Scopri Infinity+
Corporate

X-Style

fashion02 aprile 2026

Cosa rimarrà della sfilata Maison Margiela a Shanghai? 5 codici che vanno oltre il fashion moment

Al di là delle tendenze, tra heritage e icone, come la maison ha trasformato la passerella in un manifesto che arriva alle origini del brand
Condividi:

Di Giulia Pacella

Maison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/SpotlightMaison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/Spotlight

Cosa resta di un fashion show nell’epoca mordi e fuggi dei social network e dello scroll infinito che brucia tutto nel tempo di niente e che disperde ogni cosa nel flusso dell’immediato? Come si fa a rimanere rilevanti e costanti senza snaturare la propria identità di brand? La risposta arriva da Maison Margiela che l’1 aprile ha chiuso la Shanghai Fashion Week con una sfilata che è stata molto più di una sfilata. Un fashion show che già potremmo definire storico per il fatto stesso di essere stato il primo fuori da Parigi, strizzando l’occhio a una strategia che vede nell’Oriente il cuore pulsante del lusso globale. Non si tratta solo di mossa commerciale ma di una vera e propria operazione culturale che affianca all’evento una serie di mostre ed esperienze in tutta la Cina, di cui il défilé è solo la ciliegina sulla torta.

Un progetto che condensa all’interno dei 72 look (che hanno sfilato tra i container e nel set industriale firmato Studio Oma) tutto il DNA della maison. C’è Martin Margiela, c’è John Galliano, ci sono i valori, le idee e i temi da sempre cari al brand, c’è tutta la sua storia. Eppure l’operazione del direttore creativo Glenn Martens non ha nulla a che vedere con la nostalgia e con uno sterile rifugio nel passato. Allo stesso tempo la sfilata Maison Margiela Fall-Winter 2026 (che racchiude sia la collezione ready-to-wear sia le creazioni Artisanal) rimane completamente sganciata dall’idea imperante di trend e tendenze, ma così facendo genera l’hype immediato di cui tutti i brand oggi sono continuamente a caccia. È proprio in questo contrasto - heritage vs hype, lentezza vs immediatezza - che si cela il segreto, la forza e l’impatto della sfilata Maison Margiela a Shanghai.

Maison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/SpotlightMaison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/Spotlight

La chiave del fashion show Maison Margiela: non momenti ma codici, non prodotti ma heritage

Non solo key moment di un fashion show o di una collezione, dunque, ma codici e signature nella storia e nel patrimonio di una maison che continuano a essere cruciali nell’immaginario condiviso del brand e centrali nella sua narrazione. Capisaldi destinati ad andare oltre la portata social dell’evento, grazie al paradosso di una maison che si riafferma e si conferma negando se stessa: il brand che da sempre ha fatto dell’anonimato il suo trademark è tra i più riconoscibili e iconici del fashion system. Ironico? Forse, eppure efficacissimo. Affermazione dell’identità attraverso la negazione del volto. Non a caso, infatti, tutti i modelli e le modelle hanno sfilato con il viso coperto da maschere.

Maison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/SpotlightMaison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/Spotlight

Ancora una volta Margiela scrive un pezzetto della storia della moda e del costume dei nostri tempi e punteggia lo show di pietre miliari ed richiami d’archivio, che rimarranno ben oltre la stagione e la performance presente, a ricordare la grandeur dirompente della maison. Una maison che dal 1988 in poi ha saputo trasformare la moda in un atto concettuale vicino all’arte contemporanea. Che ha riletto il concetto di lusso con un approccio intellettuale, disturbante e imperfetto trasformandolo in anti-lusso. Un marchio che ha anticipato temi oggi centrali come sostenibilità e identità fluida e che ha costruito una community di cultori, ben prima che le community fossero “alla moda”. Un’avanguardia che è diventata culto di nicchia, ma che oggi è pronta a diventare una piattaforma globale attraverso concept che esulano il prodotto per diventare uno statement culturale.

Maison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/SpotlightMaison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/Spotlight

L’anonimato e le maschere

Fin dagli esordi Martin Margiela ha costruito Maison Margiela sull’idea di sottrazione: lo stilista si è reso esso stesso invisibile, con un anonimato quasi totale, evitando interviste e fotografie. La sua attenzione radicale sul capo e sul prodotto si tradusse in etichette bianche tenute solo da quattro punti agli angoli, allo stesso modo lo stilista rifuggiva le logiche commerciali tanto da non volere che le sue boutique fossero presenti negli elenchi telefonici.

I suoi modelli senza volto e le maschere, presenti già nelle prime sfilate, non erano un semplice vezzo estetico, ma un gesto radicale e politico: eliminare l’ego e l’individualità per lasciare spazio al processo creativo e concentrare l’attenzione sulla creazione. Oggi è un codice che torna ancor più marcato, forse anche in virtù della deriva social: riflesso di un presente in cui l’identità è sempre più mediata e filtrata. In un’epoca in cui l’esibizione del sé sulle piattaforme è essa stessa misura e certificazione della propria esistenza - mi mostro ergo sum - la maison ribadisce in maniera ancora più incisiva un anonimato contemporaneo, quasi digitale.

MM6 Folders Anonymity Artisanal - Courtesy Press OfficeMM6 Folders Anonymity Artisanal - Courtesy Press Office

Ma la sottrazione del volto diventa anche uno statement estetico attraverso le maschere che nello show si fanno via via più complesse: prima impalpabili, in organza, velano il volto. Poi si fanno più materiche e corpose, occultando completamente le facce dei modelli attraverso spalmature di cera d’api e incrostazioni d’oro. Vere e proprie opere tra arte e artigianato.

L’artigianalità, tra matericità e decostruzione

L’Artisanal è sempre stato il cuore sperimentale di Margiela: la Linea 0 rappresenta la collezione di alta moda della maison, concepita tuttavia con un approccio disruptive e decostruttivo, ben lontano dalla couture tradizionale. Più che un atelier, un laboratorio in cui il sapere sartoriale e il tailoring si contaminano con l’artigianalità nel nome della ricerca, dell’imperfezione (mostrare fodere, cuciture, strutture interne per rompere l’illusione del classico capo finito) e della manipolazione materica.

MM6 Folders Anonymity Artisanal - Courtesy Press OfficeMM6 Folders Anonymity Artisanal - Courtesy Press Office

Nella sfilata di Shanghai questo spirito pervade l’intera collezione: non c’è look che non sia emblema di lavorazioni audaci e innovative. Drappeggi complessi su organze che diventano olografiche, pelli trattate e texturizzate, superfici ossidate, tessuti spalmati e incrostati amplificano la teatralità delle silhouette edoardiane degli abiti, che diventano creazioni senza tempo da cui emerge solo la materia viva, instabile e in evoluzione dei tessuti sottoposti a spalmature, tagli laser, sovrapposizioni, verniciature ed effetti invecchiati.

Il fare artigianale fatto di irregolarità e unicità dialoga tuttavia con lavorazioni industriali che mettono invece l’accento sulla ripetibilità. Due aspetti verso cui Glenn Martens mostra di avere una grande curiosità (come dimostrano anche una parte delle sue creazioni viste in passerella da Diesel SS 26). Una contaminazione che traghetta l’Artisanal in una dimensione iper contemporanea, tra passato e futuro.

Maison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/SpotlightMaison Margiela MM6 FW26 - Credits Launchmetrics.com/Spotlight

L’upcycling

La sostenibilità e il recupero di materiali “poveri” e di scarto per creare couture sono state tra le signature di Martin Margiela sin dal giorno 0. Negli anni ’90, il designer belga introduceva capi fatti con guanti, parrucche, oggetti trovati: una visione radicale che metteva in crisi l’idea stessa di lusso. L’upcycling all’epoca non era sostenibilità, ma una vera rivoluzione nel decostruire il valore della “moda alta” o dell’alta moda attraverso l’anti-lusso. Nello show di Shanghai è chiaro quanto quei gesti sperimentali siano oggi un sistema che è parte integrante del brand.

Non è semplice provocazione, ma un processo integrato nella creazione, una tecnica con cui misurarsi per esplorare le potenzialità mutanti dei materiali che vengono ricomposti, assemblati e trasformati anche attraverso tecniche industriali. Da gesto concettuale l’upcycling diventa un codice estetico stabile, capace di attraversare collezioni e stagioni.

MM6 Folders Tabi SS26 - Courtesy Press OfficeMM6 Folders Tabi SS26 - Courtesy Press Office

Le icone, dalle Tabi al Bianchetto

Pochi brand hanno costruito un sistema di icone così coerente e persistente. Lo stivaletto Tabi che fece il suo debutto in passerella nel 1988 fu uno degli accessori più disturbanti, divisivi e immediatamente riconoscibili della maison. Oggi a distanza di quasi 40 anni resta uno degli oggetti più potenti della moda contemporanea. E collezione dopo collezione continua a essere protagonista attraverso riletture e variazioni di stile. Talmente iconico da aver generato vere e proprie ossessioni tra amateur, fashionisti e cultori del brand.

Per la prima volta la maison riunisce 9 collezionisti di Tabi provenienti da tutto il mondo per presentare i loro archivi personali, tra cui paia rare e distintive, in una mostra in cui saranno esposti rari pezzi d’archivio della collezione della maison (TABI: Collectors Exhibition, Chengdu, 9–13 aprile). Assieme alle Tabi anche il Bianchetto, altro must iconico di casa Margiela, diventa protagonista di un evento ad hoc con BIANCHETTO: Atelier Experience (Shenzhen, 11–12 aprile). Con la sua pittura bianca che uniforma e cancella, questo trattamento che lascia visibili le pennellate e il gesto materico viene presentato attraverso un’esperienza immersiva in atelier e celebrato per la sua unicità.

Leggi anche:

Calze sì o calze no? 6 consigli di stile per la primavera

Slip dress: guida ai look di primavera tra passerelle e street style

Contenuti consigliati