Di Serena Savardi
Il conto alla rovescia per l’inizio dell’attesissima settimana del design milanese è ormai volto al termine e mentre la città si prepara ad accogliere circa 300 mila persone tra addetti ai lavori, appassionati e curiosi con oltre 267 iniziative ufficiali tra Salone del Mobile e Fuorisalone, anche il mondo della moda è pronto a conquistare il suo spazio. E così in attesa di quali sorprese ci riserveranno le grandi maison, celebriamo insieme la profonda relazione che da tempo immemore lega direttori creativi e designer, trasformando le passerelle del prêt-à-porter in veri e propri palcoscenici interdisciplinari, dove gli oggetti quotidiani vengono elevati a simboli culturali, ironici, concettuali o metaforici.
Quando una teiera, una sedia o una borsa IKEA finiscono in passerella certamente non si tratta di una scelta casuale. La relazione che intercorre tra moda e design industriale è molto più profonda di quanto sembri e affonda le sue radici in certe avanguardie stilistiche di inizio anni ’90.
Tra i pionieri di questa tendenza, Franco Moschino che già nel 1991 cominciò a portare in passerella oggetti “rubati” dal carrello della spesa, o più semplicemente di uso quotidiano, tramandando a Jeremy Scott prima e Adrian Appiolaza poi, l’arduo compito di essere all’altezza della sua volontà di voler rappresentare una moda che coinvolge tutti.
E allora non c’è da stupirsi quando, in occasione del prêt-à-porter Moschino della scorsa Primavera/Estate abbiamo visto tornare a far capolino tra le tendenze teiere portate a mo’ dì borsa o flaconi di detersivo come sacs à main.
Anche Balenciaga, prima che Pierpaolo Piccioli assumesse la redini del brand, ha più volte voluto ribadire il suo profondo amore per il design di tutti i giorni e - trash pouch a parte - ha saputo impartire delle lezioni di stile che difficilmente dimenticheremo. Correva la Primavera Estate 2016-2017 e la collezione uomo targata Demna Gvasalia si porta dietro un'ondata di polemiche, provocazioni e citazioni più o meno esplicite tra cui una chiara rivisitazione della “bag case” dei magazzini svedesi d’arredo IKEA.
E se le collaborazioni tra grandi icone del Made in Italy (di cui la Moka Bialetti e Dolce&Gabbana rappresentano forse il sodalizio più venduto) sono sempre più frequenti, c’è anche chi con un’operazione che viaggia in direzione opposta è riuscito a trasformare degli accessori di moda in oggetti di design che resisteranno nel tempo. Basti pensare alle collezioni presentate da Jonathan Anderson quando era alla regia di Loewe. Il pluripremiato direttore creativo integrando oggetti di design quasi scultorei nei suoi capi e nei suoi accessori, inaugurò un discorso surrealista che ancora oggi punta a confondere i confini tra percezione e funzione e, forse per questo, supera le tendenze.
Così per indagare il profondo rapporto che lega la moda al design, in occasione della Milano Design Week, dal 21 al 26 Aprile, farà tappa al Salone del Mobile di Rho Fiera, la mostra “ABITO”.
Un percorso espositivo che fin dal suo titolo gioca tra due universi semantici affini: l’abitare e l’abito che si indossa. Il fulcro della mostra che indaga il rapporto tra moda e design come espressioni complementari della cultura progettuale italiana e non solo, racconta, attraverso oggetti, abiti e immagini, l’evoluzione della società e dei suoi modi di vivere dal Novecento fino ad oggi.
Organizzato cronologicamente per periodi, l’esibizione mette in dialogo gli abiti storici provenienti dall’archivio storico della Collezione Quinto Tinarelli e alcuni oggetti iconici del design italiano cristallizzati negli scatti fotografici realizzati da Roberto Palomba: un’esperienza rivolta agli appassionati di moda, design e a tutti coloro i quali, durante questa Milano Design Week, sono in cerca di nuove idee.
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