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fashion21 aprile 2026

La moda alla Design Week 2026 tra mostre e installazioni

Le maison hanno conquistato la settimana dedicata al design e lo hanno fatto in grande stile. Oltre gli abiti, verso l’abitare, tra heritage, storia e artigianato, ecco le tappe a prova di fashion lover
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Di Giulia Pacella

Giardini fioriti, percorsi immersivi, esposizioni sul savoir faire: le maison di moda suggellano il loro legame con il mondo del design. “On stage” narrazioni sempre più coinvolgenti, che poco si curano del confine tra generi, né di avere necessariamente un link didascalico con il design in senso stretto. Ciò che conta, invece, è esserci e raccontarsi.

Mostrare i propri codici e la propria identità, rafforzarla attraverso diverse modalità espressive, che in questa occasione si discostano dall’abito tout court, ma vivono la città come una passerella alternativa. Il risultato? Uno storytelling differenziato da maison a maison che rafforza il legame con le community di riferimento, crea conversazione intorno al brand, stupisce e incanta il pubblico, genera attesa e desiderio. Allestimenti da sogno, collaborazioni stellari, mostre che lasciano a bocca aperta. Da dove si parte?

La moda tra archivio, memoria e immagine

Tra le iniziative più attese della moda nella Design Week 2026: Gucci Memoria. La mostra curata da Demna è già una delle più chiacchierate tra gli addetti ai lavori (quelli della moda, s’intende!). Il motivo è chiaro: una formula da manuale che rilegge l’heritage, la storia e i codici della maison con il punto di vista dirompente, affilato e ironico del suo direttore creativo. All’interno dei Chiostri di San Simpliciano si snoda una narrazione che ripercorre i 105 anni di storia della casa di moda fiorentina: il giardino centrale si popola di tutti i fiori protagonisti del celebre motivo Flora, mentre sotto i portici a colonne si susseguono 12 arazzi in stile rinascimentale che segnano le tappe fondamentali di Gucci.

Demna in atelier sull’ultimo arazzo di Gucci Memoria - Courtesy Press Office
Demna in atelier sull’ultimo arazzo di Gucci Memoria - Courtesy Press Office

Come episodi di una saga seriale, tra idealizzazione mitologica e reinterpretazione contemporanea, i pannelli ritraggono gli anni londinesi da facchino all’Hotel The Savoy del fondatore Guccio Gucci, passando per la nascita della maison e delle sue icone (la Jackie 1961 e la Bamboo), le dispute familiari per poi arrivare alle diverse tenure creative, dall’epoca Tom Ford fino all’ultimo arazzo in cui Demna si ritrae in atelier alle prese con un minicoat rosso e alle sue spalle una sedia da gamer super tech. É solo uno tra i tanti tocchi pop e irriverenti con cui ha giocato per togliere sacralità alla “memoria storica”.

Una rilettura fatta di contrasti e ossimori che si completa con i distributori di bevande Gucci: lattine customizzate con gli archetipi de La famiglia, erogate da eleganti vendor machine nere. Diventeranno i gadget iper virali di questa edizione, per cui si prevedono file chilometriche in zona Chiostri di San Simpliciano fino al 26 aprile. C’è da scommetterci!

Installazione con distributori automatici da Gucci Memoria - Courtesy Press Office
Installazione con distributori automatici da Gucci Memoria - Courtesy Press Office

Di tutt’altro sapore invece il progetto di ARMANI/Archivio che punta sull’intimità della boutique di via Sant’Andrea per svelare una riedizione di 13 look storici e ospitare una serie di talk durante tutta la settimana del design. Una formula - quella delle conversazioni - ormai iper consolidata anche per Prada Frames. Il simposio, ospitato nel complesso di Santa Maria delle Grazie e curato dallo studio di design Formafantasma, quest’anno ha indagato un tema quanto mai attuale come la costruzione dell’immagine.

Prada Frames: Jussi Parikka, day 1 - Courtesy Press Office
Prada Frames: Jussi Parikka, day 1 - Courtesy Press Office

Il savoir faire delle maison: design, arte o artigianato?

Con Louis Vuitton ci si sposta a Palazzo Serbelloni. Quest’anno Les Objets Nomades tornano alle origini dell’Art Déco. Dall’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne del 1925 si snoda un racconto che attraversa un secolo con un omaggio a Pierre Legrain e alla sua eredità. Decoratore, rilegatore, collaboratore della maison in quell’epoca, fu suo il primo mobile firmato Louis Vuitton: una toeletta dalle linee essenziali dalla forma a omega che appartenne alla modista e mecenate Jeanne Tachard.

Oggi viene rieditata in legno laccato e pelle Nomade. In mostra anche sedute, paraventi con gli iconici intarsi e pezzi d’archivio progettati da Legrain rivivono così nel savoir faire della maison in una collezione tributo. Un savoir faire che continua a contaminarsi attraverso i Métiers d'Art e negli “oggetti nomadi”. Designer internazionali, a cominciare da Estudio Campana, rielaborano le icone della maison in pezzi unici. La poltrona Cocoon ritorna in una versione futuristica rivestita di foglie cangianti tagliate una ad una. Sirene dipinte a mano, madreperla intarsiata e gambe in pelle squamata vestono il celebre calcio balilla, che diventa più spettacolare che mai, il mobile Kaleidoscope moltiplica le superfici e si fa sempre più prezioso. Il design diventa ancora una volta estensione dello stile, in un dialogo tra patrimonio, arte e creazione contemporanea. Il viaggio e l’abitare qui non hanno soluzione di continuità.

Louis Vuitton, Objets Nomades, omaggio a Pierre Legrain - Courtesy Press Office
Louis Vuitton, Objets Nomades, omaggio a Pierre Legrain - Courtesy Press Office

Anche Bottega Veneta fedele al suo rapporto con craftmanship e savoir faire ha presentato Lightful, un’installazione sospesa che accoglie i visitatori della boutique di via Sant’Andrea. Con la sua forma organica mescola la pratica dell’intreccio delle fettucce in pelle alla dimensione della luce come ulteriore modalità espressiva.

In via Borgonuovo invece Dior ricrea uno scenario incantato a Palazzo Landriani per presentare il suo progetto in collaborazione con Noé Duchaufour-Lawrance: la scenografia immersiva ispirata ai giardini di Villa Les Rhumbs a Granville di Christian Dior, è un capolavoro di virtuosismo artigianale di paglia intrecciata che prende vita grazie al lavoro certosino degli artisti thailandesi Korakot Aromdee e Vasana Saima. Centinaia di fiori, foglie, alberi, piante, animali e insetti regalano uno spazio rarefatto in cui il savoir faire dialoga con la bellezza.

Da sinistra: Bottega Veneta; Dior Maison - Courtesy Press Office
Da sinistra: Bottega Veneta; Dior Maison - Courtesy Press Office

Fay in via della Spiga riscrive il linguaggio retail trasformando la boutique in una casa abitata. The Collector’s House, progettata da Garibaldi Architects, mette in scena un interno anni ’50 fatto di stanze, arredi e dettagli che sembrano sempre esistiti. Moda, arte e design convivono in un equilibrio misurato, costruendo più che un’installazione, un’atmosfera: quella di un vivere quotidiano, discreto e consapevole.

Fay, Garibaldi Architects - Courtesy Press Office
Fay, Garibaldi Architects - Courtesy Press Office

Da Ferragamo, il discorso si fa leggero, quasi impalpabile. Nella boutique in via Montenapoleone, Floating Silk Garden trasforma le vetrine della boutique in una coreografia di foulard: stampe floreali, Gancini mimetizzati tra petali e silhouette di scarpe che affiorano come visioni. La seta diventa protagonista. Loro Piana costruisce una vera e propria galleria narrativa che parte dallo studio del plaid: paesaggi alpini, repertori botanici e arabeschi paisley punteggiano il racconto di un savoir faire che racchiude i codici e le tecniche della maison. Prodigi di alto artigianato.

Basti pensare che alcuni plaid hanno richiesto oltre 1.000 ore di lavoro e ricami. Il plaid esula così dalla sua funzione e diventa superficie su cui si depositano segni, eccellenza e cultura del fare. Debutto milanese per Moynat, che inaugura la sua prima boutique italiana in via Montenapoleone trasformando il baule - oggetto fondativo della maison - in pretesto artistico. Tre interventi, tre sguardi: da quello collettivo e sonoro di Hall Haus alla dimensione ludica di Marianna Ladreyt, fino a Michael Samuels.

Da sinistra: Ferragamo, Moynat; Loro Piana - Courtesy Press Office
Da sinistra: Ferragamo, Moynat; Loro Piana - Courtesy Press Office

Infine Fendi, che a Palazzo Fendi in via Montenapoleone 1 presenta la nuova Baguette Re-Edition firmata Maria Grazia Chiuri. Venti modelli che sono una celebrazione dell’artigianato creati in collaborazione con le ricamatrici della scuola indiana Chanakya, la cui realizzazione per ogni pezzo ha richiesto dalle 70 alle 170 ore. Racchiuse in casse in legno ispirate al mondo dell’arte le it-bag travalicano la dimensione di feticcio di moda, con un’esposizione che lavora invece sul concetto di pezzo unico e sulla ritualità dell’oggetto. Anche qui, il confine si sfuma: accessorio o opera?

Fendi Baguette Re-Edition - Courtesy Press Office
Fendi Baguette Re-Edition - Courtesy Press Office

Forme, materiali e visioni: i tanti volti della moda alla Design Week

Nel flagship store di Balenciaga in via Montenapoleone prende forma Artean, un progetto che mette in relazione la maison con l’opera di Eduardo Chillida. Sette lavori dello scultore basco si inseriscono tra le collezioni come presenze silenziose, riattivando un legame storico con Cristóbal Balenciaga. Più che una mostra è uno spazio “in between” (come suggerisce lo stesso titolo, Artean è un’antica basca che vuole dire “tra”) dove arte e moda si incontrano senza gerarchie.

Da sinistra: Jil Sander; Balenciaga - Courtesy Press Office
Da sinistra: Jil Sander; Balenciaga - Courtesy Press Office

Più concettuale l’intervento di Jil Sander, che con Reference Library costruisce una biblioteca temporanea fatta di 60 libri scelti da una costellazione di creativi. Allestita con rigore quasi museale, l’installazione è un invito a rallentare, a toccare, a leggere. In un’epoca di consumo rapido, in cui la lettura per piacere sta scomparendo, questa installazione intende restituire al libro un atto di intenzione consapevole.

Issey Miyake: The Paper Log - Courtesy Press Office
Issey Miyake: The Paper Log - Courtesy Press Office

Con Issey Miyake il punto di partenza è invece il processo. In via Bagutta, The Paper Log: Shell and Core trasforma uno scarto industriale – i rotoli di carta della plissettatura – in materia progettuale. Tra oggetti “cristallizzati” e prototipi d’arredo, il progetto guidato da Satoshi Kondo e sviluppato con Ensamble Studio esplora le tensioni opposte del materiale: fragile e solido, effimero e permanente. Il risultato è una riflessione concreta su forma, tempo e trasformazione.

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