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entertainment13 maggio 2026

Top Gun compie 40 anni e Maverick resta ancora un'icona: ecco perché

Dal bomber agli Aviator di Ray-Ban, Top Gun ha definito un’estetica senza tempo: ecco perché, 40 anni dopo, il look del giovane pilota interpretato da Tom Cruise continua a influenzare moda, cinema e immaginario collettivo
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Di Giuditta Avellina

Ci sono film che costruiscono un immaginario. Top Gun, uscito il 12 maggio 1986, ne ha costruiti almeno due: quello dell’eroe americano degli Anni '80 e quello, più silenzioso ma altrettanto potente, di un guardaroba maschile ridotto all’essenziale e reso definitivo. La trama è nota, ma fondamentale per capire il peso di quei vestiti: Pete “Maverick” Mitchell (Tom Cruise) è un giovane pilota della US Navy ammesso alla Top Gun Naval Fighter Weapons School, l’élite dell’aviazione militare.

Competizione, rischio, perdita (la morte di Goose), tensione emotiva e una storia d’amore con l’istruttrice Charlie (Kelly McGillis) costruiscono un arco narrativo in cui il personaggio evolve, ma senza mai tradire la propria identità visiva. Ed è proprio lì che il film cambia le regole: Maverick non si trasforma mai davvero nel modo in cui si veste. A fissare definitivamente quell’immaginario contribuisce anche la colonna sonora, una delle più riconoscibili degli Anni 80: Take My Breath Away dei Berlin (Oscar alla miglior canzone) Danger Zone di Kenny Loggins, Playing with the Boys e Heaven in Your Eyes. Non sono semplici accompagnamenti, ma parte integrante della costruzione estetica.

Suono e immagine lavorano insieme per creare una forma di desiderio coerente e replicabile. Ciò che Top Gun fa davvero è cristallizzare un principio che il menswear continuerà a usare per decenni: trasformare oggetti funzionali in identità. Il guardaroba di Maverick è ridotto, quasi disciplinato: bomber in pelle, occhiali Aviator, T-shirt bianca, denim dritto, tuta di volo, cronografo. Un sistema visivo compatto, ripetuto con coerenza quasi militare. La storia più citata riguarda gli Aviator di Ray-Ban: dopo l’uscita del film, le vendite aumentarono sensibilmente. Da quel momento il cinema non si limita più a riflettere lo stile, ma lo produce.

Il bomber G-1

Il centro di questo sistema è il bomber G-1 della US Navy, un capo nato per la funzione e diventato linguaggio. Pelle capra o vitello, lunghezza corta, vita e polsi in maglia, collo in shearling: una costruzione pensata per il cockpit, non per la moda. Su Cruise il giubbotto appare vissuto, leggermente ammorbidito, portato sopra T-shirt e jeans come fosse un’estensione naturale del corpo e anche le patch non sono decorazione, ma narrazione.

Per il sequel, Top Gun: Maverick, la costume designer Marlene Stewart ha confermato che ricreare quel livello di autenticità è stato uno degli aspetti più complessi: il team ha lavorato su esemplari vintage della fine degli Anni ’40 per restituire proporzioni, peso della pelle e patina, evitando l’effetto “costume nuovo”. È un dettaglio tecnico, ma decisivo: il G-1 funziona perché sembra reale.

Tom Cruise sul set di Top Gun, 1986 - Credits Getty Images
Tom Cruise sul set di Top Gun, 1986 - Credits Getty Images

Gli aviator di Ray-ban

Se il bomber dà corpo all’immagine, gli Aviator di Ray-Ban ne definiscono il volto. Un occhiale con lente a goccia ampia, metallo sottile, ponte alto, riflesso controllato. Lo sguardo resta visibile, ma non disponibile perché è una superficie che rimanda la luce invece di assorbirla. L’accessorio perfetto per un personaggio costruito sulla combinazione tra prossimità fisica e distanza emotiva. Il loro effetto è stato, come già detto, anche commerciale, ma il dato interessante non è il numero: è che un occhiale tecnico sia diventato, attraverso il cinema, una forma di archetipologia maschile.

Tom Cruise sul set di Top Gun, 1986 - Credits Getty Images
Tom Cruise sul set di Top Gun, 1986 - Credits Getty Images

La t-shirt bianca

Fuori dal cockpit, tutto si riduce ulteriormente. T-shirt bianca e jeans. Maglietta con girocollo alto e manica corta che taglia il braccio in modo netto e denim dritto a vita medio-alta e privo di trattamenti vistosi. Nella grammatica visiva del film, la T-shirt bianca non è un gesto casuale, ma una base di contrasto: fa risaltare il bomber, gli occhiali, la pelle, il metallo. In un decennio spesso segnato da eccessi volumetrici e layering, una lezione di semplificazione ben calibrata.

Tom Cruise e Jennifer Connelly sul set di Top Gun: Maverick, 2022 - Credits AGF
Tom Cruise e Jennifer Connelly sul set di Top Gun: Maverick, 2022 - Credits AGF

La flight suit

La tuta di volo, invece, è il punto in cui il film dimostra che la funzione può diventare immagine senza perdere credibilità. La flight suit verde oliva, con zip centrale, tasche multiple e costruzione tecnica, non viene “stilizzata”, ma resta quello che è. Un capo pensato per volare, non per essere desiderabile, e proprio per questo finisce per esserlo. Il cinema di Tony Scott ha sempre capito benissimo questa dinamica: l’autenticità materiale genera fascino più di qualsiasi styling sovrascritto.

Tom Cruise sul set di Top Gun: Maverick, 2022 - Credits AGF
Tom Cruise sul set di Top Gun: Maverick, 2022 - Credits AGF

Gli orologi

Nel primo Top Gun, Maverick indossa un Porsche Design Chronograph 1 by Orfina, uno dei cronografi più iconici della storia del cinema. Progettato negli Anni ’70 da Ferdinand Alexander Porsche, è caratterizzato da una cassa in acciaio con rivestimento PVD nero opaco e movimento automatico Valjoux 7750: una scelta tecnica pensata per ridurre i riflessi in volo, che finisce per definire un’estetica. In Top Gun: Maverick, Cruise torna allo stesso identico linguaggio visivo, indossando ancora un Chronograph 1 rafforzando la continuità del personaggio.

Val Kilmer e Tom Cruise sul set di Top Gun, 1986 - Credits Getty Images
Val Kilmer e Tom Cruise sul set di Top Gun, 1986 - Credits Getty Images

La Porsche 356 Speedster di Charlotte

E poi c’è la Porsche 356 Speedster guidata da Charlotte “Charlie” Blackwood. Prodotta a partire dagli Anni ’50, nata come versione più essenziale e leggera della 356, la Speedster aveva parabrezza ribassato, interni ridotti al minimo, capote spartana e un’idea di guida pura, quasi ascetica. Nel film appare con carrozzeria scura e linee morbide, lontanissima dall’estetica aggressiva delle supercar Anni ’80. Kelly McGillis la guida senza enfasi, e proprio per questo funziona: non è un oggetto esibito, è un’estensione naturale del personaggio.

C’è anche un elemento quasi ironico: mentre Maverick arriva sempre “in eccesso”, tra rombo di motore e giacca in pelle, Charlie entra in scena con un’auto che è l’opposto della spettacolarità. La famosa sequenza sulla costa - lei nella Speedster, lui in moto - non è solo iconica, è costruita per contrasto: da una parte la linea continua e controllata della Porsche, dall’altra la frammentazione nervosa della Kawasaki: due traiettorie diverse che scorrono parallele senza mai fondersi. Come a dire quasi che Charlie non è il complemento di Maverick, è il suo equilibrio.

Cosa rende Top Gun un film iconico

Ma ciò che rende davvero iconico Top Gun è qualcosa che va oltre i vestiti. È il ricordo di un tempo preciso. È l’estate, il vento nei capelli, le moto, le canzoni ascoltate fino a consumarle. È quel modo di guardare qualcuno con gli Aviator addosso e pensare, anche solo per un istante, che tutto sia possibile. Per chi c’era, non è mai stato solo un film, ma un frammento di vita: le luci basse di una sala cinema, Take My Breath Away che partiva e restava in testa per giorni, la sensazione di voler essere o voler incontrare qualcuno come Maverick. Non perfetto, non risolto, ma incredibilmente vivo. Un film che non parla solo di stile o di aviazione, ma parla di un’età in cui tutto sembrava cominciare.

A quarant’anni di distanza, Top Gun continua a sembrare meno datato di molti altri film dello stesso periodo. Il suo guardaroba non rincorreva il presente del 1986. Lavorava già su un principio più durevole: ripetere pochi capi giusti fino a trasformarli in firma. Maverick non è mai stato elegante in senso classico, né particolarmente “fashion”. Ma ha fatto qualcosa di più raro: ha dimostrato che lo stile maschile, quando è davvero solido, nasce dalla coerenza e non dalla varietà. E il fatto che oggi torni al cinema mentre un terzo capitolo si prepara a riaccenderne il mito lo conferma a tutto tondo (e sì, ci si aspetta che ancora una volta, tolga il respiro, come recita il suo brano più celebre).

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