il glamour come evidenza, ma il cinema come enigma. L’aneddoto storico aggiunge profondità: L’Avventura fu uno dei film che ridefinirono la modernità cinematografica europea. Il senso di attesa, la sparizione, il paesaggio come stato mentale, trasformarono Monica Vitti in qualcosa di diverso da una semplice attrice protagonista.
Nel 2019 Cannes sceglie Agnès Varda per il manifesto della 72ª edizione. È una delle affiche più belle perché sposta radicalmente il centro dell’icona. Non una donna guardata, ma una donna che guarda. Non una musa, ma una regista. L’immagine la mostra giovane, in alto, sul set di La Pointe Courte, il suo primo lungometraggio, realizzato con mezzi minimi e spesso considerato una delle anticipazioni della Nouvelle Vague.
Il Festival la definì “faro ispiratore” di quell’edizione. Qui il manifesto diventa quasi politico, ma senza bisogno di proclami. Varda non è ritratta in una dimensione celebrativa o monumentale. È dentro il lavoro e sta fisicamente sopra la scena, come se il cinema fosse una costruzione artigianale fatta di corpi, equilibrio, intuizione, precarietà. È anche uno dei manifesti più intelligenti nella storia recente del Festival perché racconta una genealogia femminile del cinema senza trasformarla in slogan. Varda è autrice, fotografa, pioniera, figura libera, capace di stare tra documentario e finzione, intimità e sperimentazione, gioco e militanza.
Una menzione speciale merita il manifesto del 2017, realizzato per la 70ª edizione del Festival. L’immagine mostrava Claudia Cardinale mentre danza su un tetto di Roma, in una fotografia scattata nel 1959, agli inizi della sua carriera. Era una scelta luminosa e molto cannoise: il cinema come movimento, festa, energia, corpo libero nello spazio. Cardinale diventava il volto di un anniversario importante, non nella posa solenne della diva consacrata, ma in un gesto di leggerezza quasi istintiva.
Quel poster, però, è rimasto anche per la controversia che lo accompagnò: l’immagine fu ritoccata digitalmente e molti notarono che il corpo dell’attrice appariva più assottigliato rispetto alla fotografia originale. La polemica aprì un dibattito sul modo in cui anche un’icona assoluta potesse essere adattata agli standard estetici contemporanei. Cardinale minimizzò la questione, parlando di sublimazione artistica e non di offesa. Proprio per questo il manifesto resta interessante: perché tiene insieme l’omaggio e il suo cortocircuito. Cannes voleva celebrare la grazia, la danza, la libertà di una grande attrice italiana; finì anche per mostrare quanto il corpo femminile, persino quando appartiene alla memoria del cinema, resti un campo di interpretazione, desiderio e controllo.
Da Marilyn Monroe a Ingrid Bergman, da Monica Vitti ad Agnès Varda, fino a Thelma e Louise, Cannes ha spesso usato i manifesti come una forma di autoritratto e ogni volta scegliendo una donna diversa: la diva fragile, l’attrice cosmopolita, l’icona enigmatica, la regista pioniera, le due eroine in fuga. Il poster 2026 chiude idealmente questo arco e lo riapre. Geena Davis e Susan Sarandon sono lì per ricordare al Festival una delle sue funzioni più profonde: custodire la memoria del cinema senza renderla immobile. Due donne ferme in una fotografia, ma nate per correre. Prima ancora che il Festival cominci, Cannes ha già detto di sé che idealmente il cinema non è solo archivio, ma una strada aperta.