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living20 aprile 2026

Milano Design Week, l'architettura del Novecento diventa protagonista

Da Villa Pestarini alla Torre Velasca: edifici rimasti per anni nascosti oppure nati per il lavoro e per la rappresentanza diventano oggi dispositivi pubblici, capaci di riattivare la città senza cambiarne la forma. Da vedere al Fuorisalone
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Di Patrizia Piccinini - video di Giuditta Avellina

Milano non cancella: sovrappone. È una città-palinsesto dove le epoche si danno il cambio senza mai uscire di scena. Durante la Design Week, questa stratificazione emerge con una forza vitale, e quest'anno il baricentro è il Novecento. La Triennale resta il punto di gravità. Giovanni Muzio, 1933: il Palazzo dell’Arte nasce per dare una casa stabile a un’esposizione che prima vagava nomade. Oggi la Triennale fa l'esatto opposto: resta ferma, ma cambia pelle ogni giorno. È il centro immobile di un racconto che non smette di mutare.

Palazzo dell’Arte (Triennale di Milano), Giovanni Muzio - Courtesy Gianluca Di Ioia
Palazzo dell’Arte (Triennale di Milano), Giovanni Muzio - Courtesy Gianluca Di Ioia

Dall'altra parte, il ritmo industriale dei Magazzini Raccordati. Qui il Novecento ha il volto di Ulisse Stacchini e la forza del cemento. Quello che negli anni Trenta era un formicaio logistico - tunnel, merci, binari - oggi è Dropcity: una sequenza ipnotica di archi sottratti all’oblio. Un tempo margine invisibile, oggi cuore pulsante della ricerca. Un’altra conferma arriva da Flexform, che torna a Brera scegliendo ancora una volta la misura invece dell’effetto. Niente forzature, nessuna scenografia gridata: gli interni si costruiscono per equilibrio, per materiali, per continuità.

In una settimana che spesso spinge verso l’eccesso, Flexform resta fedele a un’idea di abitare più controllata, quasi silenziosa. Ed è proprio questa coerenza, nel tempo, a renderla riconoscibile. Nel cuore di Brera, il Chiostro di Sant’Angelo introduce una pausa. Anche qui torna Giovanni Muzio, che tra il 1939 e il 1943 interviene sull’Angelicum mettendo in relazione il linguaggio razionalista con la tradizione francescana. Il risultato è uno spazio misurato, fatto di geometria e silenzio, capace di assorbire il rumore della città.

A sinistra: Magazzini Raccordati, Ulisse Stacchini - Courtesy Francesca Iovene; A destra: Chiostro di Sant’Angelo (Angelicum), Giovanni Muzio
A sinistra: Magazzini Raccordati, Ulisse Stacchini - Courtesy Francesca Iovene; A destra: Chiostro di Sant’Angelo (Angelicum), Giovanni Muzio

La Torre Velasca e il Modernismo di Resistenza

E poi un ritorno importante alla Design Week: la Torre Velasca, torna anche quest’anno tra le tappe della città. Progettata nel 1958 dallo studio BBPR (senza Gian Luigi Banfi, morto nel campo di sterminio di Mauthausen-Gusen) il famoso grattacielo ha sempre diviso i milanesi. Spesso etichettato come brutalista per l’uso massiccio del cemento armato, in realtà sfugge a una definizione rigida. È una costruzione colta, che mette in dialogo struttura e memoria, dove le nervature verticali e i pilastri esterni disegnano un sistema di ombre che richiama la verticalità del gotico.

Le celebri “bretelle” non guardano a modelli americani, ma riportano la percezione verso la tradizione lombarda, dalle torri medievali fino alla sagoma della Torre del Filarete al Castello Sforzesco. È un edificio che ha mostrato come si possa essere moderni senza interrompere il filo della storia cittadina. Nel tempo è diventata anche immagine cinematografica: è qui che Dino Risi ambienta “Il Vedovo”, trasformandola in sfondo della Milano del boom, tra ambizione e cinismo urbano. Ed è da quell’ascensore, protagonista insieme ad Alberto Sordi e Franca Valeri, che parte il racconto. Al sedicesimo piano, la Visteria Foundation raddoppia la sua presenza con un percorso espositivo (con vista mozzafiato sulla città) che esplora le diverse anime della modernità.

Da un lato, la mostra "Polish Modernism. A Struggle for Beauty" curata da Federica Sala e Anna Maga racconta come il modernismo polacco sia stato molto più di uno stile estetico: un vero atto di resistenza culturale e una "lotta per la bellezza" nata dalla scarsità di materiali. Attraverso un dialogo tra i pezzi storici del Museo Nazionale di Varsavia e le opere di designer contemporanei, la rassegna esplora l’eredità di un movimento capace di unire arte e industria per migliorare la vita quotidiana. Allo stesso piano, questa visione si intreccia con il genio di Jorge Zalszupin nella mostra "Varsavia – San Paolo – Milano" curata da Lissa Carmona di ETEL e dall'architetto Maria Murawsky, sempre in collaborazione con Federica Sala.

Figura chiave del modernismo globale, Zalszupin – nato in Polonia, ma naturalizzato brasiliano dopo la fuga dall'Europa durante la guerra – ha saputo fondere le sue radici europee con l'esuberanza del Brasile. Diventato collaboratore di Oscar Niemeyer e maestro nella lavorazione dei legni esotici con il suo studio L’Atelier, l'artista viene celebrato oggi grazie alla collaborazione con ETEL. L’esposizione restituisce l’immagine di un creativo che ha trasformato il trauma della fuga in una sintesi unica di eleganza funzionale, oggi riconosciuta dai più grandi musei del mondo, come il MoMA di New York.

Torre Velasca, Studio BBPR. Visteria Foundation - Courtesy Michał Łukasik
Torre Velasca, Studio BBPR. Visteria Foundation - Courtesy Michał Łukasik

Altre presenze urbane

Accanto alla verticalità della Velasca, il palinsesto milanese aggiunge un nuovo capitolo con l’apertura del Convey Building in via San Senatore. Un esempio di modernismo milanese firmato nel 1958 da Ottavio Cabiati e Luigi Brambilla. Se la torre dei BBPR rappresenta l’eccezione che altera l’equilibrio, questo edificio è la misura continua della città: un rigore fatto di simmetrie, materiali controllati e una presenza che si affida più alla proporzione che all’enfasi. Oggi, dopo decenni di uso discreto, si apre come piattaforma su più livelli, dove il design non viene semplicemente esposto, ma attraversato.

Il percorso culmina su un rooftop che restituisce uno sguardo diretto sulla città, uno dei tetti che il modernismo milanese ha consegnato come infrastruttura visiva. È qui che la Design Week trova il suo cortocircuito più netto: edifici nati per il lavoro e la rappresentanza che diventano dispositivi pubblici, capaci di riattivare la città senza cambiarne la forma.

Convey Building, Ottavio Cabiati e Luigi Brambilla - Courtesy Convey
Convey Building, Ottavio Cabiati e Luigi Brambilla - Courtesy Convey

Lungo l’asse tra Centrale e Porta Nuova, il Novecento riaffiora nelle strutture di Filzi25. L’ex Palazzo Galbani, progettato dai fratelli Soncini con il contributo strutturale di Pier Luigi Nervi, non viene oggi musealizzato, ma riletto come dispositivo aperto. Il restauro di Park ne mantiene l’impianto originario di macchina per uffici e lo trasforma in un sistema attraversabile.

Durante la Design Week, la presenza di Paris Internationale introduce un uso temporaneo degli spazi, in cui il cantiere resta parte del funzionamento del luogo. Tra il dinamismo di The Meanwhile Café e la solidità del cemento di Nervi, l’edificio si sottrae alla funzione chiusa di contenitore e torna a essere permeabile alle trasformazioni urbane, mostrando come la sua struttura resti ancora adatta a sostenere il ritmo della città in evoluzione.

Filzi25 (Ex Palazzo Galbani), Fratelli Soncini e Pier Luigi Nervi (restauro di Park Associati) - Courtesy Nicola Colella
Filzi25 (Ex Palazzo Galbani), Fratelli Soncini e Pier Luigi Nervi (restauro di Park Associati) - Courtesy Nicola Colella

L'eleganza nascosta

In una Milano sempre alla ricerca di nuovi spazi, Alcova rilancia e, accanto all’ex ospedale, gioca una delle sue carte più forti: Villa Pestarini di Franco Albini. Nel 1938 il maestro milanese disegna un volume bianco, compatto, quasi trattenuto. A prima vista, l’esterno non cerca di imporsi. Niente gesto iconico, niente retorica. In una città che in quegli anni stava ancora costruendo la propria immagine moderna, la villa resta un episodio isolato, più silenzioso che manifesto. Eppure, è proprio lì che si gioca la partita. Le proporzioni sono rigorose, le aperture misurate, il rapporto tra interno ed esterno costruito con continuità. Non è un’architettura da fotografare, è un’architettura da attraversare. Funziona per sequenze, per passaggi, più che per facciata. Per 87 anni è rimasta nascosta, quasi più raccontata che vista. Un oggetto privato, sospeso, che oggi torna accessibile grazie ad Alcova. Entrarci significa avvicinarsi al metodo di Albini, alla sua idea di leggerezza come risultato di controllo, non di effetto.

Ma è anche il caso di dirlo con chiarezza: il vero Albini emerge altrove. Negli allestimenti museali di Genova, come il Museo di Palazzo Bianco e Palazzo Rosso, dove ogni elemento trova una precisione quasi assoluta. E anche nei quartieri come il QT8 o negli interventi di edilizia residenziale come il Quartiere INA-Casa Cesate, dove la misura si confronta con la scala urbana. Oppure basta varcare la soglia di via Mogadiscio, nella zona di Piazzale Tripoli, per capire che qui non c’è nulla che cerchi di farsi notare subito. La forza non sta nell’impatto, ma nel modo in cui lo spazio tiene insieme le parti, senza forzature. È un’architettura che non si offre in un colpo solo, ma si lascia leggere lentamente, mentre ci si muove nel living.

All’interno, tutto è misura e precisione: la parete in vetrocemento su strada, la scala in marmo, le partizioni scorrevoli che permettono al living di cambiare configurazione. E poi il colore: l'involucro è neutro, ma gli interni hanno delicati tocchi cromatici; il rosa negli elementi laterali della scala e nei cassoni delle persiane all'interno della casa; il giallo ocra per gli stessi cassoni, ma all'esterno e per gli infissi, il verde per cancelli, persiane, elementi verticali della scala; infine, il nero per la quinta a tutta altezza in legno di pero come il corrimano. All'interno, l’esposizione “Albini in Present Tense”, curata da Patricia Urquiola con Haworth e Cassina, mette in dialogo l'architettura con le riedizioni del Maestro. Gli arredi, curati dalla Fondazione Franco Albini, abitano perfettamente lo spazio; tra questi, una poltrona inedita del 1947, sviluppata appositamente per l’occasione, e una serie di edizioni speciali.

Villa Pestarini Franco Albini - Courtesy Luigi Fiano
Villa Pestarini Franco Albini - Courtesy Luigi Fiano

In via Bigli 21, il palinsesto milanese rivela uno dei suoi strati più intimi: l'appartamento progettato da un Osvaldo Borsani appena venticinquenne nel 1936. Qui il modernismo entra in punta di piedi, con la discrezione di chi conosce profondamente il valore della materia. In questo interno borghese, dove il legno è lavorato con la precisione millimetrica tipica dell’alta ebanisteria, il rigore di Borsani diventa il teatro per il takeover di Interni Venosta.

Il progetto di Emiliano Salci e Britt Moran si innesta su pareti cariche di memoria non per decorarle, ma per alleggerire il peso del tempo attraverso un dialogo cromatico e materico contemporaneo. È l'ennesima sovrapposizione milanese: l'eleganza precoce di Borsani incontra il gusto di oggi, trasformando una casa-museo in uno spazio vivo, capace ancora una volta di farsi abitare.

Appartamento via Bigli, Osvaldo Borsani (interni) - Courtesy Archivio Osvaldo Borsani
Appartamento via Bigli, Osvaldo Borsani (interni) - Courtesy Archivio Osvaldo Borsani

Paesaggi d’acqua

Per chiudere il cerchio tra le corti segrete e il rigore industriale, lo sguardo si sposta all'aperto, tra i volumi razionalisti della Piscina Romano. Progettata da Luigi Lorenzo Secchi nel 1929, la Romano è un tempio coperto e metafisico, una piazza liquida di quattromila metri quadrati, un mare urbano incastonato nel quartiere di Città Studi. Qui l'architettura del Novecento si spoglia della sua natura protettiva per farsi spazio pubblico totale, trasformando il rigore delle linee rette in una scenografia per il tempo libero.

In questa cornice di monumentale semplicità, il design s’innesta quest'anno con OVER AND OVER AND OVER AND OVER, il progetto manifesto di 6:AM. Negli spazi della piscina, la fragilità del vetro contemporaneo diventa lo strumento per riflettere sulla ripetizione: quella dei gesti artigiani che, pur cercando la serie, generano l’imprevisto. La materia liquida del vetro, che reagisce alla temperatura e al caso, dialoga con la solidità di Secchi, fatta di porticati e geometrie che sembrano voler dare un ordine al caos della città. Tra un passaggio lungo il bordo vasca e una sosta al popup Bar Pieno, la Romano dimostra che la stratificazione di Milano non passa solo dai suoi interni d'autore, ma dai suoi grandi vuoti azzurri, dove la stabilità del passato continua a reggere il peso delle visioni più trasparenti del futuro.

Piscina Romano, Luigi Lorenzo Secchi. Installazione 6:AM - Courtesy Melania Dalle Grave DSL Studio
Piscina Romano, Luigi Lorenzo Secchi. Installazione 6:AM - Courtesy Melania Dalle Grave DSL Studio

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