Di Giuditta Avellina
Settembre è quel momento dell’anno in cui tornano insieme agenda, città e una certa voglia di rimettere ordine nelle cose. Intendiamoci: non è che basti necessariamente per diventare persone nuove. Ma a pensarci bene, forse, basterebbe riprendere qualche abitudine che durante l’anno si perde per strada. Leggere la sera invece di continuare a scrollare, ascoltare un disco per intero, camminare di più, ricominciare a fotografare, dormire meglio. O magari dare finalmente forma a quel podcast, progetto o hobby rimasto per mesi nelle note del telefono.
Settembre, tempo di rientri? Sì. E allora immaginiamolo idealmente anche come un buon momento per capire quali oggetti tech vale davvero la pena possedere (o quale corso iniziare a frequentare). Non quelli che aggiungono notifiche o complicazioni, ma quelli che fanno bene una cosa e fanno venire voglia di usarli: cuffie che restituiscono il piacere dell’ascolto, una console con cui staccare davvero, un anello che lavora mentre dormiamo, una Polaroid che trasforma una foto in qualcosa da tenere. Dieci device, dieci buoni propositi d'autunno molto realistici per ripartire a settembre senza trasformarlo nell’ennesima gara a essere più produttivi e basta.
I podcast sono ormai entrati nella nostra quotidianità. E chi dice che debbano restare solo qualcosa da fruire? Prima c’è quasi sempre una nota sul telefono. Un titolo provvisorio, due nomi, magari l’idea di una conversazione che sarebbe bello registrare. Poi arriva il classico “dovremmo farlo davvero”, passa qualche settimana e il progetto resta lì, in quella zona affollatissima tra entusiasmo e procrastinazione. La RØDECaster Duo è uno di quegli oggetti che accorciano parecchio la distanza tra l’idea e la puntata zero. È una vera regia audio, ma ha dimensioni abbastanza compatte da vivere stabilmente su una scrivania senza trasformarla in uno studio televisivo. Fader da broadcast, touchscreen, ingressi per microfoni, due uscite cuffie, Bluetooth, registrazione multitraccia, effetti e processing Aphex: può gestire due voci, una telefonata, una base, un contributo audio e mettere tutto in ordine con una naturalezza che evita di passare metà del tempo a capire quale cavo manca.
Ma il punto non è soltanto quello che sa fare. È come cambia l’atmosfera quando la si accende. I cursori illuminati, i pad, le manopole, il grande display centrale: improvvisamente la scrivania sembra uno studio, il test sembra già una registrazione buona e una chiacchierata acquista ritmo, struttura, quasi una sua identità. È uno di quei rari device professionali che non intimidiscono. Al contrario, fanno venire voglia di usarli. Ed è probabilmente questo il vero talento di RØDE: costruire strumenti abbastanza seri da soddisfare chi lavora davvero con l’audio, ma abbastanza immediati da far sentire legittimato anche chi sta ancora iniziando. Non serve avere alle spalle una radio, una produzione o una stanza insonorizzata. Serve un’idea, qualcuno con cui parlarne e la voglia di premere REC. La parte più bella arriva proprio lì: quando il progetto smette di sembrare una cosa che “prima o poi” si farà e comincia ad avere una voce, una sigla, una prima puntata. Il buon proposito: trasformare il “prima o poi” in una puntata zero.
Ci sono acquisti tecnologici che si fanno per sostituire qualcosa che non funziona più. E poi c’è il computer nuovo, che appartiene a una categoria psicologica completamente diversa. Ha ancora l’effetto del quaderno nuovo. Il MacBook Air con M5 conserva quella silhouette sottilissima che negli anni ha trasformato Air quasi in una categoria a sé, ma dentro cambia parecchio: chip M5, SSD da 512 GB già nella configurazione base, Wi-Fi 7, Bluetooth 6 e fino a 18 ore di autonomia dichiarata. Rimangono le due misure da 13 e 15 pollici e quattro colori - celeste, mezzanotte, galassia e argento - abbastanza sobri da non stancare dopo tre mesi e abbastanza riconoscibili da essere Apple.
Naturalmente può montare video, lavorare sulle immagini, gestire progetti complessi e far girare funzioni AI on-device. Ma a settembre è interessante soprattutto per ciò che rappresenta. Aprirlo in un bar, scrivere un progetto su un treno o chiudere finalmente le 46 tab lasciate aperte prima delle ferie o ancor a, lavorare da un posto diverso dal solito. Il computer è ancora uno dei pochissimi oggetti digitali sui quali produciamo più di quanto consumiamo. In un’epoca dominata da piccoli schermi pensati soprattutto per farci guardare, scorrere e reagire, non è una distinzione da poco. Il buon proposito: iniziare qualcosa, anziché limitarsi a salvarlo tra le cose da vedere dopo.
Il vero cambio di stagione non avviene quando riponiamo i sandali ma la sera in cui chiudiamo una finestra. La casa torna a essere il posto in cui trascorriamo molte più ore e improvvisamente diventano percepibili cose che in estate ignoravamo: l’aria dopo aver cucinato, la polvere, gli odori, la stanza troppo calda, quella sensazione indefinibile che ci spinge ad aprire per cinque minuti anche se fuori piove. Il nuovo Dyson Find+Follow Purifier Cool PC3 porta l’idea del purificatore in un territorio molto più vicino all’interior design e alla personal technology. Il dettaglio che cambia l’esperienza è Find+Follow. Il sistema utilizza un rilevamento a 17 punti per individuare la presenza delle persone e dirigere verso di loro aria purificata e rinfrescante anche mentre si muovono; se nella stanza siamo in più di uno, regola automaticamente l’oscillazione, che arriva fino a 350 gradi.
Le immagini vengono elaborate direttamente dal dispositivo e cancellate, senza identificare chi si trova davanti alla macchina. Intanto un sistema HEPA H13 e K-Carbon lavora su particelle, allergeni, odori e alcuni gas presenti negli ambienti interni. È tecnologia sofisticata applicata a qualcosa di quasi elementare: stare bene in una stanza. E c’è un altro particolare: alto, bianco e oro, quasi scultoreo, non sembra un elettrodomestico che si è costretti a tollerare in salotto ma diventa parte dell’ambiente. Forse anche la nostra idea di lusso domestico sta cambiando. Meno oggetti esibiti e più cose che migliorano silenziosamente la temperatura, la luce, il rumore, l’aria. Il buon proposito: trattare la propria casa come un posto nel quale vale la pena stare bene.
Possediamo virtualmente tutta la musica del mondo. Il paradosso è che abbiamo sempre meno occasioni per ascoltarla davvero. Una canzone mentre rispondiamo a WhatsApp o un’altra mentre apriamo Instagram. Dieci secondi di un pezzo su TikTok. Una playlist che diventa arredamento sonoro mentre facciamo altro. Le Bose QuietComfort Ultra Headphones di seconda generazione invitano a un’abitudine quasi démodé: sedersi e ascoltare. Sono ancora il vertice della gamma cuffie Bose, con una cancellazione del rumore particolarmente efficace, CustomTune, Immersive Audio, collegamento USB-C lossless e una batteria che arriva fino a 30 ore con ANC attivo.
Nella seconda generazione Bose ha lavorato anche sui materiali e sui dettagli metallici, rendendole più vicine a un accessorio personale che a una semplice periferica audio. E qui la qualità tecnica ha una conseguenza molto concreta. Sul treno qualcuno parla al telefono o mahgari nell’appartamento accanto stanno facendo lavori. Poi si indossano le cuffie. Il mondo arretra. E riemerge una cosa che lo streaming ci aveva promesso e la distrazione permanente rischiava di portarci via: la possibilità di entrare dentro un disco. Prima traccia, seconda traccia, lato B immaginario, ultima canzone. Nessuno vieta di non fare altro nel frattempo. Il buon proposito: scegliere un album e arrivare fino alla fine.
Il vero lusso della lettura, ormai, non è avere tutti i libri del mondo a disposizione ma riuscire a stare dentro lo stesso libro senza che, nel frattempo, succeda qualcos’altro. Il Kobo Libra Colour parte da qui. Ha uno schermo E Ink a colori da 7 pollici, antiriflesso, i pulsanti fisici per voltare pagina e quella forma leggermente asimmetrica che permette di tenerlo con una mano senza trasformare la lettura a letto in una sessione di equilibrismo. Le copertine tornano ad avere colore, così come evidenziazioni e annotazioni; con Kobo Stylus 2 si può anche scrivere direttamente sulle pagine, prendere appunti e usare il device quasi come un taccuino digitale.
È impermeabile, ha 32 GB di memoria e può contenere una biblioteca abbastanza grande da rendere finalmente inutile partire con tre romanzi in valigia. Ma il suo pregio più interessante è probabilmente ciò che non fa. Non arrivano mail, non c’è Instagram a un gesto di distanza e nessuno ci manda un reel proprio mentre il protagonista sta per confessare qualcosa di fondamentale. Per un’ora esistono il libro, una pagina dopo l’altra e poco altro e il colore, qui, non serve a trasformare un eReader in un tablet: rimane discreto, quasi cartaceo. Fa semplicemente tornare piacevole guardare una copertina, sottolineare una frase, ritrovare una pagina. Il buon proposito: tornare a perdersi in un libro, non nello smartphone.
A forza di AirPods, cuffie noise cancelling e playlist personali, ascoltare musica è diventato un gesto sempre più privato. La JBL Boombox 4 va felicemente nella direzione opposta: è fatta per alzare il volume e far entrare qualcun altro nella stanza. Ha ancora quella forma immediatamente riconoscibile da boombox contemporanea, con la grande maniglia che invita quasi a prenderla e portarla via, ma questa generazione è più leggera della precedente e decisamente più potente. Dentro ci sono due woofer, due tweeter e tre radiatori passivi, mentre l’AI Sound Boost analizza il segnale in tempo reale per spingere il suono senza farlo deragliare quando il volume sale. Ci sono anche due modi diversi di intendere i bassi, Deep e Punchy, e persino i loghi JBL sui radiatori si illuminano quando entra in gioco il Bass Boost.
La cosa interessante, però, è il tipo di tecnologia che rappresenta. Non quella da guardare, configurare e controllare continuamente, ma quella che si mette da qualche parte e cambia semplicemente l’atmosfera. E non bisogna trattarla con troppa cautela: la certificazione IP68 la protegge da acqua e polvere, la batteria arriva fino a 28 ore e Playtime Boost può aggiungerne altre sei. Si può anche collegare ad altri speaker compatibili attraverso Auracast. In un momento in cui quasi tutto l’audio personale è progettato per isolarci meglio, una cassa enorme, portatile e volutamente socievole ha qualcosa di piacevolmente controcorrente. Il buon proposito: ascoltare un po’ meno musica da soli.
Ci sono momenti in cui non serve essere produttivi ma soltanto trovare qualcosa che riesca a prenderci davvero. La Nintendo Switch 2 funziona bene proprio lì: sul divano, in treno, durante un weekend fuori, sul tavolo di un bar o collegata alla TV quando la serata prende una piega più lunga del previsto. Conserva l’idea che ha reso irresistibile la prima Switch, ovvero una console capace di seguirci ovunque, ma la porta in una dimensione più fluida, più potente e decisamente più contemporanea. Lo schermo da 7,9 pollici arriva al Full HD in modalità portatile, con HDR e refresh rate fino a 120 Hz nei titoli compatibili; collegata alla televisione può spingersi fino al 4K. I nuovi Joy-Con 2 si agganciano magneticamente e, quando il gioco lo permette, possono essere utilizzati persino come mouse.
Ma Nintendo continua a vincere soprattutto su un altro terreno: sa rendere il gioco immediatamente desiderabile. Colori, musiche, mondi pieni di dettagli, personaggi che riconosciamo in mezzo secondo. La sua forza non è mai stata quella di far sembrare il gaming più adulto o più serio, ma di ricordarci che divertirsi non ha bisogno di giustificazioni. Ed è forse questo il dettaglio più interessante della Switch 2: in mezzo a dispositivi progettati per farci lavorare meglio, monitorarci meglio o organizzarci meglio, ce n’è finalmente uno che ha un obiettivo molto più semplice: farci venire voglia di giocare ancora un po’. Il buon proposito: scegliere ogni tanto il tasto Play invece del prossimo scroll.
Ci siamo abituati a indossare dispositivi che chiedono continuamente di essere guardati. Oura Ring 5 fa quasi il contrario. È l’ultima generazione dell’anello smart di Oura e riduce ulteriormente la presenza fisica del dispositivo: il volume è inferiore del 40% rispetto a Ring 4, la struttura è interamente in titanio e le finiture diventano sei, compresa la nuova Deep Rose. Dentro continua a esserci un piccolo sistema di sensori che raccoglie informazioni durante il giorno e soprattutto durante la notte; lo schermo, felicemente, non c’è.
È proprio l’assenza di display a renderlo uno dei wearable più interessanti. Non vibra per ricordarci continuamente di esistere. Non aggiunge un’altra superficie luminosa alla giornata. Raccoglie informazioni e lascia che siamo noi a decidere quando guardarle. Il rischio, naturalmente, è trasformare anche il riposo in una classifica. Il sonno perfetto, il punteggio perfetto, la giornata perfettamente ottimizzata. Meglio usarlo al contrario: come promemoria quando il corpo comincia a dire ciò che noi continuiamo a ignorare. Il buon proposito: scoprire che qualche volta recuperare è più produttivo che insistere.
L’Oppo Find X9 Ultra è uno degli smartphone più interessanti del momento soprattutto per la fotografia. Il sistema sviluppato con Hasselblad combina due sensori da 200 megapixel con un teleobiettivo da 50 megapixel e zoom ottico 10x, una dotazione che permette di lavorare molto di più su dettagli, distanze e prospettive. È proprio lo zoom a renderlo divertente da usare: un particolare architettonico, un’insegna, un volto lontano o un dettaglio quasi invisibile possono diventare il centro della fotografia senza perdere qualità.
A questo si aggiungono la modalità Master, i video fino all’8K, il display ProXDR e una batteria da 7050 mAh. Più che fotografare di più, viene voglia di fotografare meglio e provare inquadrature che normalmente non prenderemmo nemmeno in considerazione. Il buon proposito: uscire ogni tanto dall’inquadratura più ovvia.
Di foto ne facciamo tantissime, ne scegliamo una. Le altre rimangono nel telefono accanto a screenshot di carte d’imbarco, menu dei ristoranti e fotografie che nessuno avrà mai il coraggio di eliminare. La Polaroid Go Generation 3 sceglie deliberatamente un’altra strada: è la più piccola fotocamera analogica istantanea di Polaroid, utilizza le minuscole pellicole Go e nella terza generazione aggiorna sistema ottico e flash, mantenendo specchietto per selfie, autoscatto e doppia esposizione.
È disponibile in cinque colori e nasce proprio mentre la cultura analogica sta tornando a essere una risposta alla saturazione digitale. Naturalmente la foto può venire storta o qualcuno può chiudere gli occhi e la luce può non essere quella immaginata. Non c’è un secondo tentativo identico al primo e non esiste il comando “elimina”. Poi il piccolo rettangolo esce dalla macchina. Passa di mano e finisce nello specchio di un bagno, dentro un libro, nel portafoglio di qualcuno. Per una volta una fotografia non deve essere pubblicata per esistere. Il buon proposito: fare meno foto e tenerne qualcuna davvero.
Settembre non deve per forza diventare il mese in cui cambiare tutto. Può essere semplicemente quello in cui riprendere qualche buona abitudine lasciata indietro durante l’anno. Leggere un po’ di più, ascoltare musica con attenzione, camminare, giocare, dormire meglio, fotografare, iniziare finalmente quel progetto rimandato da mesi. I device giusti non fanno il lavoro al posto nostro, ma possono rendere molto più piacevole cominciare.
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