Di Patrizia Piccinini
C’è un punto preciso, tra il blu e il verde, in cui non è più così chiaro dove finisca uno e inizi l’altro. È lì che il design 2026 si è fermato. La semplice sfumatura qui non basta. Il colore si comporta, cambia con la luce, si sovrappone, a volte sembra quasi animarsi. Un divano al mattino appare più freddo, la sera si scalda. Un vetro non restituisce mai lo stesso tono due volte. Alcune superfici sembrano bagnate anche quando sono perfettamente asciutte. Il blu ha ufficialmente finito il suo turno di lavoro come calmante e il verde ha dato le dimissioni da ambasciatore della natura: al Salone del mobile 2026 i due hanno deciso di smettere di essere prevedibili e hanno iniziato a frequentarsi seriamente.
Insieme costruiscono una zona di passaggio, una specie di paesaggio domestico. E gli arredi iniziano a giocare sul serio. Tessuti che cambiano mentre ci si muove nello spazio, lampade che colorano l’aria prima ancora degli oggetti, superfici che ricordano ossidazioni naturali, ma nascono da lavorazioni precise. Nulla è davvero fermo, nulla è completamente uniforme. I materiali si mescolano: ceramiche, resine, tessuti. Il risultato è un effetto liquido, come se ogni elemento fosse attraversato da un movimento leggero.
L’aspetto più interessante è la facilità con cui questa tendenza entra nelle case. Non serve riscrivere tutto: bastano pochi elementi mirati, una poltrona, un tavolino, una lampada, per cambiare atmosfera. E non è una direzione fredda o distante. È immediata, riconoscibile, quasi istintiva. Richiama immagini familiari, senza bisogno di spiegazioni. Il mare, un giardino dopo la pioggia, o semplicemente quel punto in cui i colori iniziano a convivere.
Tra le proposte più chiare in questa direzione, LEPID di Patricia Urquiola per Kartell lavora sul profilo più che sul volume pieno. Librerie, sideboard e console costruiscono una sequenza di linee e vuoti che si rincorrono, quasi ottiche. Anche quando i colori dichiarano altro, è il ritmo visivo a tenere tutto insieme, come attraversato da un movimento silenzioso. Il senso di profondità ritorna nel tappeto No One’s Land di Sahrai Milano, disegnato da Lorena D’Ilio. Qui il riferimento è più esplicito: superfici che ricordano acque oceaniche, dove il colore si disperde e si addensa senza mai fermarsi davvero. Dentro questo paesaggio, gli arredi si muovono tra interno ed esterno con sempre meno distanza.
La Lala Indoor Lounge Chair di Marco Zito per New Life e la poltroncina Antigua di Federica Biasi per Emu lavorano proprio su questa soglia: forme accoglienti, leggere, pensate per abitare spazi senza un confine netto. I tavolini Maximo di Raffaello Galiotto per Nardi entrano nello stesso discorso con una composizione libera, modulare, capace di espandersi come una superficie liquida.
La luce, poi, fa la sua parte. La riedizione di Pallino di Elio Martinelli per Martinelli Luce riporta in scena un oggetto che lavora per sottrazione e colore insieme: una sfera orientabile capace di costruire un’atmosfera, spostando i toni nello spazio. Quando il progetto si fa più esplicitamente organico, il divano Loop di Elena Salmistraro per Ethimo sembra quasi perdere la sua natura di arredo. Le forme si intrecciano senza struttura visibile, come un corpo continuo, più vicino a una presenza naturale che a un oggetto definito. Anche la superficie architettonica entra in questo movimento.
Con Casa MaVi, Vito Nesta e Ceramica Ma.Vi. trasformano la ceramica in un sistema dinamico di pieni e vuoti, dove il disegno diventa ritmo e profondità. Altro che semplice sfondo, qui il rivestimento comincia a partecipare. E vince.
Sul versante più classico, il divano Charles di Valentini rilegge forme storiche con una morbidezza nuova, più fluida, meno rigida, portando anche l’eredità decorativa dentro questa idea di continuità. Infine, il progetto di Secolo insieme allo studio TABLEAU spinge ancora oltre questo tema. Il divano Trace si costruisce su curve continue, senza interruzioni, pensato per essere vissuto da ogni lato. Seduta e schienale si intrecciano in un unico gesto, trasformando la funzione in relazione, lo spazio in qualcosa di condiviso e aperto. Messe insieme, queste esperienze raccontano una direzione precisa. E forse è proprio questo il punto: non si tratta di scegliere tra due tonalità. Bisogna scegliere di stare in quello spazio intermedio in cui iniziano a mescolarsi.