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living30 ottobre 2026

Ossa, leggende e humour nero: il grande fascino dell'architettura macabra

Altro che Halloween: 5 ossari tra Italia, Polonia e Portogallo per una festa senza dolcetti. L'effetto? Una scenografia barocca, cupa e perturbante
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Di Patrizia Piccinini

La chiesa di San Bernardino alle Ossa - Credits Getty Images
La chiesa di San Bernardino alle Ossa - Credits Getty Images

Halloween ha un problema: le zucche e gli zombie da serie B. Ma il Grand Guignol d’autore (Théâtre du Grand-Guignol era il celebre teatro dell’orrore parigino) in Europa esiste da secoli, e molto prima del cinema e del teatro l’architettura macabra aveva già inventato l’horror, con precisione chirurgica e un senso della messa in scena da far invidia ai maestri del genere. Il materiale era, come si direbbe oggi, a chilometro zero e totalmente sostenibile: il cimitero accanto. Il risultato è una scenografia barocca, cupa e perturbante. Un memento mori che si trasforma in un ambiente da attraversare e da visitare. Ecco 5 luoghi, tra Italia, Polonia e Portogallo, dove scoprire il grande fascino dell'architettura macabra.

Milano, San Bernardino alle Ossa: il 2 novembre si balla

A due passi dal Duomo di Milano, le pareti di una cappella sono rivestite di resti umani. Teschi, femori, tibie e costole compongono un apparato decorativo in cui l’anatomia diventa architettura. Tutto comincia da una questione molto concreta: a Milano mancava spazio per seppellire i morti. Accanto alla chiesa sorgeva l’Ospedale del Brolo, mentre il vicino cimitero di Santo Stefano accoglieva sempre più inquilini. Nel 1210 venne costruita una camera destinata a raccogliere le ossa provenienti dalle sepolture.

Nel Seicento un crollo danneggiò la chiesa e rese necessaria la ricostruzione, e fu in questa fase che l’ossario assunse l’aspetto scenografico che conosciamo: le ossa vennero disposte lungo le pareti, organizzate in motivi geometrici, cornici e nicchie. Anche la morte, con il gusto barocco, diventava una questione di composizione. Poi arriva la leggenda, e l’architettura si trasforma in teatro. Si racconta che ogni 2 novembre, di notte, lo scheletro di una bambina custodito nell’ossario torni a muoversi. Al suo richiamo, anche gli altri scheletri si staccano dalle pareti e attraversano la cappella in una danza macabra che dura fino all’alba. A vista di molti, questa è l’unica movida milanese che nessuno ha mai provato a regolamentare. Con le prime luci del giorno, ogni osso tornerebbe al suo posto. La cappella riprenderebbe il suo aspetto immobile, come se la notte non avesse lasciato traccia.

La chiesa di San Bernardino alle Ossa - Credits Getty Images
La chiesa di San Bernardino alle Ossa - Credits Getty Images

Roma, Cripta dei Cappuccini: "noi eravamo voi"

Via Veneto a Roma è la strada della Dolce Vita. Qualche gradino più sotto, nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini, la prospettiva cambia. Cinque cappelle, migliaia di ossa. Qui sono raccolti i resti di migliaia di frati cappuccini, vissuti tra il Cinquecento e l’Ottocento. Vertebre, falangi, tibie e teschi sono diventati elementi decorativi. Dai soffitti pendono lampadari d’ossa, le scapole compongono rosoni, le pareti si trasformano in composizioni geometriche. Un progetto di riuso estremo, in cui ogni elemento ha avuto un’esistenza precedente. E non si tratta di legno o pietra: il materiale da costruzione è stato, un tempo, qualcuno.

Secondo la tradizione, la terra della cripta proviene da Gerusalemme. Ma poco importa, perché lo sguardo si ferma soprattutto sulle decorazioni, sull'abilità compositiva che convive con un promemoria difficile da ignorare. Al centro di una volta compare uno scheletro con una falce nella destra e una bilancia nella sinistra, simboli del tempo che passa e del giudizio. Una figura minuta, tradizionalmente associata a una giovanissima principessa Barberini. Il messaggio più esplicito, però, è affidato a una scritta: “Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete”. La cripta ha impiegato secoli per costruire la propria scenografia. Per consegnare il messaggio bastano poche parole. Più che un memento mori, un preventivo per il futuro.

Cripta dei Cappuccini a Roma - Credits Getty Images
Cripta dei Cappuccini a Roma - Credits Getty Images

Czermna, Cappella dei Teschi: ossa come diari

Per diciotto anni il sacerdote boemo Václav Tomášek raccolse le ossa dei morti, le pulì e le dispose sulle pareti di una cappella a Czermna, oggi in Polonia. A dargli una mano c'era il becchino del paese, J. Langer. Il lavoro era anche una ricerca: bisognava individuare le fosse comuni e recuperare i resti sepolti. Secondo il racconto tradizionale, per trovare i luoghi delle sepolture si affidavano persino al fiuto dei cani randagi. Il risultato è un ossario che conserva le tracce di guerre, pestilenze ed epidemie di colera.

Oltre tremila teschi rivestono le pareti e la volta, mentre altri ventunomila resti sono custoditi nella cripta sottostante. Uomini, donne e bambini, molti dei quali portano ancora i segni delle malattie o delle violenze subite: un cranio presenta il foro di un proiettile; un altro mostra le conseguenze della sifilide. Qui la storia si legge direttamente sulle ossa, con una precisione che nessuna ricostruzione potrebbe eguagliare. Anche gli artefici dell'ossario hanno trovato posto nella propria opera. I teschi del sacerdote e del becchino sono collocati sull'altare, in una posizione d'onore. Dopo diciotto anni passati a sistemare i resti degli altri, i due hanno ottenuto il posto migliore. A quanto pare, anche nell'aldilà esistono posti riservati.

Cappella a Czermna - Credits AGF
Cappella a Czermna - Credits AGF

Évora, Capela dos Ossos: "le vostre ossa sono attese"

Sopra l'ingresso della Capela dos Ossos, a Évora, in Portogallo, compare un avvertimento in portoghese: “Nós ossos que aqui estamos, pelos vossos esperamos”: "Noi ossa che qui siamo, le vostre aspettiamo". Come formula di benvenuto, manca un po' di calore. Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento furono i frati francescani a rivestire pareti e colonne con le ossa recuperate dai cimiteri della città. L'intento era ricordare ai fedeli quanto fosse breve la vita terrena. Il messaggio accompagna ogni passo: sopra la testa, lungo i muri, intorno alle porte. Qui il memento mori è diventato un ambiente da attraversare, una lezione sulla fragilità umana costruita con i resti di chi quella vita l'ha già conclusa.

Per lungo tempo due corpi mummificati sono rimasti appesi alle pareti, trattenuti da catene. La leggenda li identificava con un padre e un figlio, maledetti dalla madre e condannati a non decomporsi. Poi le analisi scientifiche hanno cambiato la storia. Nel 2019, le indagini dell'Università di Évora hanno indicato che uno dei corpi appartiene a una donna tra i 30 e i 50 anni, l'altro a una bambina di circa due anni e mezzo. Le analisi non hanno rilevato legami di parentela tra le due. Per generazioni, dunque, la leggenda ha dato un'identità a quei corpi, trasformandoli in personaggi di una storia tramandata nel tempo. Oggi riposano in teche di vetro, circondati da migliaia di ossa. La leggenda è cambiata; il mistero delle loro vite è rimasto.

Capela dos Ossos a Évora - Credits Getty Images
Capela dos Ossos a Évora - Credits Getty Images

Napoli, Cimitero delle Fontanelle (e la sua leggenda)

Nel ventre di Napoli, sotto il Rione Sanità, un'antica cava di tufo si apre in una successione di ambienti attraversati dall'oscurità. Qui sono raccolti i resti di decine di migliaia di persone, vittime di epidemie, carestie e altre calamità. Molti erano morti senza mezzi e senza una sepoltura individuale: la cava è diventata il luogo in cui la città ha depositato una parte della propria storia più povera. Dopo quasi sei anni di chiusura, il Cimitero delle Fontanelle ha riaperto nell'aprile 2026. Il nuovo progetto illuminotecnico porta la firma di iGuzzini, nell'ambito del programma G124 promosso da Renzo Piano. La luce accompagna il percorso e fa emergere le capuzzelle, i teschi allineati lungo le pareti. Un intervento contemporaneo dentro uno spazio in cui i visitatori hanno cercato per secoli un contatto con i defunti.

Cimitero delle Fontanelle di Napoli, con l’illuminazione di iGuzzini - Credits Getty Images
Cimitero delle Fontanelle di Napoli, con l’illuminazione di iGuzzini - Credits Getty Images

A Napoli, del resto, con le ossa si è sempre avuto un rapporto speciale: oltre a custodire la memoria dei defunti, sono diventate oggetto di culto e devozione. Per secoli i fedeli hanno adottato le cosiddette "anime pezzentelle", cioè le anime dei defunti abbandonati, prendendosi cura di un teschio in cambio di una grazia o di un segno di protezione. Fra le tante storie nate intorno alle capuzzelle, una delle più inquietanti è quella del Capitano. Si racconta che un giovane, alla vigilia delle nozze, visitasse la cava insieme con la futura sposa, dove notò un teschio dall'aria fiera e lo derise, arrivando a infilargli un bastone in un'orbita e a sfidarlo: “Vieni al mio matrimonio, se hai il coraggio”.

Quel giorno la festa procede fino a quando la porta si spalanca, sulla soglia appare un uomo in uniforme da ufficiale, avanza fino agli sposi e apre il mantello, svelando uno scheletro sotto la divisa. Le mani ossute afferrano i due giovani e li trascinano via. La storia del Capitano ha attraversato generazioni perché mette in scena una regola antica della devozione napoletana: con i morti si può parlare, si può chiedere aiuto, si può perfino cercare un accordo. Ma bisogna rispettarli. E guai a prenderli in giro.

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