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entertainment18 maggio 2026

Festival di Cannes 2026, Ron Howard porta Avedon sulla Croisette

Presentato nelle Proiezioni speciali, il documentario ripercorre la vita e l’eredità di Richard Avedon attraverso archivi, immagini e testimonianze. Un’occasione per rileggere il fotografo che ha trasformato moda, ritratto e celebrità in linguaggio culturale attraverso tre dei suoi scatti più iconici
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Di Giuditta Avellina

Il fotografo di moda e ritrattista americano Richard Avedon a un evento in onore di Truman Capote, 1994 - Credits Getty Images
Il fotografo di moda e ritrattista americano Richard Avedon a un evento in onore di Truman Capote, 1994 - Credits Getty Images

Sulla Croisette le immagini hanno vita brevissima. Nascono in un flash, attraversano un red carpet, finiscono in una gallery e vengono subito sostituite dalla foto successiva. Richard Avedon appartiene invece a un’altra categoria: quella delle immagini che non passano. Restano, si sedimentano, cambiano il modo in cui guardiamo un volto, un corpo, un abito, una star.

È da questa permanenza che parte Avedon, il documentario diretto da Ron Howard e presentato alla 79ª edizione del Festival di Cannes nelle Proiezioni speciali della Selezione ufficiale. Un film di 104 minuti che non racconta soltanto la carriera di uno dei fotografi più influenti del Novecento, ma il momento in cui la moda smette di essere rappresentazione dell’abito e diventa costruzione dell’immaginario. Avedon non ha solo immortalato la moda ma l’ha resa narrativa. Attraverso archivi personali, materiali inediti, immagini dietro le quinte e nuove interviste ai suoi collaboratori più vicini, il documentario ricostruisce il percorso di un artista che ha usato la fotografia per reinventarlo.

Christopher St. John, Justin Wilkes, Ron Howard, Sara Bernstein e Dallas Brennan Rexer posano durante il photocall di "Avedon" al 79° Festival di Cannes, 2026 - Credits Getty Images
Christopher St. John, Justin Wilkes, Ron Howard, Sara Bernstein e Dallas Brennan Rexer posano durante il photocall di "Avedon" al 79° Festival di Cannes, 2026 - Credits Getty Images

Tra i nomi coinvolti compaiono Isabella Rossellini, Lauren Hutton, Calvin Klein, Twiggy Lawson, Penelope Tree, Tina Brown, Beverly Johnson, Tyler Mitchell e Samira Nasr per un progetto sospeso tra moda, editoria, arte, celebrity culture e memoria personale. Il punto non è soltanto raccontare “chi era” Richard Avedon, ma spiegare perché il suo sguardo continui a parlare al presente. Nato nel 1923 e morto nel 2004, Avedon ha attraversato quasi sessant’anni di immagine occidentale: dalle cover dei magazine più influenti alle campagne pubblicitarie fino al ritratto politico, dalle modelle del dopoguerra ai protagonisti della cultura americana.

Il suo lavoro ha contribuito a definire un’idea moderna di stile, bellezza e celebrità, spostando la fotografia di moda dalla semplice rappresentazione dell’abito alla costruzione di un personaggio, di un’attitudine. Prima di Avedon, molta fotografia fashion viveva ancora dentro una compostezza quasi illustrativa: modelle ferme, pose controllate, abiti mostrati con chiarezza. Con lui il corpo entra in scena. Le modelle saltano, corrono, ridono, occupano lo spazio, sembrano interrompere la posa proprio mentre la stanno costruendo. È qui che Avedon è in un certo senso rivoluzionario: per lui la moda non è più soltanto un vestito da guardare, ma un’immagine da abitare.

La sua fotografia è elegante e tiene insieme superficie e psicologia, disciplina formale e energia. È per questo che continua a sembrare contemporanea: perché molte immagini di moda di oggi tra editoriali, campagne, red carpet, copertine discendono ancora da quella lezione.

Richard Avedon mentre pianifica la sua mostra retrospettiva alla Marlborough Gallery di New York, 1975 - Credits Getty Images
Richard Avedon mentre pianifica la sua mostra retrospettiva alla Marlborough Gallery di New York, 1975 - Credits Getty Images

Dovima, gli elefanti e l’abito Dior

La foto nasce nell’agosto del 1955, quando Richard Avedon viene mandato a Parigi da Harper’s Bazaar per raccontare le collezioni haute couture d’autunno. Al Cirque d’Hiver, storico circo parigino, trova l’immagine che avrebbe definito per sempre il suo modo di fotografare la moda: Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, oggi conservata nella collezione del MoMA di New York. La fotografia è un gelatin silver print entrato nella raccolta del museo come dono dell’artista e nell’immagine Dovima, nata Dorothy Virginia Margaret Juba, indossa un abito da sera Dior nero alla caviglia, attraversato da una fascia chiara, disegnato da Yves Saint Laurent quando aveva appena 19 anni ed era assistente di Christian Dior.

La fotografia sarà pubblicata nel numero di settembre 1955 di Harper’s Bazaar, all’interno del “Paris Report” di Carmel Snow. L’aneddoto è già materia da leggenda: Avedon non costruisce la scena in studio, ma la trova, quasi per intuizione, notando gli elefanti sotto la luce del circo. Da lì nasce il corto circuito visivo: la couture più rarefatta contro la massa animale, il nero grafico dell’abito contro la pelle rugosa degli elefanti, la vita sottile di Dovima contro quei corpi monumentali.

Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, Credits 2026 The Richard Avedon Foundation - Courtesy Press Office
Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, Credits 2026 The Richard Avedon Foundation - Courtesy Press Office

Marilyn Monroe senza maschera

Il ritratto più fragile di Marilyn Monroe nasce quasi per sottrazione. È il 6 maggio 1957, a New York, nello studio di Richard Avedon su Madison Avenue. Marilyn ha trent’anni ed è lì per una seduta fotografica legata alla promozione di The Prince and the Showgirl, il film diretto da Laurence Olivier e interpretato con lei, che avrebbe dovuto confermare anche la sua ambizione più seria: non essere soltanto un corpo, non essere soltanto un’icona, ma un’attrice. Davanti all’obiettivo arriva con tutto l’apparato della star: un abito da sera color prugna, ricoperto di paillettes, scollato, costruito per catturare la luce e restituirla come spettacolo. È Marilyn nel modo in cui il mondo pretende di vederla: luminosa, seduttiva, perfettamente consapevole del proprio mito. Avedon però non cercava mai soltanto la posa. Cercava la crepa.

Durante quella sessione Marilyn “fa Marilyn”: balla, canta, sorride, flirta, offre alla macchina fotografica la versione pubblica di sé, quella già codificata dal cinema, dai fotografi, dai desideri degli altri. Poi, a un certo punto, qualcosa si spegne. La performance si interrompe, il volto si svuota, lo sguardo cade fuori campo. Avedon scatta proprio lì, nel momento in cui la maschera sembra scivolare via. Non fotografa l’apice della seduzione, ma il dopo: la stanchezza che resta quando la star ha finito di essere star. L’immagine, oggi nota come Marilyn Monroe, actress, New York, è conservata nella collezione del MoMA di New York: una gelatin silver print, stampata nel 1989 e acquisita tramite il Carl Jacobs Fund. È diventata una delle fotografie più potenti della sua iconografia perché rovescia l’idea stessa di glamour.

L’abito resta scintillante, il corpo resta quello di Marilyn, ma tutto intorno cambia segno. Le paillettes non celebrano più la superficie, la rendono quasi dolorosa. Avedon non distrugge il mito, lo rende umano. E proprio per questo lo rende ancora più indimenticabile: non la diva fabbricata da Hollywood, non la bionda assoluta del desiderio collettivo, ma una donna colta in un istante di solitudine, quando nessuno dovrebbe guardare e invece qualcuno guarda benissimo.

Marilyn Monroe, New York - Credits 2026 The Richard Avedon Foundation, Courtesy Press Office
Marilyn Monroe, New York - Credits 2026 The Richard Avedon Foundation, Courtesy Press Office

Nastassja Kinski e il serpente

La fotografia nasce a Los Angeles il 14 giugno 1981, per Vogue, dopo il successo di Tess di Roman Polanski, il film che aveva imposto Nastassja Kinski come nuova figura del cinema europeo e le era valso il Golden Globe. L’opera, Nastassja Kinski and the Serpent, Los Angeles, California, è oggi conservata nella collezione del Museum of Fine Arts, Houston: un gelatin silver print acquistato dal museo con fondi di Geary and Allison Broadnax per la Manfred Heiting Collection.

Avedon la ritrae nuda, distesa su fondo bianco, con un boa constrictor che le attraversa il corpo come un gioiello vivo: una presenza fisica, capace di trasformare il ritratto in una scena di tensione assoluta. L’aneddoto è decisivo: dopo ore di tentativi, il serpente comincia finalmente a muoversi nella direzione giusta, scivola sul corpo di Kinski, arriva vicino al volto e, per un istante, tira fuori la lingua verso il suo orecchio. Avedon coglie esattamente quel momento ed è lì che la fotografia smette di essere posa e diventa icona.

Nastassja Kinski and the Serpent, Los Angeles, California - Credits The Richard Avedon Foundation, Courtesy Press Office
Nastassja Kinski and the Serpent, Los Angeles, California - Credits The Richard Avedon Foundation, Courtesy Press Office

Avedon è ancora potente perché ha capito prima di molti altri che la moda non vive soltanto nell’abito, ma nel modo in cui l’abito produce identità. Una fotografia fashion può vendere un vestito, certo. Ma può anche costruire un’idea di donna, di epoca, di desiderio, di potere, di vulnerabilità. È questa la sua eredità più forte: aver portato la moda fuori dalla vetrina e dentro la cultura. Il suo linguaggio influenza ancora tutto ciò che oggi chiamiamo immagine fashion: il red carpet pensato come frame, la campagna come racconto, la copertina come dichiarazione, il ritratto di celebrity come costruzione psicologica.

Guardare Cannes dopo Avedon significa capire meglio perché certi look funzionano e altri no e la grande lezione di Avedon è il modo in cui un abito entra in rapporto con un corpo e con un obiettivo. Per questo il documentario di Ron Howard arriva a Cannes nel luogo più coerente possibile: un Festival che ogni giorno produce cinema, ma anche immagini di moda, icone, gesti, apparizioni. In un presente in cui tutto viene fotografato e quasi tutto viene dimenticato, tornare ad Avedon significa ricordare che un’immagine diventa potente solo quando è costruita per restare.

L'iconico fotografo di moda e ritrattista Richard Avedon si reca all'inaugurazione di una mostra d'arte a New York, 1980 - Credits Getty Images
L'iconico fotografo di moda e ritrattista Richard Avedon si reca all'inaugurazione di una mostra d'arte a New York, 1980 - Credits Getty Images

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