Di Barbara Giglioli
Arriva un momento, in autunno, in cui la frutta cambia luce e prende i colori tipici della stagione, cui anche la moda si ispira. I grappoli d’uva si fanno più vivi, i fichi rivelano una polpa color rubino, le pere raggiungono la loro consistenza più vellutata, mentre il melograno custodisce, sotto una buccia coriacea, centinaia di piccoli rubini traslucidi. Immagini che appartengono all’immaginario della stagione, ma che in cucina possono prendere una direzione inattesa.
Non più soltanto il finale di un pranzo, né una parentesi di dolcezza, ma ingredienti capaci di entrare in dialogo con sapori sapidi, note affumicate, consistenze cremose e profumi boschivi. È qui che la frutta rivela un altro carattere: meno rassicurante, più sofisticato, sorprendentemente contemporaneo.
Il fico porta con sé un’idea di mediterraneità generosa, sensuale. La sua polpa morbida, la dolcezza piena e le sfumature lattiginose sembrano fatte per accompagnare il passaggio dall’estate all’autunno. Eppure, quando incontra il tartufo, cambia registro. Nel riso di Nicola Somma, chef del Cannavacciuolo Countryside, oggi Laqua Countryside, a Ticciano, il frutto si intreccia con il gusto intenso del prosciutto e con le note terrose del tubero del Faito.
Il riso viene mantecato con burro ai fichi, cotto in un brodo di prosciutto e completato con lo stesso frutto in versione fresca, tartufo e un gelato alle foglie di fico. Queste ultime restituiscono al piatto una dimensione aromatica più verde, mentre la temperatura fredda del gelato introduce una sorpresa inaspettata. Questo meraviglioso frutto non addolcisce semplicemente il risotto: ne diventa la trama, il filo che tiene insieme sapori lontani e li conduce verso un equilibrio inatteso.
Ci sono ingredienti che sembrano disegnati per catturare lo sguardo prima ancora del palato. Il melograno è uno di questi: i suoi chicchi luminosi portano nel piatto colore, ma soprattutto una freschezza capace di alleggerire le preparazioni più intense. Nella cucina di Martina Caruso, chef del Signum di Salina, accompagna lo sgombro affumicato insieme a foglie di cappero e menta.
Il pesce ha una personalità decisa, attraversata da note profonde; il melograno interviene con la sua acidità, mentre la menta aggiunge un accento balsamico e i capperi riportano il racconto alle isole e alla vegetazione mediterranea. Il succo del frutto, ridotto con vino rosso, diventa una salsa; i chicchi conservano invece la loro consistenza e regalano piccoli contrasti a ogni assaggio. È un incontro in cui la frutta non cerca di addolcire il mare, ma ne amplifica le sfumature, con la precisione di un ingrediente capace di cambiare l'equilibrio senza alterarne l'identità.
La pera appartiene a un immaginario più discreto: la polpa chiara, la dolcezza gentile, la consistenza che può diventare burrosa senza perdere del tutto la propria freschezza. In una cucina che ama i contrasti, proprio questa apparente delicatezza può diventare un punto di forza. Karime López, già executive chef di Gucci Osteria da Massimo Bottura a Firenze e oggi alla guida di Xaak, ristorante di cucina messicana contemporanea all’interno di Hotel Xcaret Arte, in Messico, ha interpretato questo dialogo in una terrina di foie gras accompagnata da gelatina di melograno e da una guarnizione di pera, prugna, ribes ed erbe aromatiche.
La pera, tagliata a cubetti e cotta brevemente nel burro chiarificato, incontra la freschezza acidula del melograno e la vivacità degli altri frutti. Accanto alla ricchezza del foie gras, la frutta introduce un contrappunto di consistenze e sapori, evitando che la componente grassa diventi dominante. Un gioco di misura, più che di contrasti estremi, nel quale la dolcezza si trasforma in uno strumento di precisione.
Il paesaggio cambia, ma il filo del racconto resta lo stesso. Nella cucina umbra di Paolo Trippini, chef dell’omonimo ristorante a Civitella del Lago, il melograno entra in una corona di ravioli ripieni di cinturello orvietano, accompagnata da crema di castagne e finocchio. Qui la frutta incontra una cucina legata alla memoria del territorio, fatta di ingredienti riconoscibili e sapori che evocano boschi, campagne e tavole d’autunno. La castagna avvolge con la sua dolcezza farinosa, la carne porta profondità e sapidità, il finocchio aggiunge una sfumatura aromatica.
Il melograno interviene con una nota più vibrante, interrompendo la morbidezza dell’insieme e introducendo una variazione che si percepisce tanto al palato quanto alla vista. Anche il ripieno racconta un’attenzione alla materia prima: recupera infatti le rifilature della spalla di maiale utilizzata in un’altra preparazione. La frutta si inserisce così in una composizione in cui creatività e territorio non sono in opposizione, ma si sostengono a vicenda.
È forse questa la nuova seduzione della frutta in cucina: la possibilità di sottrarla alle aspettative, di allontanarla dal dessert per scoprirne le sfumature più inattese. Il fico può incontrare il bosco, il melograno accendere il mare, la pera accompagnare la ricchezza di una terrina. Non si tratta soltanto di giocare con il dolce e il salato, ma di trovare un nuovo equilibrio tra gli ingredienti, lasciando che ogni sapore riveli qualcosa che, da solo, non avrebbe raccontato. E l’autunno, con la sua tavolozza di colori, profumi e consistenze, diventa così il momento perfetto per lasciarsi sorprendere.
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