Di Barbara Giglioli
Da qualche anno la vendemmia ha cambiato panorama. Non più - solo – filari sterminati, ma sempre più spesso paesaggi urbani. Così, proprio questa settimana, cantine celebri e boutique di moda si sono ritrovate per La Vendemmia di MonteNapoleone, l’appuntamento che porta il mondo del vino nel centro della città e che, per la sua 17ª edizione, trasforma le vie del Quadrilatero in un immaginario vigneto urbano.
Tralci, foglie, fiori e grappoli diventano installazioni tridimensionali e scenografie che dialogano con le vetrine. Non è una vendemmia vera e propria, naturalmente, ma una reinterpretazione pop e contemporanea del rito autunnale, dentro un evento che unisce degustazioni, cocktail e menu speciali. Ed è proprio da qui che parte una domanda: quanto è davvero lontana la vigna dalla città? Molto meno di quanto si potrebbe pensare.
A Milano, per esempio, c’è una storia che comincia cinque secoli fa. È quella della Vigna di Leonardo, il vigneto che Ludovico il Moro donò a Leonardo da Vinci nel 1498, proprio nel cuore della città, accanto a quella che sarebbe diventata la Casa degli Atellani.
Il vitigno è stato identificato nella Malvasia di Candia Aromatica e nel 2015 le barbatelle sono state reimpiantate seguendo il tracciato storico. Nel settembre del 2018 è arrivata la prima nuova vendemmia: l’uva è stata vinificata in anfora di terracotta, in un progetto che intreccia ricerca storica e studi leonardeschi sulla vinificazione. Da questa storia è nato anche il vino oggi conosciuto come Malvasia di Milano.
Ma c’è un modo ancora più contemporaneo di portare il vino in città: farlo proprio lì. A Milano, sul Naviglio, Cantina Urbana è una vera winery cittadina. In via Ascanio Sforza si seguono le diverse fasi della produzione, dall’arrivo dell’uva alla trasformazione, fino all’imbottigliamento, con affinamenti in acciaio, legno e anfore di terracotta. Le uve vengono selezionate attraverso una rete di viticoltori italiani e il progetto porta nel cuore metropolitano il lavoro normalmente associato alla campagna.
E qui la vendemmia diventa anche un’esperienza da provare. Con Make Your Wine si assaggiano diverse basi, si imparano a riconoscere le loro caratteristiche e, guidati da un professionista, si crea il proprio blend. Poi arrivano l’etichetta personalizzata e la propria bottiglia da portare a casa. La campagna non si è spostata: è il suo rituale che è entrato in città.
Da Milano a Torino, dove la vite cresce sulla collina e guarda direttamente la città. È la Vigna della Regina, parte del complesso di Villa della Regina e affacciata sulla Mole Antonelliana. Dopo il recupero del vigneto storico, qui è tornata a essere prodotta uva destinata al vino: la Freisa, inserita nell’area DOC del Freisa di Chieri, diventa così il simbolo di una viticoltura che vive dentro il paesaggio urbano. La fotografia è quasi perfetta: filari ordinati in primo piano, la città ai piedi della collina e la Mole sullo sfondo. Un vigneto che non si limita a sopravvivere alla metropoli, ma ne diventa parte integrante.
Poi c’è Venezia, dove la vigna si nasconde addirittura dentro un convento. A San Francesco della Vigna, nel sestiere di Castello, la vite vive all’interno del complesso francescano, in uno scenario che sembra appartenere a un’altra epoca. Uno dei chiostri è dedicato proprio alla vigna e dalle sue uve nasce anche Harmonia Mundi, prodotto in un’edizione limitata. Qui la città non è semplicemente lo sfondo: è parte integrante della storia del vino.
E nella laguna veneziana c’è un’altra storia sorprendente: sull’isola di San Michele le vigne crescono nell’antico orto dei novizi del convento camaldolese. Malvasia, Dorona e altre varietà convivono in questo piccolo frammento agricolo incastonato nella laguna, mentre l’antica cantina conserva ancora botti e tini. Un’altra dimostrazione di come la viticoltura possa sopravvivere anche nei luoghi più inattesi.
La vigna urbana, però, non è soltanto memoria. Può essere anche futuro. A Torino, all’interno del campus del Politecnico, Campus Grapes è un progetto di viticoltura urbana e agritech che porta la coltivazione della vite dentro uno spazio universitario, con sistemi di monitoraggio e varietà resistenti alle malattie. Una piccola vigna che guarda non al passato, ma a come potrebbe essere l’agricoltura nelle città di domani.
È questo, forse, il fascino della vendemmia urbana: mettere insieme due mondi che sembrano lontanissimi e che invece hanno sempre avuto qualcosa da dirsi. Perché la vendemmia non è soltanto il momento in cui si raccoglie l’uva. È un rito fatto di paesaggio, vino, cibo e convivialità. E oggi non serve necessariamente raggiungere le grandi terre del vino per incontrarlo: qualche volta basta guardarsi intorno. La vigna ha già cominciato a tornare in città.
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