Di Giuditta Avellina
Prima che Dolly Parton entrasse in una stanza, arrivava il suo look: una nuvola di capelli biondi, una cascata di strass, unghie lunghissime, tacchi vertiginosi, frange, paillettes e colori abbastanza accesi da rendere superfluo qualsiasi riflettore. Dolly Parton è morta il 25 agosto 2026 a 80 anni. Con lei se ne va una delle più grandi interpreti e autrici della musica americana, la donna di Jolene, I Will Always Love You e 9 to 5. Ma anche una delle personalità che hanno saputo trasformare più radicalmente il proprio aspetto in un linguaggio. Dolly non seguiva la moda: era Dolly.
Per capire l’estetica di Dolly Parton bisogna tornare nel Tennessee della sua infanzia. Cresciuta in una famiglia poverissima sui monti Smoky, raccontò più volte di essere rimasta affascinata da una donna del paese che gli adulti consideravano troppo appariscente: capelli ossigenati, rossetto rosso, unghie vistose, tacchi alti.
Per la piccola Dolly, invece, era bellissima. Quella figura diventerà il punto di partenza di un’immagine che Parton avrebbe poi portato all’estremo, trasformando ciò che altri giudicavano volgare in una dichiarazione di indipendenza. Non tentò mai di assomigliare all’idea che l’industria aveva di una cantante country elegante. Fece esattamente il contrario. Più capelli. Più trucco. Più curve. Più cristalli. E soprattutto zero imbarazzo.
Prima ancora degli abiti c’erano loro: i capelli. Biondi, cotonati, altissimi e praticamente immuni alle leggi di gravità. Dopo anni passati a decolorare e cotonare i propri capelli, Parton scelse presto le parrucche, trasformandole in una delle sue firme. Anche qui, nessun tentativo di nascondere l’artificio. Anzi. Dolly scherzava apertamente sulle sue parrucche e sul tempo necessario per prepararsi. Il risultato era una silhouette riconoscibile persino in controluce. Molto prima che il concetto di personal branding diventasse una disciplina, Dolly Parton ne aveva già compreso una delle regole fondamentali: se vuoi essere indimenticabile, devi poter essere riconosciuta senza bisogno di leggere il tuo nome.
Poi arrivavano i vestiti. Il country western diventava glamour attraverso frange, pelle, ricami, cristalli, paillettes, colori saturi e silhouette aderentissime. Negli anni Settanta poteva presentarsi ai Grammy in rosa acceso; decenni dopo continuava a scegliere abiti tempestati di luce senza smussare di un millimetro la propria estetica. Nel corso della carriera ha indossato creazioni di designer e costumisti come Bob Mackie, Ann Roth e Lucy Adams, ma persino davanti a una firma importante l’abito doveva sottostare a una regola: doveva sembrare Dolly. Nel 2023 ha persino raccolto la storia del proprio guardaroba nel libro Behind the Seams: My Life in Rhinestones. Un titolo perfetto: raccontare la sua vita significava inevitabilmente raccontare anche i suoi cristalli.
C’è poi un dettaglio che riassume magnificamente la capacità di Parton di trasformare il beauty in qualcosa di più di un ornamento: le sue lunghissime unghie acriliche. Sul set di 9 to 5, mentre componeva la canzone destinata a diventare uno dei suoi maggiori successi, Dolly si accorse che battendo le unghie una contro l’altra poteva riprodurre il ticchettio di una macchina da scrivere. Le usò per tenere il ritmo. Quelle unghie entrarono così nella storia di 9 to 5, fino a essere accreditate nel disco. Un dettaglio quasi perfetto per raccontare Dolly: persino ciò che poteva sembrare frivolo diventava nelle sue mani uno strumento creativo.
Anche il rapporto con la bellezza era sorprendentemente moderno. Dolly non ha mai costruito il proprio personaggio sull’illusione della naturalezza. Parlava apertamente di parrucche, trucco e ritocchi estetici e soprattutto rideva per prima della propria immagine. La sua celebre battuta sul fatto che servissero molti soldi per apparire così “cheap” racchiude un’intera filosofia. Parton sapeva perfettamente come appariva agli occhi degli altri e aveva deciso che il giudizio altrui non sarebbe stato il criterio con cui vestirsi. È forse questa la ragione per cui un’estetica nata più di mezzo secolo fa appare oggi così contemporanea.
Oggi parliamo continuamente di Barbiecore, maximalism, camp, country glamour e western revival. Dolly Parton li aveva già mescolati tutti quando nessuno aveva ancora inventato un hashtag per definirli. E soprattutto aveva anticipato qualcosa di ancora più importante: il ritorno di una moda che non teme di essere divertente, artificiale, sexy o esagerata. Per decenni l’industria della moda ha celebrato l’idea di eleganza associandola a colori neutri, linee pulite, understatement. Dolly costruì invece una carriera antitetica rispetto al less is morez.
Dietro i capelli cotonati e gli abiti scintillanti, naturalmente, c’era molto altro: una delle più importanti songwriter americane, un’imprenditrice, un’attrice e una filantropa capace di trasformare la propria fama in progetti come la Imagination Library. Forse è proprio questo ad aver impedito al personaggio di divorare la persona. Dolly poteva permettersi di giocare con lo stereotipo della bionda tutta curve perché, dietro quello stereotipo, era sempre lei a detenere il controllo. Il 25 agosto si è spenta Dolly Parton. Gli strass ideali della sua gloriosa vita, invece, resteranno accesi ancora a lungo.
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