Di Giuditta Avellina
Roma è sotto di lei. Sharon Stone si affaccia dal balcone del Campidoglio accanto al sindaco e saluta la città. La sera precedente ha partecipato al gala organizzato a Villa Aldobrandini. Poi, nella Sala Giulio Cesare del Comune di Roma, ha preso la parola durante la giornata conclusiva del Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, dedicato all’intelligenza artificiale, alla sicurezza globale e al rischio nucleare.
Davanti alla platea ha pronunciato una frase capace di tenere insieme il tema dell’incontro e, quasi involontariamente, la sua intera biografia: “La dignità umana non è un algoritmo”. Perché se esiste una donna che la cultura popolare ha a lungo trattato come un algoritmo visivo, quella è Sharon Stone. Bastavano un abito bianco, una poltrona, le gambe accavallate e uno sguardo glaciale per evocarla. Basic Instinct non le diede soltanto una celebrità globale: trasformò il suo corpo in una delle immagini più replicate e commentate del cinema contemporaneo. A Roma, invece, Stone ha parlato di gentilezza, decenza, generosità e di quella che ha definito “eleganza dello spirito”.
Del resto, per Stone l’idea di successo e di ciò che conta davvero è cambiata negli anni. La frattura arriva nel 2001, quando è una delle attrici più riconoscibili del mondo. Un ictus la costringe a fermarsi; le ci vorranno circa sette anni per riprendersi. In un'intervista al Corriere della Sera rilasciata durante il soggiorno romano, l’attrice ha descritto quell’esperienza con parole nette: “Morire è un’esperienza che apre gli occhi”. L'attrice ha raccontato di essersi sentita come reincarnata nel proprio corpo, con la consapevolezza di poter proseguire un viaggio che avrebbe potuto interrompersi lì.
Stone non parla però di reinvenzione: “Non mi reinvento. Cresco e imparo”, come a dire che rinascere non è cancellare ciò che si è stati per sostituirlo con una nuova versione di sé, ma portare con sé tutto: il cinema, la fama, la malattia, la maternità e il desiderio di continuare a essere un’artista, oltre il trauma.
La pittura è diventata poi uno dei luoghi principali di questa trasformazione. Stone, che aveva dipinto già da giovane, ha ripreso a farlo con continuità durante la pandemia. Oggi lavora su grandi tele astratte e ha presentato mostre personali a Los Angeles, Greenwich, Berlino e San Francisco. Il passaggio possiede anche un valore simbolico dato che per gran parte della carriera Sharon Stone è stata l’immagine costruita dagli altri: registi, fotografi, produttori e spettatori, mentre davanti alla tela, al contrario, è lei a decidere cosa entra nell’inquadratura.
Lo stesso accade con la moda, dove la Stone non interpreta l’eterna "young and beautiful", ma utilizza gli abiti per costruire un glamour personale, libero dall’obbligo di apparire più giovane e perfettamente dentro la sua età. A Cannes, per esempio, per la proiezione di Fjord, ha scelto la couture spettacolare di Miss Sohee: ricami floreali, cristalli, guanti da opera e una cappa monumentale, mentre al Knights of Charity Gala ha cambiato registro con un completo pantalone argentato e un top nero; poche settimane dopo, a fine giugno, è tornata in passerella dopo oltre trent’anni per Vetements, durante la Paris Fashion Week, con blazer bianco oversize, camicia nera, cravatta chiara e cuissardes lucidi. Un’immagine severa e contemporanea, lontana dalla nostalgia di Catherine Tramell di Basic Instinct, insomma.
Il punto non è poterselo ancora permettere, è piuttosto che Sharon Stone non sembra chiedere alcun permesso. È questa libertà a rendere la sua presenza romana qualcosa di più di una visita celebrity: c’è ancora la donna capace di attirare tutti gli sguardi entrando in una stanza, con un’immagine che però non si esaurisce più sulla sua superficie. Vivere due volte, per Sharon Stone, non significa tornare identica a prima, ma tornare nello stesso corpo e riuscire, ad abitarlo da grande diva e prima ancora da donna.
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