Di Giulia Pacella
L’intento di Demna per il fashion show Gucci Cruise 2027 era chiaro sin dall’annuncio della location: celebrare New York. E così è stato, con un take over in piena regola di Times Square (sugli schermi vanno in onda vecchi spot pubblicitari della Maison assieme a nuovi prodotti Gucci immaginari) e la collezione Guccicore, che racchiude un guardaroba essenziale tratteggiato su persone/archetipi che si potrebbero incontrare per strada in città. In passerella sfila così un casting stellare - Amelia Gray, Mariacarla Boscono, Candice Swanepoel, Paris Hilton, Emily Ratajkowski, Gabbriette, Tom Brady e Cindy Crawford - mentre il front row è very Manhattan style, con Lindsay Lohan, Mariah Carey, Kim Kardashian, Shawn Mendes e Nadia Lee Cohen. Le parti potrebbero essere invertite e tutto funzionerebbe lo stesso. Perché qui a essere protagonista a 360 gradi è la Grande Mela nella sua essenza. Letta con la lente attentissima di Demna, of course!
New York, le persone che la vivono e la pluralità di stili che si intercettano nelle strade della città. L’ispirazione di Demna e lo spunto di partenza - raccontato nei video reel che hanno preceduto lo show - sono la serie di opere Men in the Cities di Robert Longo realizzata tra il 1978 e il 1983. L’artista fotografò molti amici dell’epoca con completi e look da ufficio in pose che simulavano movimenti, tensioni e torsioni del corpo, così che le figure negli scatti sembrassero cristallizzate durante una danza o l’istante prima di una caduta, come se fossero appena state colpite. La serie - diventata un riferimento iconico di quegli anni - da un lato suggella lo stile yuppie e il power pressing del decennio (che a New York trova le fondamenta di quell’immaginario), dall’altro - attraverso le pose cinetiche di corpi deformati dal movimento - evocano alienazione, crisi, fragilità, disagio, il momento prima del crollo.
Ecco dunque che l’opera di Longo è in piena sintonia con l’approccio stilistico che da sempre contraddistingue Demna. Anche lui, pur partendo da abiti e archetipi comuni, li deforma fino a renderli esasperati, grotteschi, disturbanti. “Volevo fare l'impossibile e mettere Gucci al centro di questa metropoli allestendo una sfilata nel cuore di Times Square, usando i suoi schermi e cartelloni pubblicitari come scenografia. Questa collezione è il quarto atto del mio approccio basato sugli studi di personaggio, che unisce i linguaggi estetici di La Famiglia, Generation Gucci e Primavera in un'unica visione coerente” scrive Demna nella sua nota personale di collezione. Un vero e proprio manifesto che rimette al centro anche il legame di Gucci con la città di New York.
Fu esattamente nella Grande Mela che la maison aprì nel 1953 la sua prima boutique fuori dall’Italia. Da allora la città non ha smesso di fare da sfondo alla lunga storia di Gucci: i suoi intrecci con il jet set negli anni ’50 e ’60, gli eccessi e la nightlife degli anni’70, il lusso degli ’80. Sfiora la leggenda la storia di Gucci Galleria: uno spazio “segreto” sulla boutique di Fifth Avenue a cui potevano avere accesso solo i clienti in possesso di una speciale chiave dorata. Senza dimenticare l’edonismo di Tom Ford nei Nineties di cui NYC è assolutamente protagonista.
Tutto si rimescola e si condensa in passerella dove Demna, attraverso i suoi modelli/personaggi/archetipi, porta in scena look che sono alla base dei codici stilistici di Gucci e che vanno a costruire anche le fondamenta del guardaroba perfetto. Un invito - saggio e lungimirante - per un’operazione di sottrazione ed essenzialità, un porto sicuro a cui tornare dopo l’ubriacatura di stili, estetiche ed over consumption che hanno caratterizzato i recenti anni.
Sono 63 i look che sfilano in passerella e ognuno è un tassello (per lui, per lei, per loro) che getta le basi di uno stile che torna alle origini, all’essenza, in cui l’heritage, i simboli e il DNA della casa di moda - reinterpretati nel presente - si riaffermano in un linguaggio stilistico contemporaneo. Il minimalismo è protagonista, le linee sono asciutte e pulite, le silhouette si fanno slim, le proporzioni sono micro e ben definite, i volumi e i tagli scultorei si annullano per lasciare spazio a movimento e fluidità per la sera. L’opulenza è nei dettagli: fodere di shearling, ricami di paillettes, frange, perline. Chiude Cindy Crawford ed è un tripudio di piume, charme, magnetismo e bellezza che non conosce il passare del tempo. Divina.
Il bon ton incontra il glamour e rimette al centro la quintessenza di Gucci e dell’eleganza italiana, senza tuttavia rinunciare alle immancabili cifre di Demna e al suo lessico identitario e identificativo. A cominciare dall’abbondante dose di nero in passerella.
Il power dressing e i tailleur aprono il fashion show tra gessato doppiopetto che veste a pennello e giacche sciancrate a un bottone. Dimenticate l’oversize: Demna è oltre. E presto lo saremo tutti noi.
Si passa poi ai cappotti: rigorosamente doublebreast in versione lunga e notturna oppure corto, rosso e tutto abbottonato per segnare la vita; e ancora i fur coat in stile “sciura” un vero leitmotiv di passerella. Danno attitude e sono il tocco perfetto per la creazione degli archetipi di stile di Demna e dei suoi personaggi. Ecco infatti che una Paris Hilton in grande spolvero incede sicura con un abito midi giallo ocra, mentre tiene su una spalla “con studiata nonchalance” la pelliccia nera da cui sbuca la fodera in seta stampa Flora. Non è una modella che sfila, ma un’interprete che racconta una individualità con il proprio modo di vestire.
Una collezione, uno show, una duplice lettura. Da un lato questa sfilata è identità estetica, la rappresentazione stilistica e trasversale di diverse tranche de vie, che si dipanano tra i vari quartieri di New York (i broker di Wall street, le eleganti socialite dell’Upper East Side, le it girl di Soho, le ragazze di Harlem).
Dall’altro, a una prima lettura, rimane una guida essenziale agli elementi emblematici della maison (l’horsebit, il monogram, il motivo Flora, il nastro Web che diventa un bra a fascia)e a ciò che non può mancare nei nostri guardaroba e su cui costruire il proprio stile: la camicia passepartout, l’intramontabile gonna a matita, il trench perfetto, il jeans. Anche in quest’ultimo caso, prendete nota dei nuovi diktat by Demna: per lei al bando i wide legs. I denim della prossima stagione saranno aderenti e a vita alta, da portare infilati negli stivali, oppure dritti e a vita bassissima.
Dopo La Famiglia, Generation Gucci e Primavera, il quarto atto di Demna amplifica così la sua visione alla guida della maison: fare dello studio degli archetipi, degli stili di vita e dei codici estetici a essi associati il nucleo centrale della sua proposta creativa. Qualcuno griderà allo scandalo dei cliché? Forse, ma in un sistema moda sempre più confuso, fluido, veloce e privo ormai di punti di riferimento rilevanti, mettere ordine, semplificare e ripartire dalle basi è probabilmente l’operazione più intelligente e necessaria che si possa fare per un brand come Gucci.
Già la scelta del nome della collezione - Guccicore - non lascia spazio a nessun dubbio. O meglio apre a due letture - distinte e distanti - ma molto chiare, nette e precise. E anche in questo c’è tutta la genialità di Demna che racchiude in sé gli opposti: conservatore da una parte, innovatore e disruptive dall’altra. Da un lato, infatti, il termine “core” ci porta diretti al nucleo, all’essenza, alla parte fondativa di qualcosa e dunque alle origini e ai codici essenziali della maison. Non a caso infatti, la maggior parte dei look di sfilata faranno parte appunto di Guccicore, ovvero una collezione permanente che si evolverà nel tempo, “costruendo - secondo la volontà e le parole dello stesso Demna - le fondamenta di un guardaroba Gucci basato su capi pratici e indossabili, inconfondibilmente Gucci.”
Dall’altro lato Guccicore esplicita con forza la volontà di tornare a fare di Gucci un brand capace di creare CORE, quel suffisso tanto usato (quanto abusato negli ultimi anni) per definire i trend e le estetiche che ce l’hanno fatta sui social, guadagnandosi un posto al sole nei feed di fashionisti, content creator e consumatori vari, sempre più distratti e voraci. (Certo a volte il posto al sole dura meno di un ciclo nictemerale, ma questa è una parentesi. Torniamo al topic.)
Torniamo a Gucci. E a quella mission di essere di nuovo il generatore culturale e di immaginari, capace di definire la moda presente e anticipare quella futura, plasmando e ispirando lo stile in maniera significativa, come storicamente ha saputo fare la maison durante le tenure d’oro, da Tom Ford ad Alessandro Michele. Erano le epoche in cui tutto ciò che usciva dalla casa di moda generava desiderio, diventava feticcio, consolidava l’icona, creava la community. Probabilmente è esattamente lì a cui Demna vuole tornare/arrivare.
Ma da genio e da profondo conoscitore della contemporaneità, quale è, Demna sa bene che tutto ciò va fatto a modo suo, seguendo la sua strada, senza né replicare formule passate, senza né scimmiottare i suoi predecessori, ma traslando quei codici in un nuovo linguaggio. Nessuno meglio di lui sa agire su questo aspetto e allo stesso tempo sui core, intesi in senso social.
Nessuno più di lui in questi anni ha dimostrato di saper generare fenomeni, culti e fashion moment, rendendoli pervasivi e globali. La viralità - spinta dalla sua ironia, dalla capacità di leggere la contemporaneità e dalla sua proverbiale provocazione - è il grimaldello d’oro per fare breccia nel sistema, creare pensiero, rottura e rilevanza, rimanendo assolutamente ancorato alla realtà. Perfetto interprete dell’esprit du temp, con questo quarto atto Demna ha messo un tassello capace di coniugare il “core” ai “core”: l’essenza al trend, la storia alla viralità. La sfida è aperta, ma Demna è sulla buona strada.
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