Di Giuditta Avellina
Pois. Zucche. Stanze infinite. Una parrucca rosso fuoco. Bastavano pochi elementi per riconoscere Yayoi Kusama, morta a 97 anni dopo aver trasformato le proprie visioni in uno degli universi estetici più potenti e riconoscibili del nostro tempo. La notizia è stata annunciata il 27 agosto dal suo studio: l’artista giapponese si è spenta il 14 agosto in un ospedale di Tokyo. La causa della morte non è stata resa nota. Fino alla fine non ha smesso di creare: il suo studio ha ricordato che ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni, senza mai mettere da parte il pennello.
Nata a Matsumoto nel 1929, Kusama raccontava di vedere fin dall’infanzia punti, luci e fiori moltiplicarsi davanti ai suoi occhi. Invece di fuggire da quelle visioni, le trasformò nel proprio vocabolario.
Nel 1957 lasciò il Giappone per New York e si immerse nell’avanguardia della città. Pittura, scultura, performance, letteratura, happening contro la guerra: Kusama attraversò linguaggi diversi senza mai perdere la propria ossessione per la ripetizione. Prima gli Infinity Nets, poi le zucche ricoperte di pois e le celebri Infinity Mirror Rooms, ambienti di specchi e luci capaci di dare l’illusione che lo spazio continui all’infinito. Opere nate negli anni Sessanta che, decenni dopo, nell’era dei social sarebbero diventate un fenomeno globale.
Prima ancora di arrivare a New York, Kusama aveva scritto a Georgia O’Keeffe chiedendole consigli su come farsi strada nell’arte americana. Una volta nella città delle avanguardie entrò in contatto con alcuni dei nomi destinati a riscrivere l’arte del Novecento. Donald Judd fu tra i suoi primi amici e sostenitori e acquistò una delle sue opere; con Joseph Cornell nacque invece un legame intenso, fatto di telefonate, lettere e arte. Intorno a lei gravitavano anche artisti come Eva Hesse e Andy Warhol Andy Warhol. Kusama era dentro quella rivoluzione prima ancora di diventare l’icona globale che conosciamo oggi.
Il caschetto rosso, gli abiti dalle silhouette essenziali, i colori accesi e naturalmente i pois trasformarono anche la sua immagine in un’estensione dell’opera. Molto prima dell’era del personal branding, Kusama era già immediatamente riconoscibile. E inevitabilmente la moda se ne innamorò. Il sodalizio più celebre fu quello con Louis Vuitton. Nel 2012, sotto la direzione creativa di Marc Jacobs, i suoi pois invasero borse, abiti, accessori e vetrine della maison.
Nel 2023 Kusama e Vuitton tornarono insieme con un progetto ancora più spettacolare, portando Painted Dots, Infinity Dots, fiori e zucche su prodotti, boutique e installazioni monumentali in giro per il mondo. Il monogramma LV incontrava i pois di Kusama e la moda diventava arte, la boutique installazione, lo shopping spettacolo.
È forse questa una delle ragioni della sua straordinaria longevità culturale. Kusama ha attraversato oltre settant’anni di arte contemporanea, dalla New York delle avanguardie fino all’era di Instagram, senza mai rinunciare al proprio linguaggio. È stato semmai il mondo a raggiungere lei. Le Infinity Mirror Rooms sono diventate attrazioni globali.
Le zucche monumentali icone. I pois un codice riconoscibile su una tela come su una borsa. Arte e cultura pop, museo e moda, avanguardia e fenomeno social hanno finito per convivere nello stesso universo. Il suo universo. Kusama ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni. E forse la misura più semplice della sua eredità è questa: ha trasformato ciò che vedeva soltanto lei in qualcosa che oggi riconosciamo tutti.
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