Di Patrizia Piccinini
Il bacino di San Marco si attraversa lentamente. Venezia, vista dall’acqua, sembra prendere tempo. Il campanile di Palazzo Ducale rimpicciolisce a poppa, la Salute resta sull’altro lato e davanti si apre San Giorgio Maggiore: la facciata di Palladio, il campanile gemello, l’acqua che restituisce ogni cosa capovolta. L’isola sembra avvicinarsi piano, come se fosse lei a venire incontro alla barca. È da qui che comincia il viaggio di Homo Faber 2026. Si attracca sull’isola e, per qualche ora, il tempo cambia misura. Dentro gli spazi della Fondazione Giorgio Cini ci sono più di 700 oggetti, oltre 500 artigiani da settanta Paesi e quindici installazioni.
Ma prima degli oggetti arrivano le mani. Quelle che hanno cucito, inciso, forgiato, intagliato, modellato. Quelle che hanno impiegato ore, giorni, a volte anni, per dare una forma a qualcosa. Il titolo di questa quarta edizione è An Island of Light. Alla direzione artistica c’è Es Devlin, artista britannica che l’anno scorso aveva trasformato la Pinacoteca di Brera nella Library of Light, attirando quasi 200mila visitatori durante la Design Week. A Venezia la luce cambia ancora: incontra l’acqua, Palladio, i chiostri, la piscina Gandini, gli specchi. E soprattutto illumina ciò che spesso rimane fuori campo: il tempo del fare.
L’ingresso è A Language of Hands: una bottega ricostruita e lasciata vuota. Gli utensili sono sui banchi, gli scaffali illuminati raccolgono modelli e materiali, nell’aria sembra essere rimasta persino la polvere. Tutto suggerisce che l’artigiano sia appena uscito. Poi, in fondo alla sala, uno schermo si accende. Mani al lavoro, accompagnate dalla voce della stessa Devlin.
Il gesto arriva prima dell’oggetto, quasi a ricordare che ogni forma ha avuto un inizio, un ritmo, una pazienza. Si passa quindi a An Index of Artisans, una galleria di ritratti. Cinquecento volti, uno per ogni mestiere rappresentato in mostra. Sono gli artigiani a occupare la scena, con i loro volti e le loro storie. "I protagonisti di questo lavoro sono gli artigiani stessi, sono le rockstar per me", ha detto Devlin all’apertura. È un cambio di prospettiva semplice e preciso: prima ancora di chiedersi che cosa stiamo guardando, viene da chiedersi chi lo ha fatto.
Poi gli oggetti cominciano a muoversi. In An Alphabet of Objects, più di cento pezzi sono disposti su una struttura circolare che ruota e che si può attraversare camminando. La controluce proietta le sagome sulle pareti e gli oggetti diventano ombre, profili, apparizioni. Si cammina dentro la loro forma prima ancora di osservarli da vicino. Il percorso arriva poi alla ex piscina Gandini, la prima piscina coperta di Venezia, costruita nel 1962.
Qui A Full Moon Rising porta la luna dentro uno spazio immerso nell’acqua. Una struttura semicircolare di giare e vasi ispirati alla luna coreana emerge dalla vasca come un grande satellite. In sottofondo, la voce di Devlin recita una poesia di Jean Toomer. Le superfici riflettono la luce, l’acqua restituisce le forme, le immagini si sovrappongono. Per un momento la piscina sembra aver cambiato funzione e tempo: l’acqua che prima accoglieva corpi ora accoglie oggetti, riflessi, silenzio.
In An Infinite Birdsong gioielli a forma di uccelli e insetti si moltiplicano in un gioco di specchi incisi con motivi dell’architettura veneziana. Le immagini si sovrappongono, le forme sembrano prendere il volo e lo spazio diventa una grande voliera riflessa. Qui Venezia entra direttamente nella mostra. È negli specchi, nei motivi incisi, nelle geometrie che ritornano sulle superfici. L’oggetto incontra l’architettura e la luce diventa il filo che li tiene insieme. È anche uno degli aspetti che rendono particolare il percorso di San Giorgio Maggiore. Gli oggetti non arrivano in uno spazio neutro. Entrano nei chiostri, nelle sale, nella piscina, accanto alle architetture della Fondazione Giorgio Cini. La mostra procede così per incontri: fra antico e contemporaneo, fra gesto e forma, fra la precisione dell’artigiano e la teatralità della scena. Le didascalie sono chiare e ogni pezzo ha un QR code per chi desidera approfondire.
Novanta Young Ambassador, studenti di design da tutto il mondo, accompagnano i visitatori tra le sale. In tre spazi si lavora dal vivo. Una ricamatrice racconta le duecento ore passate su un quadrante per Vacheron Constantin. Duecento ore. Un numero che, detto così, sembra astratto. Poi si guarda il lavoro delle mani e prende una forma concreta: punto dopo punto, gesto dopo gesto, la misura del tempo torna visibile. Alberto Cavalli, Direttore Generale della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e Direttore Esecutivo della Michelangelo Foundation, all’apertura ha citato Grace Jones e Slave to the Rhythm. Il timore è che la nuova generazione possa diventare schiava dell’algoritmo. Il gesto manuale, ha detto, resta invece un modo per affermare un’identità. E forse è proprio qui che il viaggio di Homo Faber trova la sua direzione.
La luce cambia, gli oggetti ruotano, gli specchi li moltiplicano, Venezia entra nelle superfici e negli spazi. Poi rimane la mano. Con il suo gesto preciso, ripetuto, paziente. E rimane il tempo che quel gesto si è preso. Forse è questo che la mostra porta sull’isola: la possibilità di fermarsi a guardare quanto tempo serve per fare bene una cosa. In un mondo che corre, una mano continua a lavorare secondo un’altra misura. Ostinata, paziente, umana.
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