Di Matteo Dall'Ava
La paura di perdere l’aereo è una di quelle piccole nevrosi riservate agli altri. Nei terminal di lusso non si corre verso il gate con il trolley che sobbalza sulle fughe del pavimento, non si consulta il tabellone ogni trenta secondi e nessuno suggerisce di presentarsi due o tre ore prima. Si arriva. Qualcuno prende il bagaglio, qualcun altro il passaporto. Il resto del tempo può essere trascorso ad ammirare un Warhol, a degustare un piatto firmato da uno chef stellato o a sorseggiare con calma un ottimo sherry mentre, oltre la vetrata, l’aereo aspetta.
Quando è ora di partire, il concierge si avvicina. Fuori c’è un'auto privata ad attendere. Attraversa il piazzale e si ferma sotto l’aereo. La parte più seducente? Questo privilegio non appartiene soltanto a chi possiede un jet. Esistono terminal privati per voli commerciali, dove si prende lo stesso aereo degli altri passeggeri dopo aver seguito un percorso completamente diverso. Poi ci sono gli FBO, Fixed Base Operator, riservati all’aviazione privata. Nati per assistere aeromobili ed equipaggi, i più esclusivi hanno imparato parecchio dai grand hotel.
Del resto, anche aspettare può diventare piacevole, purché lo si faccia nel posto giusto.
Los Angeles ha costruito buona parte della propria mitologia intorno agli ingressi secondari. PS ne ha fatto un servizio aeroportuale e chiama infatti le sue strutture una back door verso l’aereo. A LAX si può aspettare all’aperto, mangiare qualcosa, concedersi un trattamento spa o chiudere la porta della propria suite. Nel frattempo, bagagli e formalità hanno preso altre strade. Quando arriva il momento, una vettura attraversa l’airfield e deposita l’ospite davanti all’aeromobile. Il dettaglio divertente arriva qui: potrebbe essere un normalissimo volo commerciale per New York, Parigi o Tokyo. All’atterraggio, PS Direct può prelevare il passeggero direttamente alla porta dell’aereo e accompagnarlo a casa o in hotel. Un’idea, o meglio un servizio che PS ha portato anche ad Atlanta, Dallas-Fort Worth e Miami. Dopo averla provata, la scritta “Gate 142” rischia di assumere un significato particolarmente malinconico.
Gli inglesi hanno avuto più tempo per esercitarsi. Già negli anni Sessanta Heathrow accoglieva reali e diplomatici lontano dalla folla; oggi quella tradizione è diventata The Windsor by Heathrow. Conviene guardarsi intorno: negli otto salotti privati ridisegnati da Oliver Burns Studio si cammina su tappeti Axminster disegnati da Tom Dixon e opere di Warhol, Banksy, Hockney o Tracey Emin. Alcune sono anche acquistabili. Jason Atherton, chef stellato Michelin, firma il menu e trasforma persino il tè in un dessert con shortbread, crema pralinata e gelato all’Earl Grey. Controllo passaporti e sicurezza si svolgono privatamente, quasi fosse poco elegante interrompere la conversazione per una formalità. Alla fine, arriva un'auto di lusso elettrica e accompagna l’ospite all’aereo. La lounge, improvvisamente, è il posto dal quale dispiace partire.
Dormire in aeroporto ha invece tutt’altro significato al Fattal Private Terminal del Ben Gurion di Tel Aviv. Le camere hanno doccia e servizio in camera 24 ore su 24; fuori ci sono lounge, buffet e cigar room. Il progetto di Gad Halperin con Tito Architects rivela l’origine alberghiera del gruppo Fattal molto prima che qualcuno la racconti. Check-in, sicurezza e passaporti vengono gestiti nella struttura, i bagagli prendono la propria strada e al passeggero rimane una delle attività più rare associate a un aeroporto: aspettare senza occuparsi di nulla. La mattina, fuori dalla camera, non attende la colazione prima di un taxi. Attende l’auto per l’aereo.
Milano ha sempre avuto una certa insofferenza per le code e le distanze inutili. Forse per questo Milano Linate Prime sembra particolarmente adatto alla città. La nuova ala inaugurata nel 2026 aggiunge circa 2.000 metri quadrati e nove lounge dalle grandi pareti vetrate. Dal salotto si guarda il proprio jet sul piazzale mentre concierge, controlli, catering e assistenza restano sullo sfondo. Poi una porta si apre e il viaggio continua. Il centro di Milano è a meno di sette chilometri: abbastanza vicino perché l’aperitivo delle sette alla Terrazza Martini possa restare un programma credibile.
Dubai, naturalmente, alza la posta. Nel Jetex VIP Terminal dell’Al Maktoum International Airport si incontrano pietra, pelle, luce naturale e pezzi firmati da Zaha Hadid. C’è una zona ispirata alla quiete di un giardino zen, ci sono sleeping pod (poltrone per riposare) e sale da pranzo private; nella cigar lounge un humidor corre dal pavimento al soffitto. Il passeggero potrebbe quasi dimenticare il motivo per cui è arrivato fin qui, se fuori non ci fosse un jet ad aspettarlo. A ricordarglielo provvede una Rolls-Royce: Jetex le utilizza per accompagnare gli ospiti fino all’aereo. Cento metri di piazzale diventano così un ultimo, brevissimo viaggio nel viaggio.
A Farnborough, infine, anche quei cento metri possono sembrare superflui. L’aeroporto dell’Hampshire è interamente dedicato alla business aviation e permette di arrivare con la propria automobile davanti al jet. Chi decide di entrare trova lounge da private members’ club, concierge e controlli di dogana e immigrazione sul posto. Sul sito di Farnborough Airport la giornata viene scandita con la precisione di un maître: arrivo alle 10:30, relax alle 10:32, imbarco alle 10:40. Al ritorno la propria auto può aspettare sotto la scaletta quando si apre il portellone. Resta soltanto Londra, a meno di un’ora di strada. Ma anche questo, evidentemente, è un problema risolvibile: dall’aereo si passa all’elicottero e dodici minuti dopo si è in città.
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