Di Giuditta Avellina
Gli Anni '90 tornano continuamente nella moda, ma alla Tate Britain di Londra non sono raccontati come un semplice esercizio di nostalgia. Dall’8 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027, The 90s: Art and Fashion ricostruisce uno dei momenti più trasformativi della cultura britannica recente, quando una nuova generazione di artisti, fotografi e designer contribuì a ridisegnarne l’identità culturale. Tate Britain presenta il progetto come la prima mostra a esplorare insieme arte, fotografia e moda degli Anni '90.
Il percorso riunisce oltre cento tra fotografie, dipinti, sculture e abiti di quasi settanta artisti, fotografi e designer: dagli Young British Artists ad Alexander McQueen, passando per Juergen Teller, Tracey Emin, Damien Hirst, Vivienne Westwood, Wolfgang Tillmans e John Galliano. A guidare il progetto è Edward Enninful OBE, che quel decennio lo conosce dall’interno: a soli 18 anni diventò il più giovane fashion editor di una pubblicazione internazionale, i-D, prima di costruire una carriera ai vertici della moda internazionale. Ma perché questa mostra promette di essere uno degli appuntamenti da segnare in agenda a Londra? Ecco cinque buone ragioni per scoprirla.
Il percorso parte dal gusto per imperfezione, realtà e approccio Do-It-Yourself che caratterizza una nuova generazione creativa britannica. Le fotografie di Corinne Day, Nigel Shafran e Juergen Teller, realizzate per pubblicazioni influenti come i-D e Dazed and Confused, contribuiscono a definire quella che Tate descrive come una nuova estetica anti-fashion grunge. Nello stesso periodo, i lavori di Roshini Kempadoo ed Eileen Perrier ampliano le nozioni dominanti di bellezza, mentre Kate Moss, con uno slip dress trasparente di Liza Bruce, cattura l’attenzione dei tabloid.
Il cambiamento non riguarda però soltanto la moda. Persone reali diventano muse per artisti come Barbara Walker, Jenny Saville e Gillian Wearing, mentre Tracey Emin, Sam Taylor-Johnson e Sarah Lucas conquistano il pubblico con lavori che affrontano temi legati ad autodeterminazione, identità e classe.
Negli Anni '90 alcuni designer rendono sempre più sottile il confine tra arte e moda. Uno dei protagonisti è Alexander McQueen, con presentazioni che alla Tate Britain sono descritte come provocatorie, drammatiche e talvolta da incubo. L’abito resta al centro, ma anche il modo di presentarlo acquista una forza spettacolare e concettuale. Accanto a lui c’è Hussein Chalayan, che sviluppa un approccio fortemente legato al design e crea abiti ispirati anche agli oggetti della vita quotidiana.
La stessa spinta attraversa la fotografia: Nick Knight, David Sims e Craig McDean scelgono immagini più nette e concettuali. Arte e moda diventano così territori sempre più vicini, capaci di contaminarsi e ridefinirsi a vicenda.
Una parte essenziale della storia raccontata dalla Tate nasce lontano dalle gallerie e dalle passerelle: di notte. Fotografie e film attraversano l’universo dell’acid house, della jungle, dell’hip-hop e della drum and bass, seguendo club, sottoculture e nuove comunità. Compaiono serate diventate simboliche come quelle dell’Haçienda di Manchester e del Bagley’s di Londra. Dave Swindells, Peter J Walsh e Tony Davis documentano la nascita dell’acid house; Normski, Eddie Otchere ed Ewen Spencer seguono l’ascesa di jungle, hip-hop e drum and bass. Poulomi Desai, Stuart Linden Rhodes e Jon Shard raccontano invece le serate queer.
E poi ci sono rave e free party fotografati da Seana Gavin e Vinca Petersen, una controcultura alimentata da flyer e telefoni pubblici, insieme con Fiorucci Made Me Hardcore, il film realizzato da Mark Leckey nel 1999. È uno dei passaggi che restituiscono meglio l’energia del decennio: musica, stile, nightlife e sottoculture diventano parti dello stesso immaginario.
Con l’affermarsi della Cool Britannia, gli Anni '90 costruiscono l’immagine di una Gran Bretagna giovane, creativa e in piena trasformazione. La Tate sceglie però di raccontare anche chi rischiava di restare fuori da quella narrazione. In mostra c’è Bear del 1993, il primo importante film di Steve McQueen, accanto a No Woman, No Cry del 1998 di Chris Ofili, toccante omaggio a Doreen e Stephen Lawrence e opera strettamente legata all’anno in cui Ofili vinse il Turner Prize. La riflessione attraversa anche la moda attraverso gli abiti di Ozwald Boateng, i filmati delle presentazioni di Joe Casely-Hayford e la fotografia di Koto Bolofo, che celebrano il lavoro dei designer Black British.
Lo street style entra invece nel percorso attraverso la collaborazione tra Jason Evans e Simon Foxton. Ne emerge un’immagine più complessa del decennio, nella quale all’energia della Cool Britannia si affiancano questioni di rappresentazione, identità e appartenenza nazionale.
Il percorso arriva infine alla soglia del nuovo millennio, quando entusiasmo e inquietudine cominciano a convivere. Da una parte ci sono le forme essenziali di Rachel Whiteread e Gary Hume; dall’altra Damien Hirst, che porta l’approccio concettuale fino alle sue sculture fabbricate e riempite di formaldeide. Ma è soprattutto Concorde Grid del 1997 di Wolfgang Tillmans a condensare, nel racconto di Tate, il rapporto del decennio con il futuro: il lavoro restituisce insieme l’ottimismo e l’ansia prodotti dalle promesse della tecnologia e dall’avvicinarsi del nuovo millennio.
Nelle sale finali, Yinka Shonibare e Maud Sulter guardano alla storia dell’arte europea e al dandyismo per interrogarsi su diversità e rappresentazione, mentre Vivienne Westwood e John Galliano attingono a epoche e culture diverse per riflettere su stile, classe e mitologia nazionale. La mostra si chiude così su un decennio sospeso tra passato e futuro. Ed è forse proprio questo a spiegare perché, a distanza di decenni, i gloriosi Novanta continuino ad avere così tanto da raccontare.
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