Di Patrizia Piccinini
In piazza Meda, un grande disco di bronzo sta in piedi tra il flusso del traffico e i passanti che corrono al lavoro. La superficie lucida rimanda le facciate dei palazzi e le nuvole a chi guarda. Al centro, una spaccatura apre il metallo e lascia vedere quello che normalmente dovrebbe restare nascosto: ingranaggi, cunei, denti, fenditure. È il Grande disco, del 1972, molti ci passano accanto ogni giorno, qualcuno lo guarda distrattamente, altri non si accorgono nemmeno di lui. Intanto lui resta lì, mentre Milano cambia intorno.
È una presenza che dice molto del rapporto tra Arnaldo Pomodoro e questa città: un rapporto costruito nel tempo, attraverso opere, amicizie, studi e luoghi. Per raccontarlo, però, bisogna tornare al 1954, quando il maestro arriva a Milano con soli ventotto anni sulle spalle e un pezzo di vita ancora da inventare nascosta in una tasca. Oggi, nel centenario della sua nascita e a un anno dalla sua morte, le opere di Arnaldo Pomodoro sono ancora lì, dentro la città che le ha viste nascere. E Milano lo racconta con due mostre: Arnaldo Pomodoro. Una vita, alle Gallerie d’Italia fino al 18 ottobre, e La Collezione di Arnaldo Pomodoro, nello studio di via Vigevano, fino a maggio 2027.
Veniva da Morciano di Romagna. Aveva studiato da geometra, lavorato nella scenografia, imparato a disegnare, progettare, costruire. Con il fratello Giò si era avvicinato anche all’oreficeria. Poi Milano. Le strade, le botteghe, gli artisti. E, quasi subito, Lucio Fontana. Il primo studio di Pomodoro è un seminterrato in via Visconti di Modrone, proprio vicino a quello del fondatore dello Spazialismo, all'angolo con corso Monforte. È lui a indicargli il luogo. Tra i due nasce un rapporto che andrà molto oltre la vicinanza degli studi. Fontana ha quasi trent'anni più di lui. È già un artista riconosciuto, ha già aperto la tela con i suoi tagli e sta cambiando l'idea stessa di spazio.
Pomodoro è ancora all'inizio. Fontana lo incoraggia, lo introduce nell'ambiente artistico milanese, gli fa capire che per uno scultore la materia può essere molto più di una superficie da modellare. Intanto, poco più in là, c’è Brera. E il Bar Jamaica, dove si incontrano i pittori che stanno cambiando la scena milanese: Piero Manzoni, Gianni Dova, Roberto Crippa, Cesare Peverelli, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti, Emilio Tadini. Poi arrivano i fotografi, Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi, e gli scrittori, Luciano Bianciardi, che al bar Jamaica trova amici, discussioni e materia per scrivere La vita agra.
È una Milano giovane, povera, affamata di arte. Si discute, si litiga, si beve, si fanno scambi. I quadri passano di mano, le fotografie raccontano quello che succede. Pomodoro entra in questo giro e Mulas comincia a fotografarlo. Tra loro nasce un'amicizia che durerà fino alla morte del fotografo, nel 1973. Mulas segue Pomodoro nel lavoro, nello studio, nelle mostre. Fotografa le opere, ma anche quello che normalmente non si vede: il tavolo di lavoro, gli attrezzi, la polvere, le mani, la fatica.
Passano gli anni e la ricerca di Pomodoro prende una direzione precisa. Nel 1961 nascono le Tavole dei segni, superfici di bronzo percorse da incisioni, cavità, forme geometriche e richiami al mondo della meccanica. Sembrano scritture indecifrabili, alfabeti di una lingua ancora da inventare. La scultura comincia così a contenere qualcosa che appartiene al disegno, ma anche alla costruzione, alla macchina, al reperto. Negli Anni '60 questa intuizione prende corpo. Arrivano dischi, colonne, cilindri, sfere.
La superficie levigata si incrina, viene tagliata, attraversata. Dentro compaiono strutture che sembrano appartenere a un mondo invisibile. Sfera n. 5, del 1965, è oggi al Museo del Novecento; Sfera grande, del 1966-67, alle Gallerie d’Italia. Prima si era aperta la superficie. Adesso si apre lo spazio. E lo spazio, per Pomodoro, non è più soltanto quello contenuto dalla scultura. È il luogo in cui la scultura entra. A Milano il Grande disco entra nella vita di piazza Meda. La Torre a spirale guarda il Piccolo Teatro in Largo Greppi.
Al Poldi Pezzoli, nella Sala delle Armi, le sue forme contemporanee incontrano elmi, corazze e armi antiche. Poi c’è via Solari, sotto l’ex edificio della Riva Calzoni, dove costruisce Ingresso nel labirinto: circa 170 metri quadrati di percorso sotterraneo, realizzato nell’arco di oltre quindici anni e ispirato all’Epopea di Gilgamesh. Pareti, segni, bronzi, vuoti, passaggi. Si entra, si gira, si perde per un momento l’orientamento. Bisogna trovare la strada. Sotto la città.
Un acquisto, un regalo, uno scambio tra artisti. La collezione di Arnaldo Pomodoro nasce da qui. In via Vigevano le opere sono accompagnate da fotografie, lettere, dediche affettuose, piccoli documenti che riportano dentro lo studio volti e relazioni: Fontana, Gastone Novelli, Alighiero Boetti, Enrico Baj, Dadamaino, Emilio Isgrò, Ettore Sottsass, Emilio Del Pezzo, Louise Nevelson, Rufino Tamayo. E Ugo e Antonia Mulas. Poi c’è la scrivania di Pomodoro. Le pareti e la libreria sono ancora occupate da appunti, fogli, fotografie, oggetti, ricordi. Un angolo di lavoro rimasto fermo nel tempo.
È qui che la collezione prende un'altra forma tra cose passate di mano e rimaste lì. È il punto di partenza di Open Studio #5 | La Collezione di Arnaldo Pomodoro - Vol. I, curata da Federico Giani. Fino al 30 maggio 2027, nello studio del maestro arrivano 45 opere di 45 artisti, insieme a lettere, documenti e materiali d’archivio. Tra i lavori esposti ci sono quelli di Fontana, Novelli e Boetti. C’è L’Oriente risplende di rosso, ci sono una delle prime Mappe di Boetti e il piccolo autoritratto a biro blu dedicato ad Arnaldo. Uno sguardo intimo, che racconta le persone.
Mentre alle Gallerie d’Italia il discorso cambia: la mostra curata da Luca Massimo Barbero e Federico Giani, Arnaldo Pomodoro. Una vita aperta - fino al 18 ottobre - attraversa oltre sessant’anni di ricerca con circa 45 opere. Si parte dagli Anni '50 da La macchina del tempo del 1958, per arrivare alle sfere, ai dischi, alle grandi forme che hanno segnato il lavoro di Pomodoro. Ci sono Il cubo, Sfera n. 1 e, nel Giardino di Alessandro, la Sfera grande. Nel Chiostro ottagonale c’è invece il Disco in forma di rosa del deserto.
Due mostre, due modi di avvicinarsi allo stesso artista. Da una parte gli amici, le fotografie, la scrivania. Dall’altra il lavoro, la materia, la ricerca. E in mezzo Milano, che per Pomodoro è stata studio, laboratorio, incontro e spazio pubblico. Dalle Gallerie d’Italia a piazza Meda sono pochi minuti a piedi. Si attraversa il centro, si gira l’angolo e il Grande disco è ancora lì. La città gli passa intorno, come sempre. Pomodoro è arrivato a Milano nel 1954. Settantadue anni dopo, lo si incontra ancora oggi come un amico, camminando per strada.
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