Di Marta Perego
Maschere, giocosità, un momento per dire la verità proprio perché si è nascosti. Il Carnevale esiste da secoli anche per ricordarci che l'identità non è un dato fisso, ma è una scelta, una performance, una negoziazione continua con il mondo e con noi stessi. E spesso risultiamo più autentici proprio quando ci copriamo il volto interpretando qualcun altro. Il cinema lo sa e lo riflette molto bene, soprattutto quando parla di doppio, di travestimento, di ciò che si cela sotto. Ecco cinque film per celebrarlo.
Lasse Hallström ambienta la sua commedia romantica nel cuore del Carnevale di Venezia, e sceglie di farlo con tutta la leggerezza che la città lagunare sa concedere quando si maschera. Travestimenti e scambi di identità guidano l'intreccio amoroso di “Casanova”, moltiplicano gli equivoci, accelerano i colpi di scena. Heath Ledger interpreta il celebre seduttore con un'eleganza che non rinuncia all'ironia, mentre Sienna Miller costruisce un personaggio femminile che è tutt'altro che passivo. È scaltra, determinata, capace di usare il Carnevale come spazio di emancipazione prima ancora che di romanticismo. In questo film il Carnevale non è semplicemente una cornice spettacolare: è il meccanismo che permette alla storia di esistere. Senza la maschera, nessuno dei suoi amori sarebbe possibile.
L'ultimo film di Stanley Kubrick è anche uno dei più enigmatici della sua filmografia. Tratto da Doppio Sogno, il romanzo breve di Arthur Schnitzler pubblicato nel 1925, “Eyes Wide Shut” usa la maschera non come accessorio ma come sistema. Bill e Alice Hartford, interpretati da Tom Cruise e Nicole Kidman, sono una coppia che indossa maschere sociali perfette (la bella casa, il matrimonio solido, le carriere brillanti) per sotterrare il proprio vero io e allinearsi ai tabù che la società impone. Kubrick costruisce un film catartico e disturbante, in cui il desiderio di vedere e il desiderio di non vedere convivono in una tensione che non si scioglie mai del tutto.
Sofia Coppola rilegge in chiave pop la vita di corte di Maria Antonietta, sposa di Luigi XVI e sovrana di Francia dal 1770 al 1789, e il risultato è un film che sembra impossibile e invece funziona perfettamente. La colonna sonora indie e rock di “Marie Antoinette", i costumi sontuosi premiati con l'Oscar, la palette visiva che satura ogni inquadratura di rosa e oro e champagne: tutto contribuisce a creare un'atmosfera in cui il Carnevale è condizione permanente. La corte di Versailles è il luogo in cui la maschera non si toglie mai e in cui l'etichetta, il rituale, la rappresentazione pubblica di sé divorano ogni spazio privato. Kirsten Dunst interpreta Maria Antonietta non come simbolo storico, ma come ragazza giovane, spaesata, intrappolata in un ruolo che non ha scelto, che cerca di costruire una vita autentica dentro una gabbia dorata. Questo è un film sull'identità femminile sotto pressione, sul modo in cui le aspettative sociali modellano e deformano il sé.
Baz Luhrmann trasferisce la tragedia shakespeariana in una metropoli postmoderna e ne ricava uno dei film più folgoranti degli Anni 90. Due bande rivali, pistole al posto di spade, rap e anfetamine, iconografia pulp e versi giambici recitati in perfetto inglese elisabettiano: la contrapposizione è la cifra con cui è costruito tutto il film, e funziona con una coerenza sorprendente. Il primo incontro tra Romeo e Giulietta avviene dietro una maschera, attraverso un acquario che deforma e filtra gli sguardi come un sogno. Il ballo in maschera a casa dei Capuleti è il motore della storia, il punto in cui tutto comincia e da cui non si può tornare indietro. Luhrmann usa il Carnevale come struttura drammaturgica: la maschera permette l'incontro, lo rende possibile, e al tempo stesso lo condanna perché tutto ciò che nasce nella finzione del travestimento deve poi fare i conti con la durezza del reale.
Ispirato ad Alexandre Dumas e al mistero del prigioniero costretto a vivere con una maschera di ferro sul volto, il film di Randall Wallace con Leonardo DiCaprio è un'avventura storica che usa il tema della maschera nel senso più letterale e al tempo stesso più filosofico. Chi si nasconde dietro la maschera? Chi ha il diritto di mostrarsi? Qual è il volto autentico del potere? DiCaprio interpreta un doppio ruolo - il re Luigi XIV e il suo gemello prigioniero - e il film costruisce intorno a questa duplicità una riflessione sull'identità negata, sul volto come strumento di controllo politico, sulla maschera imposta come forma di violenza. È un film capace di prendere una leggenda storica e trasformarla in spettacolo senza mai rinunciare alla domanda che la sostiene: cosa siamo quando ci tolgono il volto?