Di Giuditta Avellina
Cher non è mai entrata in scena per passare inosservata. Nemmeno quando Hollywood pretendeva compostezza. Lei arrivava con piume, cristalli, pelle, trasparenze, capelli lunghissimi, copricapi impossibili e quella postura da donna che sa benissimo di essere guardata, ma che decide lei come. Il 20 maggio 2026 compie 80 anni e la sua storia non si può raccontare separando la voce dal corpo, il cinema dalla televisione, la musica dagli abiti. Cher è stata molte cose: cantante, attrice, performer, diva, sopravvissuta del pop, ma soprattutto è stata una delle prime a capire che l’immagine poteva essere una forma di potere.
Prima ancora che il red carpet diventasse strategia, prima che ogni popstar costruisse un’estetica per ogni era, lei aveva già trasformato il costume in autobiografia. Molti dei suoi look più celebri portano la firma di Bob Mackie, il designer con cui ha costruito una delle alleanze più riconoscibili della storia dello spettacolo. Ma il punto non è solo chi l’ha vestita. È come Cher ha abitato quegli abiti: senza arretrare davanti all’età, allo scandalo, al giudizio. Ogni look è diventato spesso provocazione. Altre una rivincita. Sempre, un modo per occupare la scena prima ancora di cantare una nota.
Il look più teatrale, e forse il più famoso, è quello indossato da Cher agli Academy Awards del 1986: nero, pancia scoperta, cristalli, gonna a vita bassissima, spalle nude e un enorme copricapo di piume, quasi una cresta regale, firmato Bob Mackie. Cher arrivava a quella cerimonia dopo essere stata esclusa dalla cinquina come miglior attrice per Mask, il film di Peter Bogdanovich in cui aveva dato una delle prove più intense della sua carriera. Quel look nasce anche da lì: dalla sensazione di non essere presa abbastanza sul serio da Hollywood, di essere ancora letta come cantante, showgirl, personaggio e non come attrice.
Invece di correggere la propria immagine per renderla più accettabile all’Academy, Cher fece l’opposto: amplificò tutto ciò che la rendeva divisiva. In un contesto dominato dal galateo dell’eleganza, scelse l’eccesso come gesto politico e teatrale. Sembrava più vicina a una creatura mitologica, a una sacerdotessa glam, a una figura uscita da un cabaret futurista, che a una diva da cerimonia. Bob Mackie, che con lei aveva costruito una grammatica fatta di pelle, cristalli, trasparenze e corpo esposto, non la vestì per farla “rientrare” nel sistema, ma per renderla impossibile da ignorare. La forza di quel look sta proprio in questo: entrava nella stanza vestita da Cher, cioè da tutto ciò che Hollywood non sapeva addomesticare.
Due anni dopo, Cher torna agli Oscar e questa volta vince. Il premio come miglior attrice per Moonstruck, il film di Norman Jewison, arriva nel 1988 e chiude idealmente il cerchio aperto nel 1986: la donna che Hollywood faticava a incasellare viene riconosciuta dalla sua istituzione più potente. Ma il punto davvero interessante è che Cher non si presenta alla cerimonia in una versione attenuata, più “da attrice”. Anche quella sera resta fedele al proprio immaginario: nero, trasparenze, ricami luminosi, una sensualità frontale ma più controllata, ancora una volta dentro il linguaggio costruito con Bob Mackie.
L’immagine della vittoria è fondamentale perché tiene insieme due piani che, per molte donne dello spettacolo, sono stati spesso messi in opposizione: autorevolezza e spettacolarità. Cher riceve l’Oscar senza travestirsi da qualcun’altra. Non cancella la cantante pop, la diva televisiva, la donna che aveva reso il corpo parte del racconto scenico. Anzi, porta tutto questo sul palco dell’Academy e lo fa diventare parte della sua legittimazione. Il vestito non è un dettaglio ornamentale accanto alla statuetta: è il modo in cui Cher dice che il successo non deve passare necessariamente dalla normalizzazione. Vince restando Cher: capelli neri, pelle scoperta, luce addosso, postura da donna che sa esattamente quanto le è costato essere lì.
Nel 1989 Cher gira il video di If I Could Turn Back Timesulla corazzata USS Missouri, a Long Beach. La scena è rimasta una delle più riconoscibili della cultura pop di fine anni Ottanta: lei sul ponte della nave, davanti ai marinai in uniforme, con giacca di pelle, stivali alti e un body nero ridottissimo, disegnato ancora da Bob Mackie. Il video, diretto da Marty Callner, fu girato di notte e costruito come un concerto militare trasformato in spettacolo rock.
Anche il figlio di Cher, Elijah Blue Allman, allora dodicenne, compare nel video come chitarrista della band, con occhiali scuri e T-shirt di Jimi Hendrix: un dettaglio che rende ancora più familiare e insieme surreale quella scena così eccessiva, sospesa tra videoclip, provocazione e teatro pop. Il costume fece scandalo. Non tanto per la canzone, quanto per il modo in cui Cher metteva in scena il proprio corpo su un luogo simbolico del potere militare americano. Il body lasciava scoperta gran parte della schiena e del fondoschiena, incluso il celebre tatuaggio a farfalla, e il video venne considerato troppo audace per la programmazione ordinaria: MTV lo trasmise solo dopo le 21.00.
Negli anni, anche Bob Mackie ha raccontato con imbarazzo quel look, definendolo uno dei più estremi della sua carriera, ma proprio quella sproporzione ne ha costruito il mito. Cher aveva 43 anni. In un’industria che spesso chiede alle donne di ridurre il volume della propria presenza con l’età, lei fece il contrario: aumentò corpo, pelle, suono, capelli, gesto. Non cercò una sensualità più “accettabile”, ma si mise davanti a una nave da guerra e trasformò un power ballad rock in una dichiarazione di sovranità femminile. Quel body è diventato iconico perché non era solo un costume da videoclip, ma un atto di sfida alla censura, all’età, al decoro, all’idea che una donna, superata una certa soglia, debba chiedere permesso prima di farsi guardare.
Nel 2015 Cher torna al Met Gala per la mostra China: Through the Looking Glass, accanto a Marc Jacobs. Indossa un abito lungo di paillettes color bordeaux firmato dallo stilista, con maniche lunghe, linea aderente, capelli neri sciolti. È un ritorno importante perché arriva in un momento in cui la moda sta già rileggendo Cher come archivio vivente: non solo come icona nostalgica degli Anni ‘70 e ‘80, ma come origine di molte ossessioni contemporanee, dalla naked dress culture alla teatralità del red carpet, dal rapporto tra popstar e alta moda alla costruzione del corpo come immagine pubblica.
La scelta di Marc Jacobs non è casuale. Jacobs ha spesso lavorato sulla memoria americana, sul glamour imperfetto, sul dialogo tra cultura pop e fashion system. Il vestito non replica i Bob Mackie più estremi, non cerca la citazione letterale della Cher con piume, cristalli e trasparenze, ma lavora piuttosto per una compostezza più adulta. Il risultato è potente perché non congela Cher nel suo mito, ma la lascia essere ciò che è, solo in una età diversa.
Il quinto look è il più recente. Al Met Gala 2026, Cher torna sul red carpet con un custom Burberry firmato Daniel Lee: abito nero in silk tulle, corsetto in pelle, giacca cropped decorata con cristalli e stivali. È la sua prima apparizione ufficiale sul red carpet del Met dal 2015 e arriva nell’anno in cui la mostra del Costume Institute, Costume Art, mette al centro proprio il rapporto tra moda, corpo e rappresentazione. Per Cher, che da decenni ha fatto del corpo vestito e spesso quasi svestito una forma di linguaggio scenico, il tema sembra quasi scritto addosso.