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entertainment21 maggio 2026

Costume designer e cinema: l’arte invisibile che veste i personaggi sullo schermo

Tra tessuti, epoche e identità, il ruolo chiave dei costumi per raccontare le storie nei film. Come il costumista oggi è diventato narratore, co-autore e (anche) strumento promozionale
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Di Marta Perego e Giulia Pacella

Qualcuno cantava: tra palco e realtà. Ma per raccontare il lavoro del costumista oggi forse dovremmo dire: tra creazione e promozione.

Il lavoro del costume designer è cambiato. Non più artigianato invisibile, ma presenza narrativa fondamentale e sempre più spesso una figura che varca i confini del set per esistere sui red carpet, sui social, dentro le logiche dei brand. Il costumistaoggi è narratore, co-autore, strumento promozionale. In alcuni casi, terreno di scontro tra creatività e marketing. In tutti, liaison fondamentale tra moda e grande schermo.

Tra moda e cinema, a tu per tu con Miyako Bellizzi

Se c’è una costume designer che ha saputo conquistare contestualmente Hollywood e il mondo della moda, quella è senza dubbio Miyako Bellizzi. Candidata Premio Oscar 2026 ai migliori costumi per Marty Supreme, è stata protagonista durante la Design Week di uno dei talk del progetto ARMANI/Archivio con cui la maison ha presentato la riedizione di 13 look realizzati da Giorgio Armani dal 1979 al 1994.

Da sinistra: La costume designer Miyako Bellizzi indossa un look parte delle riedizioni di ARMANI/Archivio: un giacchino corto ispirato al workwear maschile degli anni ‘50 e una pencil skirt in tessuti sartoriali - Courtesy Armani Press Office; Tra giacche e dintorni, il secondo capitolo ARMANI/Archivio è stato dedicato alla riedizione di 13 look Giorgio Armani creati tra il 1979 e il 1994. Un tema, quello della ricerca tra archivi e collezioni vintage che è parte integrante del lavoro del costume designer, come racconta Miyako Bellizzi nella nostra intervista - Courtesy Armani Press Office
Da sinistra: La costume designer Miyako Bellizzi indossa un look parte delle riedizioni di ARMANI/Archivio: un giacchino corto ispirato al workwear maschile degli anni ‘50 e una pencil skirt in tessuti sartoriali - Courtesy Armani Press Office; Tra giacche e dintorni, il secondo capitolo ARMANI/Archivio è stato dedicato alla riedizione di 13 look Giorgio Armani creati tra il 1979 e il 1994. Un tema, quello della ricerca tra archivi e collezioni vintage che è parte integrante del lavoro del costume designer, come racconta Miyako Bellizzi nella nostra intervista - Courtesy Armani Press Office

Impeccabile, in uno degli ensemble più iconici delle riedizioni Armani - che riassume alla perfezione anche il suo personale immaginario estetico racchiuso tra archivio e sartorialità - l’abbiamo intervistata in esclusiva per X-Style. Una conversazione per saperne di più su questa professione, sulla sua carriera, sul suo lavoro ai costumi di Timothée Chalamet - aka Marty Mauser - ma anche sulle differenze con la professione dello stylist, passando per collezionismo e archivi di moda, due elementi assolutamente necessari per la creazione dei guardaroba cinematografici.

Da cosa si parte quando si creano i costumi per i protagonisti di un film? Su questo Miyako non ha dubbi, è una questione di approccio e di metodo: “La cosa fondamentale per costruire un personaggio è immaginarlo come una persona reale. Ogni progetto nasce in modo diverso, ma come prima cosa bisogna sempre entrare nella mente del personaggio, fino quasi a “diventarlo”.

Miyako Bellizzi e Josh Safdie alla proiezione speciale del film “Marty Supreme” al Crescent Theater di Beverly Hills, 2025 - Credits Getty Images
Miyako Bellizzi e Josh Safdie alla proiezione speciale del film “Marty Supreme” al Crescent Theater di Beverly Hills, 2025 - Credits Getty Images

“Si tratta di un processo molto simile a quello degli attori - continua - perché anche il costume designer deve pensare, reagire e osservare il mondo attraverso gli occhi del personaggio che sta costruendo”. Dietro il fascino del lavoro, però, esiste una parte molto meno glamour e più complessa di quanto normalmente ci si immagini. Bellizzi sottolinea come la creatività rappresenti solo una piccola parte del lavoro complessivo: il vero cuore del mestiere è fatto di organizzazione, logistica e gestione di team enormi. Per Marty Supreme, ad esempio, ha lavorato con un gruppo di oltre 50 persone per mesi interi, dormendo pochissimo. La ricerca e l’archivio personale poi sono centrali nel suo metodo di lavoro.

Uno scatto di Eli Russell Linnetz del secondo capitolo di ARMANI/Archivio presentato a Milano in occasione della Design Week 2026 - Courtesy Armani Press Office
Uno scatto di Eli Russell Linnetz del secondo capitolo di ARMANI/Archivio presentato a Milano in occasione della Design Week 2026 - Courtesy Armani Press Office

“Durante il lavoro di ricerca - confida - non cerco semplicemente pezzi di moda, ma veri e propri character pieces, capi che possano raccontare una personalità, suggerire una storia o rendere immediatamente riconoscibile un personaggio. Studio gli abiti quasi come documenti visivi, e mi soffermo tantissimo su dettagli insoliti o elementi che normalmente non si vedono”.

Miyako Bellizzi alla prima newyorkese del film “Marty Supreme”, 2025
Miyako Bellizzi alla prima newyorkese del film “Marty Supreme”, 2025

Anche un semplice capo basico può diventare significativo se inserito nel contesto giusto. “Per Marty Supreme, per esempio, la sfida principale è stata trovare capi che non avessero già un immaginario cinematografico troppo riconoscibile. In particolare, mi sono concentrata sulle polo e sui top di Timothée, cercando di creare qualcosa di speciale e mai visto prima sullo schermo, attraverso pezzi originali, ricostruzioni o repliche create ad hoc”. Non a caso questo lavoro le è valsa la nomination agli Oscar. Che sia la prima di una lunga serie?

Guadagnino e la moda che diventa narrazione

Tra i registi che maggiormente hanno espresso la loro creatività a cavallo tra moda e narrazioni, c’è sicuramente Luca Guadagnino.

Nei suoi film i costumi definiscono i personaggi e le loro evoluzioni. A partire dai suoi primissimi lavori. In Io sono l’amore (2009), la costumista Antonella Cannarozzi – che fu candidata agli Oscar- ha commissionato gli abiti a Raf Simons (Jil Sanders) portando una collezione di moda, quella A/W 2008, sul grande schermo. Poi è arrivato il sodalizio con Giulia Piersanti, costume designer la cui attività principale è la direzione del knitwear di Celine. Con lei ha lavorato in A Bigger Splash, dove il personaggio di Tilda Swinton, temporaneamente muto, comunicava solo attraverso gli abiti, e in Chiamami col tuo nome, dove le ormai mitiche polo Lacoste di Chalamet erano il risultato di una ricerca fotografica sugli Anni '80 italiani.

Con Challengers, Guadagnino ha cambiato strategia e ha voluto come costume designer Jonathan Anderson, direttore creativo di Loewe, trasformando il costumista in co-autore del film. I costumi seguono la parabola del personaggio di Zendaya dal guardaroba adolescenziale al power dressing da celebrity, riflettendo anche la cultura contemporanea della sponsorship sportiva. Il risultato, il cosiddetto "tenniscore”, è circolato sui social molto prima e molto oltre l'uscita del film. Il caso più emblematico è quello della maglietta grigia con la scritta "I Told Ya". Nel film la indossa Tashi, poi Patrick se ne appropria e la porta per anni come oggetto di potere tra i due personaggi. Il riferimento era intenzionale: Anderson si era ispirato a JFK Jr. per costruire l'estetica del personaggio. Loewe l'ha poi messa in vendita come capsule collection. Il costume era diventato prodotto. La narrazione, distribuzione.

Mike Faist, Zendaya Coleman e Josh O'Connor al photocall di “Challengers” durante il settimo giorno del Rolex Monte-Carlo Masters, 2024 - Credits Getty Images
Mike Faist, Zendaya Coleman e Josh O'Connor al photocall di “Challengers” durante il settimo giorno del Rolex Monte-Carlo Masters, 2024 - Credits Getty Images

Durran: tra set e promozione

Jacqueline Durran, due Oscar e collaboratrice storica di Greta Gerwig, ha dimostrato con Barbie e poi con Cime tempestose che i costumi cinematografici possono diventare uno strumento promozionale autonomo.

Per Barbie Durran ha ricostruito la storia di Mattel dagli Anni '70 agli '80 come anima visiva del film, riproducendo gli outfit storici della bambola con variazioni funzionali agli attori. Il guardaroba del film è diventato anche la base del press tour: Margot Robbie ha attraversato ogni red carpet vestita da Barbie, look dopo look costruiti insieme alle maison per rispecchiare i costumi del film. Una macchina promozionale precisa, che ha trasformato i costumi di scena in contenuto mediatico. Quando poi il pubblico si è presentato in sala vestito di rosa, il cortocircuito tra grande schermo e realtà, ispirazione e personaggio ha decretato il successo della strategia.

Con Cime tempestose di Emerald Fennell l'approccio ai costumi è stato diverso. Durran e Fennell hanno costruito un guardaroba che non punta alla fedeltà storica, il romanzo è ambientato tra il Settecento e l'Ottocento, ma all'intensità emotiva. Invece di ricostruire fedelmente l'epoca, Durran e Fennell hanno creato un mondo di costumi ispirato a cinquecento anni di storia della moda, fiabe, cultura popolare e film technicolor degli Anni '30 e ‘40, da Via col vento al Mago di Oz.

Il meccanismo promozionale, qui, è diventato intenzionale. Lo stylist di Margot Robbie, Andrew Mukamal, è venuto sul set durante le riprese e ha lavorato direttamente con Durran; cosa che, come ha detto la stessa Robbie, normalmente non succede. Il risultato è una continuità precisa tra i costumi del film e i look del press tour mondiale: corsetti, il rosso ricorrente, i riferimenti diretti al testo di Brontë si spostano dallo schermo ai red carpet, costruendo un discorso visivo che non si esaurisce in sala. Film influenza la moda, la moda amplifica il film, il pubblico partecipa a entrambi.

Margot Robbie, Cime tempestose - Credits AGF
Margot Robbie, Cime tempestose - Credits AGF

Il Diavolo veste Prada 2: quando il guardaroba è un palcoscenico in vendita

Il Diavolo veste Prada 2 porta questo processo al suo estremo e lo racconta con consapevolezza. Il film è una fotografia dell'editoria di moda oggi ed è esso stesso un prodotto dentro quella stessa macchina.

Il product placement si organizza su tre livelli. C'è l'inserimento silenzioso: Valentino, Bulgari, Cartier, Tiffany. C'è la citazione esplicita nel dialogo, dove i brand vengono nominati come parte della sceneggiatura. E c'è il livello strutturale: Dior è partner ufficiale del film, dichiarato pubblicamente, e una scena è stata girata dentro la sfilata reale di Dolce&Gabbana del settembre 2025.

La costume designer Molly Rogers ha raccontato che la sfida principale non è stata trovare i pezzi giusti, ma filtrare la quantità di brand che chiedevano di entrare nel film. Ha anche perso una battaglia: il marketing team ha imposto le Rockstud di Valentino - indossate da Miranda - nella scena del trailer, mentre lei aveva protestato (dato che mai una donna che lavora nella moda le avrebbe indossate, come ha dichiarato, perché troppo vistose). Eppure le scarpe sono finite lì lo stesso.

People should know there's a cost, dice Miranda.

E i costumisti, oggi lo sanno bene.

Miranda Presley e Anne Hathaway, Il Diavolo veste Prada 2 - Credits AGF
Miranda Presley e Anne Hathaway, Il Diavolo veste Prada 2 - Credits AGF

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